Prada scommette sull’Oriente per salvare l’impero

Prada scommette sull’Oriente per salvare l’impero

Dopo l’annuncio dello sbarco in Borsa ad Hong Kong, occorre spiegare l’altra faccia della medaglia: la salute finanziaria di Prada è meno forte di quel che sembra, e alcuni problemi che potrebbero emergere in futuro.

La prima ragione da sottolineare, per la quale Prada Spa – prima ancora che i coniugi Patrizio Bertelli e Miuccia Prada – ha bisogno urgente di quotarsi, riguarda i prestiti di Prada Holding, domiciliata in Olanda, dove due linee di credito Itmd1 e Itmd2, per un totale di 630 milioni di euro, possono essere convertite in azioni qualora l’Ipo non avvenga entro il 31 luglio 2012. Sfortunatamente, i termini di conversione non sono noti, ma Prada Holding ha dovuto dare in pegno il 66,7% di Prada Spa alle banche, in cambio della sottoscrizione delle quote. Nella peggiore delle ipotesi, qualora non riuscissero a ripagare questi prestiti, i coniugi Bertelli potrebbero perdere il controllo della compagnia. Per usare i termini della maison milanese, «il progetto di quotazione, che ci aspettiamo avvenga entro un paio d’anni, servirà a ripagare i nuovi prestiti rettificati Itmd1 e Itmd2». Dunque, lo sbarco della casa di moda sulla piazza asiatica dovrebbe consentirle di uscire dall’impasse.

Non si tratta dell’unico problema derivante dalle passate gestioni. Oggi, infatti, Intesa San Paolo detiene il 5,11% di Prada Spa, che deriva dalla conversione in azioni di un prestito risalente al 2006. Non solo: la banca guidata da Corrado Passera ha il diritto di vendere la sua partecipazione con un ritorno garantito del 9% o del 18%, a seconda del valore di Prada Spa, in cambio di nuove azioni o cash. Per l’azienda, ciò significa o un ulteriore esborso pari a 150 milioni di euro, oppure l’effetto di diluire gli azionisti in Prada Spa. Sul prestito Itmd2, ci sono inoltre alcuni warrant equivalenti all’1% di Prada, in base ai quali le banche possono vendere Prada Holding un anno dopo la quotazione per 39 milioni di euro, o esercitarli nei 3 anni successivi alla quotazione. In totale, l’ammontare dei vincoli che devono essere ripagati dall’Initial pubblic offering (Ipo) equivale a 800 milioni di euro: considerando un valore della compagnia pari a 4,5 miliardi di euro, se si quotasse il 35% di Prada la metà dei guadagni derivanti dalla quotazione andrebbe a ripagare i debiti maturati in questi anni.

Tutte questioni ancora aperte, ma decisamente sottaciute: che però non sembrano preoccupanti dal momento che Prada cresce del 30% l’anno, con una notevole esposizione sui mercati dell’Estremo oriente. Vero, per carità, ma la sensazione è che la maison sia troppo esposta nei confronti di quest’area: per fare l’Ipo e ripagare le banche, il management ha intrapreso una strategia d’espansione che pare troppo aggressiva e che non lascia margini d’errore.

In 12 mesi, da gennaio 2009 al primo mese del 2010, il fatturato nell’area Asia e Pacifico (escluso il Giappone) è cresciuto del 40%, mentre nell’anno finanziario appena chiuso le vendite molto probabilmente saranno aumentate di un altro 50 per cento. Detto in altri termini, significa un raddoppio negli ultimi 2 anni. Tutto bene, ma la domanda è: le economie dell’area sono migliorate così tanto da poter mantenere un livello tale da giustificare un raddoppio nelle vendite di Prada? L’impressione è che questa crescita spumeggiante derivi da un incremento dei punti vendita nelle aree marginali, che potrebbero frenare di colpo in caso di un rallentamento dell’economia. I monomarca della maison sono infatti aumentati dai 292 della fine di luglio 2010 agli attuali 319: più 10% in soli sei mesi. È lecito dubitare che esistano abbastanza città nel mondo che possano sostenere un negozio Prada, qualora nell’economia mondiale dovessero sopraggiungere delle difficoltà.

Un tema importante, in quanto l’azienda ha un numero significativo di accordi per effettuare futuri pagamenti per il leasing dei negozi. Al 31 gennaio 2010, l’ammontare futuro totale dei pagamenti ammontava a 1,2 miliardi di euro, una cifra che potrebbe impennarsi ancora per via delle nuove aperture. Già oggi, Prada paga più di 200 milioni di euro l’anno per il leasing dei propri punti vendita. Tutto ciò va bene quando l’economia globale, e specialmente quella dell’Estremo oriente, cresce a ritmi così sostenuti, ma qualora le banche centrali dovessero alzare i tassi per calmierare le pressioni inflazionistiche, non è detto che la crescita continuerebbe ancora senza intoppi. A quel punto, infatti, non si vedrebbero più abbastanza consumatori orientali invadere i monomarca Prada così da giustificare gli investimenti effettuati. Nessun problema, dunque, se Prada avesse le risorse finanziarie per affrontare la tempesta. Ma attualmente non le ha, a meno che le banche non convertano i loro prestiti in azioni. Le banche d’affari diranno che gli investitori avranno l’opportunità di comprare una società in crescita forte, ma la verità, sembra, è che lancino un salvagente alla coppia Miuccia Prada-Maurizio Bertelli.
 

*analista indipendente

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