Sapessi com’è strano portare il federalismo a Roma

Sapessi com’è strano portare il federalismo a Roma

Sei mesi di passione. Ventiquattro settimane passate tra proposte di dialogo, insanabili rotture e decine di ultimatum leghisti. Tanto è durato l’iter dello schema di decreto legislativo sul fisco municipale, il quarto provvedimento presentato dal Governo in attuazione della legge sul federalismo fiscale. Dal 4 agosto 2010, data in cui il Consiglio dei ministri ha deliberato in via preliminare il provvedimento. Fino a domani, 3 febbraio 2011, giorno del voto finale nella commissione Bicamerale. Alla fine, il rischio è che tanto lavoro non sia servito a nulla. Anche in caso di parere negativo, l’Esecutivo potrà andare avanti come se nulla fosse.

La maratona federalista prende il via il 13 agosto scorso, quando il Consiglio dei ministri trasmette lo schema del decreto legislativo appena deliberato alla segreteria della Conferenza Unificata (sede congiunta della Stato-Regioni e della Stato-Città). Il provvedimento viene inoltrato a Regioni ed Enti locali. Per il primo confronto, però, bisogna aspettare più di un mese. Il 15 settembre vengono presentate le prime proposte emendative al testo. Neppure una settimana e Comuni e Province chiedono di rinviare l’esame in attesa di chiarimenti del ministero dell’Economia. Il responsabile della Semplificazione Roberto Calderoli accetta e decide di posticipare il termine di trenta giorni. Il 28 ottobre la rottura: l’Anci chiede di rinviare ancora l’esame fino a fine novembre. Stavolta il Governo non è disponibile al rinvio e l’intesa salta.

Il 5 novembre l’Esecutivo informa le Camere sui motivi del mancato accordo in Conferenza Unificata. Quattro giorni dopo trasmette il decreto legislativo sul fisco municipale che sarà sottoposto a parere parlamentare. Cominciano le audizioni in commissione Bicamerale. Vengono messi in agenda quasi venti incontri con i rappresentanti delle principali realtà interessate dal decreto. Fino ai primi giorni di dicembre si alternano in commissione, tra gli altri, i delegati dell’Associazione nazionale costruttori edili, Unione inquilini, Confedilizia, Federcasa. Non mancano le rappresentanze di Comuni e Province, Agenzia del territorio, Corte dei Conti.

Parallelamente prendono il via i lavori nelle commissioni parlamentari interessate, chiamate a esprimere il proprio parere. La prima a riunirsi è la commissione Finanze del Senato, già dal 18 novembre. L’ultima è la commissione Bilancio della Camera, dove l’esame del provvedimenti inizia il 15 dicembre. I risultati arrivano prima di Natale: il 14 dicembre la commissione Affari Costituzionali del Senato, dopo due sole sedute, approva la proposta di osservazioni non ostative presentata dal relatore.

La bicamerale per l’Attuazione del federalismo fiscale comincia i lavori a fine novembre. L’esame dovrebbe chiudersi entro la fine dell’anno, ma iniziano a registrarsi i primi ritardi. Il 16 dicembre la commissione chiede, e ottiene, altri venti giorni. Tra una proroga e l’altra si arriva al 3 febbraio. Ultima data utile per il voto definitivo. E dopo? Quale sarà il destino del decreto sul fisco municipale in seguito al voto in commissione? Al momento le ipotesi sono tre, a seconda dell’esito del voto in Bicamerale.

Primo scenario: la commissione presieduta da Enrico La Loggia approva il documento sul fisco municipale. In questo caso il Governo raccoglie le indicazioni e il Consiglio dei ministri delibera un nuovo decreto che modifica e rettifica il provvedimento precedente (la stessa procedura avvenuta con il decreto del federalismo demaniale, discusso e modificato in commissione e recepito dal Governo con un nuovo decreto conforme alle indicazioni).

Seconda ipotesi: la maggioranza va sotto in Bicamerale. Nonostante l’assenza di precedenti, il Governo può procedere ugualmente. L’unico obbligo è un ulteriore passaggio in Parlamento: l’Esecutivo presenta alle Camere una relazione in cui spiega perché non ha ritenuto di uniformarsi al parere della Commissione.

C’è, infine, una terza via. Per certi versi la più probabile. Il voto in Bicamerale si chiude in pareggio, 15-15. Il Governo può decidere di tornare al testo originario, quello deliberato il 4 agosto. La spiegazione: i pareri di maggioranza e opposizione non hanno ottenuto la maggior parte dei voti, e l’Esecutivo procede a prescindere dalle indicazioni della Commissione. Anche in questo caso diventa necessario un passaggio informativo in Parlamento.