A Strasburgo un emendamento costa fino a 100mila euro

A Strasburgo un emendamento costa fino a 100mila euro

Quanto costa un emendamento al parlamento europeo? Secondo un’inchiesta del britannico Sunday Times, fino a 100.000 euro all’anno. Questa la cifra che un gruppo di sedicenti lobbisti della finanza londinese è stato sul punto di pagare per un emendamento ad un pacchetto di misure pensato nientemeno che per rafforzare la tutela e la fiducia dei consumatori nei servizi finanziari. 

Nei mesi scorsi, mentre la proposta di modifica della direttiva sull’indennizzo degli investitori passava dalla Commissione europea al vaglio dell’europarlamento, un gruppo di giornalisti della testata euroscettica, camuffati da lobbisti, hanno preso contatti con una sessantina di eurodeputati. La proposta era quella di far passare alcuni emendamenti al testo, in cambio di denaro, che sarebbe stato versato ai deputati in qualità di “consulenti”.

Gli emendamenti inventati ad hoc andavano ovviamente a favore del settore finanziario e non di quei consumatori che gli stessi parlamentari si erano impegnati a tutelare. Così, all’ex ministro degli Interni austriaco, Ernst Strasser, i finti lobbisti hanno chiesto se per caso si potessero estendere di qualche mese i termini previsti dalla direttiva entro i quali all’impresa di investimento inadempiente sui sistemi di indennizzo viene notificata l’espulsione. Certamente, è stata la risposta. Detto, fatto. Qualche tempo dopo un raggiante Strasser, incontrando i suoi nuovi “clienti” per un caffè, affermava di essere riuscito ad alzare i termini da 9 a 12 mesi. Pronto ad incassare la prima tranche (25.000 euro) dei 100.000 euro annui pattuiti.

In totale, quattordici deputati hanno mostrato iniziale interesse verso la proposta dei finti lobbisti. Di questi, quattro sono andati fino in fondo, ovvero fino a far passare gli emendamenti richiesti che ora si trovano tra le righe del testo legislativo pronto per essere dibattuto in aula. Righe pagate a caro prezzo. Nel suo scoop, il Sunday Times riporta una mail del deputato rumeno Adrian Severin ai finti lobbisti, dove li assicura che «l’emendamento che hanno richiesto è stato approvato», prima di emettere una fattura da 12.000 euro per “consulenza”.

Le nazionalità dei parlamentari che sono caduti nella trappola non tradiscono nessun particolare stereotipo, e anche l’area politica è varia: Adrian Severin e Zoran Thaler – entrambi con un passato da ministri degli Esteri, rispettivamente in Romania e Slovenia – sono socialisti, mentre Ernst Strasser – ex ministro degli Interni austriaco – è un democristiano sotto l’ala del Partito popolare europeo, così come lo spagnolo Pablo Zalba Bidegain. L’occasione, insomma, fa l’uomo ladro dietro a tutte le bandiere.

Nonostante i metodi utilizzati dai giornalisti del Times, che non sono andati giù, ad esempio, alla sensibilità transalpina del celebre blogger di Liberation, Jean Quatremer, le rivelazioni hanno innescato una vera e propria indagine da parte dell’Olaf, l’ufficio anti-frode della Commissione europea diretto dal trentino Giovanni Kessler che non ci ha pensato due volte a mandare gli ispettori negli uffici dei parlamentari colti con le mani nel sacco. Indagine che a sua volta sta dando vita a una battaglia fra istituzioni, dove il Parlamento contesta il diritto di Olaf – e quindi della Commissione – a irrompere nei suoi uffici per perquisirli. 

Il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek ha tuttavia ammesso che un anello debole esiste, ed è dato sia dal codice etico del Parlamento, che deve essere rafforzato, sia dall’assenza di un codice di condotta vincolante per i rappresentanti di interesse.

Attualmente ai parlamentari europei è concesso esercitare un’altra professione, seppure – impresa ardua – non conflittuale con l’esercizio del proprio dovere. Sarà per questo che nelle registrazioni nascoste del Times, Strasser ammetteva candidamente di lavorare “regolarmente” come lobbista, tramite una società registrata in Austria, e di guadagnare così 500.000 euro all’anno. Oltre allo stipendio da deputato, beninteso. E in barba al codice etico, che vieterebbe di accettare “doni o benefit” nel portare avanti il proprio incarico, e prevede (anche se non obbliga) che il deputato renda noto sul proprio profilo quali sono i propri interessi finanziari, ovvero da chi prende soldi e perché.

Come denuncia anche la Ong anti-corruzione Transparency International, i criteri del codice etico non sono ancora abbastanza severi. Un rapido esame delle dichiarazioni di interessi finanziari, infatti, lascia alquanto delusi: sul profilo di Strasser, nel sito del Parlamento europeo, la dichiarazione manca del tutto, mentre dai file sui profili di molti deputati il file della dichiarazione c’è, ma è fatto di caselle vuote. Nemmeno un euro dichiarato, né in attività retribuite, né in fondi da parte di gruppi interessati.

Sul fronte delle lobby, d’altra parte, è ancora molto debole il registro che dovrebbe garantire la trasparenza dei rappresentanti di interesse. Chiunque può registrarsi all’elenco dei lobbisti, compresa la scintillante (e inesistente) Taylor Jones Public Affairs che ha messo alla berlina i quattro parlamentari. E compreso il buontempone (o furbo) che qualche mese fa si è dichiarato rappresentante di interesse registrandosi con il nome di “Topolino”.

Il Sunday Times promette nuove rivelazioni. Finora non ci sono italiani fra gli incriminati, e potrebbe essere difficile trovarne anche in futuro. I finti lobbisti, rigorosamente monolingua inglese, hanno detto di aver incontrato numerose difficoltà nell’approccio agli europarlamentari di alcune nazionalità. L’ostacolo principale non è stata l’integrità morale, ma la lingua.

F. M.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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