Al fotovoltaico manca la leadership politica

Al fotovoltaico manca la leadership politica

Il fotovoltaico italiano si trova incastrato in una difficile impasse politica. Da una parte, c’è chi vorrebbe limitare lo sviluppo del settore, come il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani: si limiterebbero gli incentivi per evitare eccessivi esborsi da parte dei consumatori che li finanziano attraverso le bollette. Dall’altra, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo vorrebbe alzare il limite degli 8 gigawatt previsto per il 2020, e ha dalla sua parte associazioni ambientaliste, aziende del settore e beneficiari prevalentemente meridionali dei fondi.
Il governo ci rimetterà, quale che sia la strada che prenderà. Se vincesse la Prestigiacomo, si scontenterebbero molti consumatori, non disposti a pagare bollette più alte; se vincesse Romani, attirerebbe a sé le ire di ambientalisti e aziende specializzate.

Il problema principale del fotovoltaico è che gli incentivi sono troppo alti. L’anno scorso sono costati ai pagatori di bollette oltre tre miliardi di euro, e nel 2011 la spesa supererà i cinque miliardi; si potrebbe arrivare a una spesa totale di quasi 90 miliardi: soldi che sarebbero sufficienti per pagare il 5% del debito pubblico. L’errore è stato dovuto alla prima versione del “Conto Energia”, che non ha considerato la tendenza alla discesa del prezzo dei pannelli solari. Anche la nuova versione degli incentivi, entrata in vigore all’inizio del 2011, ha potuto far poco per abbassare significativamente le rendite. Alla fine potremmo aspettarci di installare 14 gigawatt di pannelli entro la fine del 2012, rispetto agli 8 che rappresentano l’obbiettivo al 2020.

Se si riducono gli incentivi, però, si danneggia un settore che si regge interamente sul denaro pubblico. Manca un’industria: ci siamo concentrati solo sull’installazione, la parte della catena che garantisce margini più bassi. Per cui se non si mettono pannelli in Italia, tutto il settore muore. I posti di lavoro italiani nel fotovoltaico, da questo punto di vista, sono “estemporanei” e legati solo al momento espansivo dell’industria. Una volta installati gli impianti, questi rimangono lì per vent’anni almeno: e di gente che pulisce i pannelli ne serve relativamente poca. Tra una strada che avrebbe scontentato le imprese, e un’altra che avrebbe reso infelici i consumatori, alla fine ha prevalso l’incertezza. In fase di discussione del decreto ministeriale in materia, il 2 marzo 2011, si è optato per riparlarne tra tre mesi. Solo allora, con altro decreto, si parlerà di riduzioni di incentivi, modificando l’attuale conto energia per commisurarlo a nuovi obbiettivi rinnovabili.

Da qui ad allora, il settore dovrà navigare a vista. In questo periodo, il “tempo delle decisioni” per le aziende del settore dovrà essere sospeso. Quanto dovranno investire le imprese? Dovranno assumere nuove persone o no? Dovranno valutare nuovi progetti? E se sì, in base a quali incentivi? Che finanziamenti dovranno chiedere alle banche? È chiaro che il settore (dell’installazione) sta crescendo troppo e troppo in fretta. È chiaro che il sistema nazionale non è stato in grado di creare una vera “filiera industriale”. È chiaro che nell’ambiente girano fin troppo personaggi improbabili, “premiati” da rendite non del tutto commisurate al reale merito. Ma è anche vero che decine di migliaia di posti di lavoro si reggono su questo settore. Perché sottoporre piani di investimento e occupazione a rinvii e indecisioni?
Siamo d’accordo che il settore fotovoltaico non è affatto la migliore delle industrie possibili, ma non merita questo scenario. Sarebbe preferibile anche un taglio immediato degli incentivi, ma che sia chiaro, immediato e prevedibile. Che consenta, cioè, di fare pianificazione.

Ciò non dovrà però impedire di considerare un aspetto molto importante: le aziende fotovoltaiche non possono pretendere che il settore cresca in eterno e senza limiti. Possiamo sperare tutto, tranne che il rinnovabile diventi il volano della nostra economia. Quello che si spende in energia viene pagato dal resto dell’industria e dai consumatori: i costi della produzione elettrica devono essere quanto più possibili contenuti. Le società industriali moderne sono nate proprio perché l’energia è diventata meno cara, e il settore energetico ha perso occupazione. Se il 5 % degli occupati lavora nell’energia, il 95 % è attivo in altri settori, ed è giusto che la proporzione rimanga così.

Abbiamo necessità di sostituire il nostro portafoglio di risorse energetiche, ma con progressività, non con fretta. Se si ridurranno gli incentivi, ciò rappresenterà una fin troppo necessaria “pulizia” al settore, che eliminerà le aziende meno efficienti, e ridurrà gli enormi margini di intermediazione pretesi da strani personaggi locali (fino a 350.000 euro per un megawatt!). Sarà necessario bere l’amaro calice della “normalizzazione”. Se bisogna dare una cattiva notizia, è meglio darla subito: che essa sia per le aziende rinnovabili, o per chi paga le bollette. Ci auguriamo che il governo dimostri le leadership necessaria per affrontare la situazione, e aiutare il settore a raggiungere l’equilibrio, dopo anni di inflazione di super-incentivi. Tutte le bolle prima o poi scoppiano.
 

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