Al posto del nucleare dobbiamo tenerci gas e carbone

Al posto del nucleare dobbiamo tenerci gas e carbone

In Giappone un terremoto senza precedenti nel secolo sta provocando un incidente nucleare la cui portata, al momento, ancora non è chiara. Dobbiamo però rilevare che il disastro della centrale di Fukushima avviene casualmente mentre in Italia si discutono due importanti provvedimenti per l’energia nucleare e l’energia fotovoltaica. Il Giappone potrebbe influenzarli: ma fino a che punto è giusto spingersi nella critica?

Il mondo rinnovabile italiano è scosso e (giustamente) arrabbiato per le negoziazioni incerte sul decreto legge che fisserà i limiti nello sviluppo del settore. Il ministero dello Sviluppo Economico vorrebbe fare in modo che l´attuale piano d’incentivi sia drasticamente ridotto dopo il raggiungimento di 8 gigawatt di impianti fotovoltaici installati. Questo livello era stato posto originariamente per il 2020, ma potrebbe essere già raggiunto entro la fine del 2012.
La critica di molte organizzazioni ambientaliste e di alcune associazioni di categoria è che si vogliano abbattere gli incentivi al fotovoltaico per favorire lo sviluppo del nucleare. A detta di alcuni, non sarebbe casuale che la discussione sulle rinnovabili sia stata aperta in combinazione con l´approvazione definitiva del decreto nucleare, da completare entro il prossimo 23 marzo.

Fukushima dimostrerebbe adesso che il nucleare è una tecnologia pericolosa, instabile e superata, e che bisognerebbe investire nelle rinnovabili i soldi destinati all’atomo. È giusto subito chiarire un punto: questo non è il pezzo di un nuclearista. Chi scrive è poi a favore delle rinnovabili, purché l’introduzione di fotovoltaico ed eolico sia fatta in base a un piano condiviso, non secondo l’irruenza di un’allegra invasione a spese dei contribuenti. Motivi per criticare il nucleare e favorire le rinnovabili ce ne possono essere tanti. Quello che non si condivide però è l’assunto secondo cui tra le politiche nucleari e rinnovabili in Italia intercorra un legame perverso e diabolico, come alcuni vogliono far credere.

La prima ragione è di carattere tecnico. Il fotovoltaico di notte non funziona, e d’inverno produce meno elettricità rispetto all’estate. Ha il vantaggio, però, che se ben installato (e prodotto nei luoghi giusti) consente di risparmiare emissioni di CO2. Ciò non esclude che il fotovoltaico necessiti di impianti di back-up: se serve elettricità quando fa buio, per esempio nei pomeriggi invernali, occorre attivare impianti di generazione elettrica “tradizionale” per supplire ai pannelli spenti. Secondo alcuni ricercatori, tale necessità di “raddoppio” della potenza fotovoltaica sarebbe 1:1: tanta potenza fotovoltaica viene installata, altrettanta ne serve di riserva “tradizionale”.

Quest’aspetto ha un valore peculiare per il rapporto tra fotovoltaico e nucleare: non è vero che se si rinuncia alla capacità elettrica nucleare, si può compensare installando più pannelli. Potrà sembrare strano, ma addirittura il nucleare potrebbe svolgere la funzione di back-up quando non c´è sole: a livello di emissioni, sarebbe preferibile agli impianti a carbone, tecnologia sulla quale basiamo ancora quasi il 18% della nostra produzione elettrica; o al gas, che rappresenta oltre il 65 percento. L’altro aspetto di palese incongruenza nella tesi del trade-off tra nucleare e rinnovabili riguarda i costi delle due tecnologie. La produzione di energia elettrica basata sul fotovoltaico è ancora molto cara: sono circa 30-40 centesimi al chilowattora prodotto. Senza il piano d’incentivi pagati dai consumatori, il fotovoltaico non reggerebbe economicamente.

Il nucleare è più conveniente: si calcolano costi di produzione tra i 10 e il 12 centesimi al chilowattora. Per questo motivo, l’elettricità nucleare potrebbe essere venduta al mercato elettrico senza passare attraverso i piani d’incentivazione. Se s’interrompesse il piano di incentivi per il fotovoltaico, questo non andrebbe a beneficiare direttamente il nucleare: cambiano struttura, dinamiche e dimensioni del pagamento. Un investitore nel nucleare potrebbe ricompensare il proprio investimento semplicemente vendendo elettricità.

In realtà esistono incentivi anche per il nucleare, ma sono di altro tipo. Si tende a concedere sconti fiscali a chi investe nel settore, o a garantire un certo livello di prezzo all’elettricità venduta, visto che il nucleare richiede investimenti di larga portata e lunghi ritorni nel tempo – che il tutto sia giustificabile o meno.
Il costo al chilowattora stimato per il nucleare considera, secondo chi ha prodotto le cifre, anche i costi di dismissione e trattamento delle scorie. Siamo liberi di mettere in discussione queste stime, poiché è difficile prevedere l´esborso collegato a processi che possono richiedere anche centinaia di anni. Se non vogliamo il nucleare, esso però non potrà essere sostituito dal fotovoltaico, ma semmai da un maggior impiego di gas o carbone. Va bene sostenere le rinnovabili, e comprendo chi critica il nucleare: basta non spingersi troppo oltre nel mettere le due questioni in collegamento.

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org
 

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