Arrivano a Lampedusa ma dove vanno nessuno lo sa

Arrivano a Lampedusa ma dove vanno nessuno lo sa

Appollaiati sulla roccia calcarea che dà sul porto nuovo, con il buio interrotto dai flash di camere e macchine fotografiche, se lo chiedono tutti, tra cameraman, fotografi e i pochi cronisti rimasti: “Ma dove sono diretti?”. Ciascuno avanza un’ipotesi: “Li rimandano in Tunisia”, “No, vanno in Puglia, al centro di Manduria”, “Macché, in Sicilia”. Benvenuti a Lampedusa. Sono trascorse da poco le otto di sera e una brezza gelata fa traballare i treppiedi su cui le telecamere, che hanno macinato tutto il giorno, sono ancora al lavoro. Una nave della Grimaldi Lines, la Excelsior, sta reimbarcando un migliaio degli oltre seimila migranti approdati qui negli ultimi 50 giorni, e rimasti nell’isola. Perlopiù tunisini, i profughi scendono dai pullman dei Carabinieri.

Se ne contano cinque, di carichi. Gli agenti li hanno prelevati dal centro di accoglienza dell’isola. Sono identificati. Le navi ipotizzate erano in realtà sei, come aveva annunciato ieri il Ministro Maroni, al Tg5, promettendo di liberare l’isola dai clandestini nel giro di due giorni. Ma stampa, profughi e lampedusani le hanno attese invano, in un gioco psicologico simile a quello dell’arrivo di Godot. Nella conferenza del pomeriggio, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva parlato di 1450 migranti diretti al porto di Taranto, e da lì al centro di accoglienza temporanea di Manduria, da cui – peraltro – le cronache registrano continue fughe (lunedì ne sono scappati 180). La Grimaldi ha capienza di duemila e cinquecento posti circa, ma sulla banchina, ad attendere in rigoroso ordine, sono circa un migliaio.

Perlopiù uomini, molto giovani, si fanno perquisire senza opporre resistenza, ciascuno stringendo il proprio sacchetto giallo. Dentro, un po’ di cibo, acqua per i più fortunati e le poche masserizie, residuo del soggiorno forzato. Mentre i carabinieri sbrigano la procedura, gli altri aspettano seduti il loro turno, in silenzio, dall’altra parte della banchina. Poi accade una cosa strana: iniziano a chiedersi dove siano diretti. Le forze dell’ordine non rispondono. Allora lo domandano ai fotografi, fanno loro cenno d’avvicinarsi. Qualcuno si accosta alla transenna dietro cui sono stati raccolti:

“Dove andiamo?”, chiedono. Le risposte non sono univoche, la loro reazione è sorridente. “Pur di mollare questo inferno va bene ovunque”, dice qualcuno. Nel pomeriggio si chiedeva alle forze dell’ordine la destinazione dei reimbarchi. Dagli uomini della Guardia Costiera, ai poliziotti, a quelli della Guardia di Finanza, ai carabinieri, tutti hanno scosso la testa: “Non lo sappiamo, davvero”. Massimo di Nonno è un fotografo di Milano. Mentre scatta, in bilico su uno dei crateri che forano la roccia calcarea che dà sulla banchina, racconta che è qui da 10 giorni. “Prima sono stato dall’altra parte, sulla costa tunisina, a ritrarre gli sbarchi dei libici.

I volontari hanno accolto dai 15mila ai 20mila profughi. Hanno cucinato per loro, li hanno forniti di una coperta e di una tenda dove potessero dormire. Un militare, mentre gli altri aspettavano in fila il loro pasto, ha avuto la sensibilità di accostare il megafono a un cellulare da cui partiva la loro musica locale. Si sono tranquillizzati all’istante”. Perché, qui invece? “L’altra notte è arrivato un carico alle due del mattino. Una volta scesi al molo vecchio, a qualcuno hanno distribuito dell’acqua e una coperta, agli altri hanno detto: “Arrangiatevi, il centro di accoglienza è pieno, trovatevi un bivacco”. E’ nata così quella che chiamano “la collina della vergogna”.

Sopra il molo ci sono rocce cave, chi ha avuto la fortuna di arrivare con la luce ha allestito delle tende rimediate. Gli altri si sono sdraiati senza neppure un riparo. In mezzo ai loro stessi escrementi, all’immondizia, all’urina, alle bottiglie di plastica, ai residui di cibo. Sulla banchina, intanto, il reimbarco si sta concludendo. Quando capiscono che è finita la loro avventura nell’isola, la tensione si scioglie e urlano: “Goodbye Lampedusa!”.

Salutano, si sbracciano, mandano baci. E poi, illuminati appena dalle luci della nave che li sta rimbarcando, si mettono a cantare. Tutti insieme. Sempre più voci, come se lo avessero concordato. Una litania che assomiglia a qualcosa di ipnotico. Ma molto armonico. Nessuno sa che si apre per loro un altro centro temporaneo, a Manduria: un’altra avventura. Molti cercheranno di raggiungere la Francia, come ti confidano quando superano l’iniziale diffidenza. Intanto, dall’altra parte dell’isola, al molo vecchio, sono arrivati altri due barconi: 200 clandestini, una sola donna. Tunisini. E il copione è lo stesso. Gli agenti della Guardia di Finanza comunicano: “Al centro di accoglienza non c’è più posto, arrangiatevi”. Ma poi, più tardi, arrivano Polizia e Protezione Civile e li caricano su una nave. Dove li portano? «Al centro di Manduria, in Puglia». «No, dall’altro capo dell’isola».

E si riparte da zero.
 

paola.bacchiddu@linkiesta.it