C’è un’Africa che cresce e la Cina se n’è accorta

C’è un’Africa che cresce e la Cina se n’è accorta

Nell’aprile del 2010 Shanta Devarajan, chief economist per l’Africa della Banca Mondiale, dichiarava che «potremmo essere alle soglie di quello che la storia chiamerà il decennio africano». Oggi, a distanza di quasi un anno, Devarajan è ancora più ottimista: «Se guardiamo ai fatti degli ultimi dodici mesi, vediamo che in realtà la crescita di molti Paesi africani sta accelerando». Tutto sembra dargli ragione. Secondo il Fmi nel 2010 il Pil dell’intera Africa subsahariana è aumentato del 5%, contro il +2,8% del 2009. Quest’anno Paesi a basso reddito come il Ghana, l’Etiopia, il Mozambico, la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo dovrebbero crescere a ritmi impressionanti, superiori a quelli di Paesi altrettanto poveri dell’Asia o dell’America latina come il Vietnam o la Bolivia.

Un vero “miracolo africano”, di cui gli esperti avevano intravisto i primi segni già anni fa. «L’economia dell’Africa subsahariana nel suo complesso ha fatto molto bene, soprattutto nel decennio precedente alla crisi economica globale – dice a Linkiesta Devarajan – E la cosa importante è che a differenza dei precedenti periodi di crescita, questa volta la crescita è stata ampiamente condivisa. Ventidue Paesi non esportatori di petrolio sono cresciuti più del 4% l’anno dal 1998 al 2008».

Tra questi Paesi spicca l’Uganda. Dall’inizio del secolo il tasso di incremento annuo del suo Pil non è mai sceso sotto il 5%, neanche quando infuriava la bufera della recessione mondiale; quest’anno dovrebbe superare il 6%. Il boom ha diverse cause, inclusa la corsa dei prezzi delle commodity. Infatti l’Uganda esporta caffè, pesce, fiori, the e altri prodotti agricoli. Di recente sono stati scoperti pure immensi giacimenti petroliferi, che hanno destato grande interesse sia in Occidente sia in Asia. Un ruolo rilevante nello sviluppo ugandese l’hanno poi giocato migliori politiche macroeconomiche, i massicci investimenti nel settore delle infrastrutture e una classe media dinamica.

Ma in Uganda non sono tutte rose e fiori. È in corso un’esplosione demografica (metà dei 33 milioni di abitanti hanno meno di 15 anni), e moltissimi ugandesi vivono ancora in condizioni di miseria. Dal 1986 a Kampala regna senza interruzioni lo spregiudicato presidente Yoweri Museveni, che di recente ha incassato una controversa riconferma elettorale. «Molti ugandesi credono che Museveni abbia “rubato” un’altra elezione – spiega a Linkiesta Steve McDonald, del Woodrow Wilson International Center for Scholars. Secondo McDonald, che ha trascorso 40 anni vivendo e occupandosi di Africa, «l’economia è migliorata moltissimo sotto Museveni, un fatto largamente riconosciuto dalla maggioranza degli ugandesi, ma corruzione e clientelismo restano forti, generando così molte preoccupazioni su cosa accadrà alle inaspettate entrate petrolifere».

Se l’Uganda corre, il confinante Kenya, principale economia dell’intera Africa orientale, cerca di non rimanere indietro. Quest’anno l’incremento del suo Pil è stimato dal Fmi intorno al 6%. Motore della crescita sono i consumi interni, grazie anche a una classe media in espansione. Non a caso il Kenya è il maggior hub commerciale e finanziario della regione, come dimostra l’importanza del porto di Mombasa e della borsa di Nairobi.  Pure qui abbondano però i problemi tipici di molte nazioni in via di sviluppo: povertà, disoccupazione, illegalità diffusa, divisioni etniche e regionali.  «Il Kenya ha un divario di redditi che è uno dei peggiori del mondo» sottolinea Binyavanga Wainaina, giornalista e scrittore keniota, tra i fondatori della rivista letteraria “Kwani?”. Si dice però molto ottimista sul futuro della sua patria: «Tutto quello che è accaduto negli ultimi quindici anni dimostra che si tratta di un Paese che sta cambiando molto, molto rapidamente. E il cambiamento è venuto tutto dal basso, dalla gente».

Un’altra economia vitale è quella etiope. Negli ultimi anni Addis Abeba ha beneficiato del rincaro dei prezzi delle commodity, dato che esporta soprattutto caffè, bestiame, semi oleosi. I principali sbocchi sono i mercati occidentali, arabi e asiatici: nel 2009 Pechino è stato il primo partner commerciale. Quest’anno il Pil etiope dovrebbe aumentare di oltre l’8%, e tra il 2004 e il 2008 non è mai cresciuto meno dell’11%. Gran parte di tale successo è stato alimentato dagli investimenti pubblici, spesso sovvenzionati dai cinesi. Nel 2009, per esempio, Pechino ha stanziato 350 milioni di dollari per la costruzione di un’autostrada di 79 chilometri da Addis Abeba a Nazret, centro di transito a sud-est della capitale.
Agli investitori stranieri il dinamismo dell’Africa orientale non è certo sfuggito. Nella regione il peso economico degli ex colonizzatori europei, specie britannici, resta forte. Tuttavia l’importanza delle imprese asiatiche è crescente.

Grandi gruppi indiani come la Bharti airtel e la Essar puntano molto sul locale boom delle telecomunicazioni, e a ragione: basti pensare che in Kenya il principale contribuente è la compagnia di telefonia mobile Safaricom. Ancora più attivi i cinesi. Pechino vede nel Kenya la porta d’accesso alle immense risorse naturali della regione, “l’ultima frontiera idrocarburica del continente” secondo il Financial Times. Non a caso sarebbe già ora, secondo alcune stime, il maggiore investitore della regione.

In realtà la Cina è sempre più presente in tutto il continente, tanto da far gridare al “nuovo colonialismo” (copyright dell’ex segretario agli esteri britannico Jack Straw). Altri preferiscono invece parlare di “Cinafrica”. Secondo stime molto approssimative oggi sarebbero circa un milione i cinesi residenti in Africa. E il commercio tra la Repubblica Popolare e l’Africa ha superato lo scorso anno i 100 miliardi di dollari, contro i 6 miliardi del 1999.

Molti cinesi vanno in Africa solo per fare buoni affari, proprio come i connazionali che invece optano per l’Europa o gli Usa. E se è vero che è la fame di materie prime a spingere nel continente colossi di stato come la Cnooc, è anche vero che Pechino è sempre stata attenta a evitare ogni ingerenza nella politica interna dei propri partner africani, almeno finora. Per quanto deprecabile possa risultare talvolta questa pratica (si pensi al feeling tra la Cina e il Sudan di Omar al-Bashir), essa è l’opposto del colonialismo.

Peraltro gli africani stravedono per i cinesi (con qualche eccezione). Giudicano la Repubblica Popolare un modello da seguire: una nazione molto povera e popolosa che con le proprie forze è riuscita a diventare molto ricca. E in cambio delle loro materie prime ottengono investimenti e prestiti ingenti. Il Ghana, ad esempio, ha ricevuto dalle banche statali cinesi finanziamenti per oltre 14 miliardi di dollari. Tra le democrazie più promettenti d’Africa, il Paese è il secondo produttore mondiale di cacao, e l’ottavo di oro, ma da pochi mesi ha iniziato a esportare pure petrolio. Quest’anno il suo Pil dovrebbe crescere, secondo le stime del Fmi, di oltre il 9%, un risultato che si commenta da solo.

Il petro-Stato per eccellenza resta però la Nigeria, primo produttore africano di greggio. Abuja avrebbe tutte le carte in regola per diventare, in un futuro più o meno prossimo, una vera potenza continentale: una popolazione enorme e giovane (oltre 150 milioni di persone, che saranno 260 nel 2050); abbondanti ricchezze naturali; un indiscusso appeal panafricano. Purtroppo corruzione e clientelismo diffusi, instabilità e gravi divisioni etnico-religiose frenano lo sviluppo di un colosso che comunque quest’anno, complice il caro-greggio, dovrebbe crescere di oltre il 7%.

Se c’è in Africa un Paese ancora più dipendente dal greggio, è l’Angola. Il suo export petrolifero tallona quello nigeriano, e nella prima metà del 2009 è finito per il 31% negli Usa e per il 29% in Cina. Con i prezzi del barile alle stelle, l’ex colonia portoghese è in pieno boom. Luanda, la capitale, è tutta un cantiere. Imprenditori di ogni nazionalità affollano hotel e ristoranti. E in un Portogallo stritolato dalla recessione, i laureati senza lavoro fanno la fila per emigrare nell’ex colonia. Ma non è tutto oro (nero) quel che luccica. 

In Angola ci sono infatti due economie: c’è il settore petrolifero, molto ben gestito e molto ricco. E poi c’è il resto dell’economia, che con l’esclusione del business diamantifero è poco competitiva, ed è incentrata su agricoltura e pesca.
La classe dirigente angolana ha le sue responsabilità: secondo l’Ibrahim Index of African Governance (2010), l’Angola è tra gli Stati africani peggio amministrati. Molto meglio fa il Sudafrica, al quinto posto, e il Botswana, al terzo. Pur essendo un Paese arido e senza sbocchi sul mare, il Botswana ha saputo ben gestire le sue ricchezze minerarie (soprattutto diamanti), tanto è vero che a parità di potere d’acquisto il suo reddito pro capite è superiore a quello turco. Naturalmente i cinesi sono attivissimi anche qui: a novembre, per esempio, i due Paesi hanno stipulato importanti accordi di cooperazione tecnica ed economica.
Nel suo insieme l’Africa meridionale appare come il maggior polo di sviluppo a sud del Sahara. In realtà la parte del leone la fa il Sudafrica: con il suo Pil da 360 miliardi di dollari (quanto quello austriaco, più di quello danese) è la prima economia continentale. Le nuove potenze, consce di ciò, stanno forgiando legami sempre più stretti con Pretoria: ne è una prova il forum trilaterale per la cooperazione “India-Brazil-South Africa initiative” (Ibsa), o il fatto che Pechino abbia invitato il Sudafrica a partecipare al prossimo summit dei Bric (acronimo che indica Brasile, Russia, India e Cina). 

Per il professor Harry Zarenda, a capo della School of Economic and Business Sciences dell’Università del Witwatersrand (Johannesburg), i punti di forza del Sudafrica sono vari: dal settore finanziario, «sviluppato e affermato», al «basso livello di inflazione»; dalla «ragionevole stabilità politica», alla «natura diversificata dell’economia», «meno dipendente (rispetto ad altri Paesi africani) dalle materie prime come sola fonte di crescita». Le debolezze del Sudafrica però sono tante, inclusi gli «alti livelli di disoccupazione e di criminalità» e «un livello medio di istruzione sconvolgemente basso». Effettivamente ogni quattro cittadini in età lavorativa uno è disoccupato, un dato allarmante quasi quanto l’entità della popolazione carceraria sudafricana: circa 164.000 persone, abbastanza da far conquistare alla Nazione arcobaleno il nono posto nella classifica mondiale.
Le stesse infrastrutture sudafricane, pur «ragionevolmente buone (per gli standard africani)», e pur fungendo da «porta d’ingresso agli altri Paesi africani», hanno «un disperato bisogno di ammodernamenti e manutenzione».

Inoltre il relativo grado di sviluppo dell’economia sudafricana può essere un problema per i suoi partner. Zarenda conferma: «Benchè l’Angola (grazie al boom petrolifero) e il Botswana (grazie a quello dei diamanti) abbiano alti tassi di crescita, la regione non può essere considerata veramente dinamica, ed è enorme la preoccupazione che la dominazione regionale sudafricana conduca alla de-industrializzazione e a una maggior povertà nei Paesi vicini». Complessivamente Devarajan è convinto che l’Africa «sperimenterà un periodo di rapida crescita». Esistono però, secondo lui, almeno due grandi rischi. Il primo è esogeno: un nuovo calo o una lunga fase di stagnazione dell’economia globale avrebbe effetti negativi sul continente. Il secondo è endogeno, ed è il rischio che si verifichino nei Paesi africani gravi episodi di conflitto politico e violenza.

Tra le sfide che l’Africa deve affrontare ci sono poi, secondo McDonald, «la mancanza di infrastrutture per far arrivare i beni al mercato», «le barriere commerciali e doganali» all’interno del continente stesso, «i sussidi agricoli americani ed europei alla produzione domestica, che rendono l’Africa non competitiva», «la corruzione e una cattiva governance». Un’altra grande sfida è quella ricordata a Linkiesta dall’ambasciatore statunitense presso l’Unione Africana (UA), Michael A. Battle: «La mortalità materna e infantile nell’Africa subsahariana rimane inaccettabilmente alta. Il 60% di tutte le morti materne del mondo avviene in Africa. Anche se sono stati compiuti dei progressi negli ultimi anni, è necessario un impegno costante per impedire l’inutile morte di donne e bambini». Sempre secondo l’ambasciatore, «il mondo non può e non deve determinare il destino dell’Africa. Tuttavia la comunità mondiale può e deve cooperare con il continente e i suoi leader democraticamente e costituzionalmente eletti nella realizzazione dell’Africa immaginata dalla UA come integrata, prospera e pacifica; un’Africa guidata dai suoi cittadini, forza dinamica sull’arena globale».  

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