I danni all’ambiente restano, i manager pure

I danni all’ambiente restano, i manager pure

Niente harakiri per Masataka Shimizu. Il mistero sul presunto suicidio del presidente di Tepco, la società che gestisce la centrale nucleare di Fukushima, si è apparentemente risolto stamani (alle 6 ora italiana): Kyodo News, la principale agenzia stampa nipponica, ha spiegato che il manager è ricoverato in ospedale per ipertensione. I dubbi sulle ragioni del ricovero, nel Sol Levante, rimangono e continuano a circolare.

Il destino del 66enne di Tokyo, le cui dimissioni sono date per scontate, non è il solo ad essere macchiato per sempre dalla mala gestione di un disastro naturale. Andando a ritroso negli ultimi dieci anni, i nomi che saltano in mente sono quello di Tony Hayward, ex amministratore delegato di British Petroleum, la compagnia petrolifera responsabile della marea nera che esattamente un anno fa rendeva sterili le delicate paludi costiere di una Lousiana che aveva appena rialzato la testa dopo l’uragano Katrina, e Brett Montgomery. Nome sconosciuto ai più, l’ex capo della Esmeralda Exploration, società australiana che, in joint venture la Remin, società del governo rumeno, gestiva la miniera d’oro di Baia Mare, al nord del Paese, vicino al confine con l’Ungheria. Nel 2000, una breccia nella diga vicino agli impianti causò lo sversamento di 100 milioni di tonnellate di cianuro (utilizzato per purificare l’oro dagli altri metalli) nelle acque del Tibisco, un affluente del Danubio, arrivando fino al Mar Nero. Le cronache dell’epoca ricordano come nella sola Ungheria, in un mese, furono pescate 400 tonnellate di pesci morti, mentre i biologi affermarono che sarebbero stati necessari 20 anni per per ristabilire il delicato equilibrio nell’ecosistema del signore dei fiumi europei.

Il dramma di Chernobyl, a cui tutte queste tragedie sono state paragonate, sembra un termine di confronto appropriato solo nella misura in cui i responsabili hanno cercato di minimizzare l’accaduto. Motivo per il quale, oltre all’evidente danno economico per le rispettive società, tutte quotate in borsa all’epoca dei fatti, sono stati cacciati dai posti di comando, seppure con qualche incomprensibile eccezione.

La carriera di Masataka Shimizu alla Tokyo Electric Power Company comincia nel 1968, negli anni in cui, negli Stati Uniti, nasceva il movimento antinuclearista. Un cursus honorum che inizia da responsabile dell’indotto fino ai piani alti del top management, nel 2004, e la vicepresidenza, nel 2006. Il gradino più alto lo conquista nel giogno 2008, un periodo non facile per la compagnia, bisognosa di un rilancio d’immagine dopo che un altro terremoto aveva danneggiato, senza conseguenze radioattive, i reattori di Kashiwazaki Kariwa, i più grandi del Paese. Oggi, è il responsabile di 29 miliardi di dollari di capitalizzazione bruciati da Tepco dal giorno zero del sisma. La sua filosofia manageriale è ispirata a un motto Zen che suona così: «fai sempre attenzione a ciò che hai sotto i piedi». Attualmente, le macerie di un Paese e di un’azienda talmente indebitata che l’unica via d’uscita sembra la statalizzazione. La colpa di Shimizu, malato, è di aver chiesto scusa al Paese troppo tardi, e di aver mentito sui livelli reali di contaminazione nelle aree adiacenti al sito di Fukushima. Sebbene non abbia deciso di compiere quello che nella cultura giapponese viene considerato un «atto dovuto» in caso di fallimento, le sue dimissioni sono quantomeno scontate.

Simile nella forma, ma più controversa l’uscita di scena del rampante Tony Hayward da amministratore delegato della British Petroleum. Classe 1957, Hayward rassegnò le dimissioni lo scorso luglio, dopo tre anni al timone della principale compagnia petrolifera inglese. Anche in questo caso, l’iter professionale è tutto interno a Bp: di formazione geologo, entra in azienda nel 1982, diventa direttore della divisione legata alle esplorazioni, poi responsabile per il Venezuela negli anni ’90 e tesoriere dal 2000. Un passaggio da consulente nel board Citigroup, nel distretto finanziario londinese, e nel board europeo delle acciaierie Tata, la società guidata dal magnate indiano Ratan Tata (che siede nel board di Fiat) come direttore non esecutivo impreziosiscono il suo curriculum. La vera svolta, tuttavia, è l’ingresso nel Charter management institute, potente lobby fondata negli anni ’40 allo scopo di implementare le capacità dei decision maker sudditi della corona britannica. Anche stavolta, il cambio al vertice della Bp seguì un esplosione in uno stabilimento Texano che nel 2006 uccise 15 persone. E nuovamente, nei giorni in cui falla della piattaforma Deepwater Horizon riversava nell’oceano l’equivalente di 100mila barili al giorno, il primo comandamento fu negare l’evidenza. In un’intervista rilasciata al Guardian il 14 maggio 2010, dopo circa un mese dall’incidente al largo del Golfo del Messico, Hayward disse che il danno era «relativamente modesto», salvo ricredersi 15 giorni dopo, parlando di «disastro ambientale senza precedenti» ai microfoni della Cnn. Il petrolio continuò a fuoriuscire dalle tubature danneggiate della Deepwater fino a metà luglio, e i costi di pulitura delle coste statunitensi arrivarono a toccare, lo scorso settembre, la cifra di 10 miliardi di dollari. Esclusi dal calcolo, non essendo ancora finiti i processi, i risarcimenti che la Bp dovrà pagare agli abitanti e all’amministrazione Usa, ma le stime parlano di altri 20 miliardi di dollari (14 miliardi di euro circa). Oggi, le azioni della compagnia valgono 464 pound (527 euro) rispetto ai 644 del 20 aprile scorso.

Per il disastro di Baia Mare, la Esmeralda Exploration venne sospesa dalle contrattazioni presso la borsa australiana nel 2001, e messa in amministrazione controllata. Per poi essere riammessa sulla piazza di Sydney il 28 maggio 2002, con il nome di Eurogold Limited. Andando a spulciare gli organi societari, ritroviamo come direttore non esecutivo proprio Brett Montgomery, il capo dell’allora Esmeralda Exploration che disse alla Bbc: «Sono piuttosto scettico sullee rimostranze del governo ungherese». Al Pais, l’allora ministro degli Esteri rumeno diede la colpa alle abbondanti piogge che ruppero la diga che conteneva le acque residue della lavorazione aurifera, ma la spiegazione fu criticata da più parti. Jugoslavia e Ungheria chiesero un risarcimento di 200 miliardi di vecchie lire, e si annunciarono rinforzi operativi all’Agenzia internazionale per la protezione del Danubio, operativa dal 1998, che avrebbe dovuto monitorare il bacino. Intanto, nonostante il ruolo non operativo, Montgomery è ancora al suo posto.