I tagli fanno bene a L’Espresso

I tagli fanno bene a L’Espresso

Dei tre principali gruppi editoriali, L’Espresso è quello che gode del migliore stato di salute. È passato attraverso la contrazione del 2009 senza registrare perdite e il debito, alla fine di quest’anno, dovrebbe essere inferiore all’ Ebitda. Non c’è una crescita nei ricavi, ma le misure di taglio dei costi prese negli ultimi 3 anni dovrebbero tradursi in un miglioramento del margine dell’Ebitda, che passa dal 12,1% del 2009 a circa il 16% nel 2010. Il ritorno sul capitale investito è ammontato in media a un po’ oltre il 10%, dal 2002 fino al 2009, periodo durante il quale ci sono state 2 recessioni, e malgrado il pagamento di un’aliquota d’imposta media del 50 per cento. Nell’ipotesi che il mondo resti così com’è, mi sentirei piuttosto sicuro investendo nel Gruppo, ma, purtroppo, è invece previsto un cambiamento considerevole.

Ma cambierà davvero? La gente vuole ancora informazione e intrattenimento, cose che un giornale non smetterà di fornire. Sarebbe sbagliato considerare la cessione della versione stampata di Seat Pagine Gialle un presagio dell’eliminazione di qualunque cosa sia mai stata messa su carta. Google è un motore di ricerca, le Pagine Gialle sono un modo di cercare delle cose. Google non ha inventato un nuovo concetto rivoluzionario, ma semplicemente un modo più pratico, efficiente e più articolato di farlo. Se guardo l’iPad, non vedo nulla che possa fare in modo esclusivo, pur disponendo di una notevole vasta gamma di funzioni in un singolo oggetto. Se non ci fosse nulla di divertente da fare con un iPad, nessuno lo comprerebbe. Il passaggio dal passaparola a un giornale ha cambiato le notizie? No, si è trattato semplicemente di un’evoluzione nel modo di riportarle.
 

Allora chi davvero sfiderà i giornali attuali? Almeno a breve termine, si tratta di una possibilità alquanto remota. Allo stato attuale, L’Espresso ha oltre 1000 giornalisti, che si occupano di politica, attualità, sport, arte, riviste e corrispondenti in giro per il mondo e in tutta Italia. Non c’è modo che una nuova impresa possa competere. Il problema per i giornali non è tanto quello della competitività quanto piuttosto quello di trovare il modo di far soldi dalla transizione al digitale. Alcuni, come Google, ci riusciranno, altri, come Seat Pagine Gialle, non avranno le risorse o l’inventiva, o saranno troppo attaccati al vecchio modello. Prima o poi, però, inizieremo a pagare per avere le notizie, vuoi attraverso un abbonamento vuoi attraverso la pubblicità, per il semplice motivo che se non lo facciamo, come possono permettersi di pagare tutti questi giornalisti per fornire tali informazioni in modo breve e conciso? Volete davvero passare il vostro tempo a guardare ogni minuto di un dibattito politico alla Camera, ogni trasmissione dal vivo trasmessa da Al-Jazeera, ogni incontro di calcio, ogni movimento di ogni Borsa, visitare tutti i musei e tutte le mete turistiche? O, in un modo o nell’altro, volete ancora pagare per un giornale online?
 

La lezione per L’Espresso e per i giornali in generale dovrebbe essere che essi dispongono e controllano un’enorme quantità di informazione e intrattenimento, per cui il pubblico è disposto a pagare, non in una veste tradizionale e che, forse, il pubblico non sta guardando al valore di queste informazioni nello stesso modo in cui i giornali attribuiscono loro un prezzo. Ovverossia, mentre pensano che il pubblico compri il giornale per i bei servizi di approfondimento sulla politica italiana e che ci sia quindi bisogno di un gran numero di giornalisti a Roma, la gente può in realtà comprare i quotidiani per motivi completamente diversi. L’avvento di internet, sul lungo termine, li costringerà a fare i conti con questa discrepanza, perché coloro che forniranno il prodotto che la gente vuole, al giusto prezzo, prospereranno, abbandonando per sempre il vecchio modello di determinazione del prezzo.

* analista indipendente

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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