Storia MinimaIl federalista Cattaneo trasformato in fiera di paese

Il federalista Cattaneo trasformato in fiera di paese

In questi anni è risuonato a lungo il nome di Carlo Cattaneo come il profeta che attendeva solo che qualcuno lo adottasse. Come spesso capita, gli adottati non si scelgono i propri genitori e dunque è capitata a Cattaneo una sorte che ne ha ripetuto la condizione: quella dell’individuo spesso citato, letto poco e compreso ancor meno. Dunque Carlo Cattaneo e il tema del federalismo. La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, è il saggio che il patriota pubblica nel 1858 ed è il testo su cui si è costruito gran parte dell’apologetica federalista. Ma il suo contenuto non è un trattato di politica e quel testo chiede che si abbia una visione dell’economia.

In federalismo non è un principio ordinatore, ma è un modo per pensare lo sviluppo all’interno di una rete, non per esaltare i propri valori paesani. Partiamo da un primo dato di giudizio sull’economia. Cattaneo distingue ciò che chiama fisica della ricchezza (fondata sulle tre fonti della produzione: natura, lavoro, capitale) e l’intelligenza e la volontà che fondano la psicologia della ricchezza. La distinzione serve al politico nato a Milano per dire che è proprio questo quarto fattore (l’intelligenza) debba essere posto al centro dell’analisi per spiegare il complesso dell’economia. Scrive Cattaneo nel 1836 – nel lungo rapporto sulla ferrovia Milano-Venezia dal titolo Ricerche sul progetto di una strada di ferro da Milano a Venezia – «le nostre città sono il centro antico di tutte le comunicazioni di una larga e popolosa provincia; vi fanno capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il cuore nel sistema delle vene; sono termine cui si dirigono i consumi, e da cui si diramano le industrie e i capitali; sono un punto d’intersezione o piuttosto un centro di gravità che non si può far cadere su di un altro punto preso ad arbitrio».

È quest’aspetto che Cattaneo sottolinea ne La città secondo un doppio registro: da una parte come principio filosofico-culturale in grado di spiegare una storia lunga; dall’altro secondo un principio etico-politico, per ritrovare nel passato della storia italiana un nesso unitario in grado di conferire forza persuasiva al mito dell’unità e dell’indipendenza nazionale. La città, nella storia italiana, rinvia alla definizione di una rete e, a differenza di ciò che avviene nell’Europa occidentale e ha una sua specificità proprio nel Basso Medioevo nel momento di rilancio e di ripresa della rete urbana in Europa. In questo senso, per Cattaneo, la città appare come un «attore storico» per studiare i due concetti essenziali su cui misurare la sua storia: da una parte l’idea di sito – ovvero il «quadro topografico ove la città, in quanto maglia di edifizi e di vie, si è stabilita alle sue origini e si è dilatata poi» – dall’altra quello di regionalità intesa come relazione di ogni insediamento urbano con le situazioni e i fenomeni di disparata natura (ambientale, economica, culturale, amministrativa, demografica).

Il testo di Cattaneo non si segnala solo per questo, ma anche per l’individuazione della crisi di quel processo che egli colloca alle soglie del Rinascimento, in una situazione politica in cui la mancata «unione dei municipi» non aveva prodotto la sopravvivenza per quel tipo di civilizzazione economica. Ciò che si era prodotto, invece, era la storia di un’altra città: quell’aristocratico-patrizia. Per questo il principio non era il federalismo, ovvero l’assetto istituzionale, ma l’intreccio tra forma del governo e attori economici attivi sul territorio. Il federalismo in questo senso era il segnale di un processo fallito, ma non la condicio sine qua non del successo. Era la premessa e la sua non realizzazione era segno del malessere. Superare quel malessere non è conseguente all’adozione di un kit istituzionale. Per una dimostrazione è sufficiente considerare le pagine che Cattaneo dedica alla questione dello sviluppo della rete ferroviaria nel 1836, venti anni prima di scrivere il suo saggio sulla città.

In quel testo il tema è quale linea convenga costruire e se sia consigliabile seguire un tracciato economico negli investimenti disposto lungo un percorso poco abitato, o se invece quel tracciato non sia un altro modo di stabilire un patto, un foedus tra cittadini e luoghi, dove caratteristico diventa la rete, lo stimolo allo spostamento non solo di merci, ma di uomini. Cattaneo è per questa seconda soluzione perché la rete ferroviaria non è un investimento in sé, ma un pretesto per pensare un movimento collettivo d’individui, di economie, di merci. Ovvero la costruzione di una rete vasta e articolata, un sistema, non una somma di «piccole patrie» o di «liberi comuni». In quel caso dunque il principio dell’utile non era legato al risparmio, ma a quello del modello di sviluppo in rete che si voleva perseguire e l’obiettivo era la riattivazione di un sistema complesso. Una linea alta avrebbe connesso Milano a Brescia, a Verona a Vicenza a Padova, una linea bassa parallela al sistema dei fiumi, avrebbe avuto meno costi e sarebbe stata realizzata in tempo più celere, ma non avrebbe favorito la connessione dei territori.

È lo stesso tema che Cattaneo ripropone 30 anni dopo, nel 1863, quando riflette sulla ferrovia del Gottardo e poi nel 1865 quando scrive una lettera aperta ai genovesi sulla linea ferroviaria tra Alpi e Centro dell’Europa e dove pone il problema di un sistema di collegamento europeo capace di ragionare sulle dorsali Nord-Sud e Ovest-Est. Se non apparisse forzato – ma è la cronaca di questi giorni a dirlo – è lo stesso problema legato all’«occasione Expo» come costruzione della città metropolitana con asse Milano che non sa se guardare verso Est o verso Ovest. Ecco dove torna attuale Cattaneo. In merito a un’idea di sviluppo. Che qui non si vede e che nessuno discute e che conferma, ancora una volta, la sua scarsa fortuna.

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