Il Sole fa perdere 100 milioni a 27 mila famiglie

Il Sole fa perdere 100 milioni a 27 mila famiglie

La confusione è grande sotto il Sole, e la situazione è tutt’altro che eccellente per il quotidiano della Confindustria. A memoria degli anziani del giornale Gianni Riotta è il primo direttore del Sole 24 Ore ad avere incassato la sfiducia largamente maggioritaria (171 voti su 244 votanti) dei suoi giornalisti. Il bilancio 2010 si è chiuso con una perdita netta di 40 milioni (52 milioni nel 2009).

Nel “giornale dei padroni”, come veniva una volta chiamato il Sole, il paradosso è che è toccato ai dipendenti preoccuparsi per primi, nelle parole del comitato di redazione, «della conduzione del giornale alla luce dei risultati conseguiti negli ultimi venti mesi», che hanno visto crollare le copie vendute a 256 mila copie (vendite in edicola più abbonamenti a pagamento, v. dati Ads colonna L ) dalle 313 mila copie vendute ad aprile 2009, mese in cui si è insediato Riotta. Al contrario, il consiglio di amministrazione è rimasto paralizzato per mesi dalle divisioni tra fazioni di potere a monte della catena di controllo.

L’altro paradosso è che, da quando il Sole 24 Ore ha debuttato in Borsa, le dinamiche fra proprietà e gestione sono diventate progressivamente più simili a quelle della Rizzoli-Corriere della Sera, il “salotto” per antonomasia del potere economico italiano: assenza di una chiara direzione strategica e decisioni aziendali in preda agli umori, alle liti e ai molteplici e divergenti interessi degli azionisti di riferimento. Inclusa l’estenuante impasse sulla sostituzione di Riotta che è stato voluto dall’attuale presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, e che da ultimo è stato appoggiato tatticamente dalla cordata che ruota attorno a Luca Cordero di Montezemolo, presidente dell’associazione dal 2004 al 2008 e avversario dell’imprenditrice mantovana. Fino all’annuncio ufficiale delle dimissioni, comunicato via Twitter dallo stesso giornalista poco dopo le 19 di oggi.

In tre anni il titolo ha perso circa 4 euro e 40 centesimi. Per i 26.950 risparmiatori che lo avevano comprato al momento del collocamento una perdita complessiva di quasi 100 milioni di euro, frutto delle diatribe all’interno del “partito dei padroni”, come Confindustria è stata ribattezzata in un libro di recente pubblicazione. Le tensioni fra giornalisti e direzione, da un lato, e le perdite gestionali, dall’altro, sono diventate moneta da spendere nella partita per il rinnovo dei vertici dell’associazione degli imprenditori. Il mandato Marcegaglia scade a metà 2012, ma la prossima assemblea annuale, prevista entro il 31 maggio, sarà l’ultima alla quale parteciperà nel pieno dei suoi poteri.

Intanto, all’interno dell’associazione, le posizioni si vanno facendo più articolate. Non è un caso che all’indomani della sfiducia a Riotta, molti industriali abbiano rispolverato le inconsuete dichiarazioni rilasciate quasi un anno fa da Aurelio Regina, al momento dell’ingresso nel consiglio di amministrazione del Sole. «Il futuro, e lo sa anche il direttore Riotta, dovrà essere diverso… Il giornale deve riscoprire il giornalismo investigativo mantenendo un ruolo di assoluta indipendenza sia verso all’esterno ma anche all’interno di Confindustria», aveva detto al Foglio l’astro nascente della Confindustria, uomo vicino a Montezemolo del quale è socio nella Manifatture Sigaro Toscano.

Promotore dell’unificazione delle associazioni provinciali della Confindustria del Lazio in Unindustria, Regina viene indicato da più parti come uno dei principali candidati per la successione della Marcegaglia, sostenuto oltre che da Montezemolo anche da Luigi Abete, imprenditore del ramo stamperie, presidente della Bnl, nonché consigliere del Sole 24 Ore spa, anche lui ex presidente di Confindustria.

Se mai Regina venisse eletto, sarebbe la perfetta chiusura del cerchio: l’asse del potere tornerebbe nuovamente all’interno del clan dei montezemoliani. Per inciso, un altro imprenditore della stessa cordata, Diego Della Valle, patron della Tod’s e grande socio della Rcs, sta facendo da testa d’ariete per cambiare gli equilibri in Via Solferino. Montezemolo, peraltro, fu il grande sponsor della quotazione del Sole, decisa in extremis dall’assemblea del maggio 2007, giusto un anno prima dell’elezione della Marcegaglia. Un via libera strappato a fatica, come ha recentemente ricordato a quest’ultima Montezemolo in un un battibecco a distanza: «Siamo riusciti a realizzare il collocamento malgrado molti, tra cui l’attuale presidente di Confindustria, a quel tempo fossero se non contrari, molto scettici». Contrario alla quotazione era invece Antonio D’Amato, ex numero uno di Confindustria, che durante la sua presidenza (2000-2004) aveva accantonato il progetto Ipo (offerta pubblica iniziale). Scettici o molto prudenti erano i “lombardi”, dall’imprenditrice Diana Bracco, oggi presidente di Assolombarda, a Fedele Confalonieri di Mediaset, contrarissimo pure Giorgio Squinzi (Federchimica). Probabile antagonista di Regina alla successione di Marcegaglia, Squinzi avversava l’Ipo perché, riferiva il Corriere della Sera, «giudica il piano industriale presentato finora confuso, perché teme che sia il cancello per l’ingresso dei soliti noti e perché paventa il flop di Borsa». Timori che non erano poi così infondati. Tra i favorevoli, invece, Carlo De Benedetti, Paolo Scaroni (a.d. di Eni), Vittorio Merloni.

Quanto a Montezemolo, lui la Borsa l’aveva fortemente voluta fin dal lontano 2004. Innanzitutto, per ragioni di portafoglio. In soldoni, l’operazione puntava a reperire risorse fresche: senza le quali «oggi la situazione del Sole sarebbe molto difficile, per non dire peggio». Da un punto di vista reputazionale, poi, la quotazione avrebbe guadagnato alla presidenza Montezemolo il merito di portare il Sole in Borsa, affrancandolo dalla storica dipendenza dai “padroni”. Peccato, però, che oltre il 60% del ricavato della quotazione sia arrivato dalle tasche di 27 mila famiglie. Poco o nulla interessate alle beghe di potere dell’associazione, ma che sulla serietà di quest’ultima hanno fatto affidamento. Il risultato è che, in poco più di tre anni, il loro investimento ha perso tre quarti del valore di partenza.

Oggi i montezemoliani sono ben pronti a prendersi il merito dell’operazione Piazza Affari, però lasciano di buon grado all’avversaria Marcegaglia la responsabilità dell’andamento del business post- quotazione. E questo nonostante alcune scelte risultate decisive nella perdita di valore del titolo (in particolare la massiccia politica di acquisizioni, fra cui Gpp) siano maturate proprio nel pieno della presidenza Montezemolo. Compresa la nomina dell’amministratore delegato, oggi al capezzale dell’immobiliare Risanamento, Claudio Calabi. Un manager scelto per traghettare il Sole a Piazza Affari, nonostante che sulla sua esperienza alla Rcs, finita nel 2001 «per motivi personali», fosse caduta, qualche tempo dopo, la tegola di una sanzione della Consob francese per un incidente di insider trading, chiuso senza risvolti penali e con una multa di 600mila euro.
 

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