Imprevisto francese nel futuro della Parmalat

Imprevisto francese nel futuro della Parmalat

Buon compleanno, Italia. Nel 150esimo dell’Unità, il “sistema Francia” scavalca le Alpi e muove all’attacco, ma con mossa che ricorda certe furbizie italiche. Alla vigilia della scadenza per depositare le candidature al consiglio di amministrazione della Parmalat, Lactalis è uscita allo scoperto. È da anni che periodicamente si parla di un interesse francese per l’azienda di Collecchio. I francesi erano stati tirati in ballo anche di recente dalla stampa e sospettati di un accordo sottobanco con tre fondi esteri che hanno acceso la battaglia, ma i tre investitori hanno subito smentito e presentato un esposto alla Consob

Quando tutto ormai lasciava presagire una battaglia a due, con in fondi esteri da un lato e la cordata italiana promossa da Intesa Sanpaolo dall’altro, ecco che giovedì 17 marzo il gruppo francese ha sparigliato i giochi: detiene una quota dell’11,4% del capitale della Parmalat. Tramite un contratto derivato di equity swap potrebbe inoltre salire fino al 14,28 per cento. La banca che ha fatto da controparte sul derivato è la francese Société Générale. Da questa istituzione proviene il nuovo capo della divisione Corporate & Investment bank di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, alle cui dipendenze lavorava Jerome Kerviel, il traderprotagonista di un buco da 5 miliardi di euro. Con l’aiuto della storica “banca di casa”, dunque, Lactalis ha acquistato direttamente un pacchetto del 7,28% e ha esercitato una parte dell’equity swap (complessivamentesiglato sul 7% del capitale).  

Lactalis è uno dei più grandi operatori mondiali nel settore lattiero-casearioun giro d’affari da 8,5 miliardi  (oltre la metà fuori dalla Francia) – e «intende perseguire lo sviluppo di un progetto industriale di lungo periodo» per la Parmalat. La società, già presente in Italia da 14 anni, è il primo produttore di formaggi sul mercato italiano, avendo acquisito gli storici marchi Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori. Di sé dice che opera «in oltre cento Paesi grazie a Galbani, prima marca di formaggi italiani nel mondo».  

Adesso, inoltre, il colosso francese, che non è quotato ma fa capo alla famiglia Besnier, «ambisce a diventare azionista industriale di riferimento di Parmalat, preservandone l’integrità e valorizzandone competenze e risorse manageriali». Al momento, è stata espressamente esclusa l’ipotesi di Opa, ma la partecipazione potrebbe salire fino sotto il 30 per cento. Fra le pieghe del linguaggio da comunicato, emerge chiaro l’obiettivo: i francesi vogliono assumere il controllo di fatto dell’azienda di Collecchio, ma senza dare soddisfazione agli azionisti di minoranza. Una vera novità rispetto allo stile tenuto finora dalle grandi imprese francesi a Piazza Affari (da Bnl a Edison fino alla recente Opa di Louis Vuitton su Bulgari), che ha garantito un rapporto di cambio più equo fra potere di controllo societario desiderato e prezzo pagato per ottenerlo. Nello stile di mercato i Besnier sembrerebbero invece più simili a Jean Azema della Groupama, l’assicuratore francese che ha tentato di entrare nella sala dei bottoni della Premafin e della controllata Fondiaria-Sai ma ha scelto di tirarsi indietro quando la Consob ha imposto il lancio di una doppia offerta pubblica sulle due società del gruppo Ligresti.

L’azienda fondata da Calisto Tanzi e riportata a nuova vita da Enrico Bondi fa gola per due buone ragioni: la sua taglia di multinazionale di medie dimensioni e la liquidità di 1,4 miliardi di euro. Recuperata grazie al contenzioso aperto da Bondi (prima da commissario straordinario e dal 2005 amministratore delegato) con oltre trenta banche. Di oltre 2 miliardi di risarcimenti, gran parte sono stati transati da banche italiane. All’attuale management viene rimproverato di essere stato un po’ inerte sul piano della crescita, ma nell’ultimo esercizio il risultato della gestione industriale è migliorato 60% rispetto al 2009

Nella lista dei candidati dei tre fondi esteri Zenit, Skagen, Mackenzie, che insieme hanno il 15,3% del capitale,  figura l’ex banchiere Rainer Masera (presidente designato), il manager Massimo Rossi, indicato come capo-azienda temporaneo con l’impegno a trovare un amministratore delegato con esperienza internazionale nel settore alimentare entro due mesi dall’assemblea, e l’ex presidente di Intesa Sanpalo Enrico Salza. Rossi ha ribadito di volere fare di Parmalat «una delle prime cinque società nel suo settore a livello mondiale». Sulle prime la proposta dei tre investitori esteri è stata bollata come tentativo di spolpare una public company. Un sospetto che lunedì scorso, mentre usciva da un incontro pubblico a Torino presso la Fondazione Crt, Salza ha respinto con sdegno («Sono una persona perbene e di parola, non tutti quelli presenti qui possono dire lo stesso», ha risposto a Linkiesta) e ha rivendicato all’iniziativa e alla sua personale candidatura «il vero spirito patriottico». Secondo l’ex banchiere, che ricorda ancora di «essere stato cacciato via a calci da Intesa Sanpaolo», Parmalat resta italiana «non perché è posseduta da italiani ma perché sa crescere nel mondo avendo alle spalle una base e una cultura italiana». Stima confermata verso Bondi, che «è stato bravissimo a fare quello che doveva fare, incluse le cause, ottimo lavoro – ha aggiunto – ma ora la sua missione è conclusa, lui è un ristrutturatore non uno sviluppatore, lui è il primo a saperlo».

Intesa Sanpaolo, intanto, ha confermato la presentazione di una lista capeggiata dall’a.d. uscente Bondi, mettendo da parte le frizioni che nel passato ci sono state fra la banca, che spingeva per far acquisire Granarolo da Parmalat, e il rifiuto del manager di prendere in considerazione l’operazione. Ma forse sul punto qualcosa potrebbe cambiare, visto che la stessa Granarolo viene indicata come possibile soggetto coinvolto. E potrebbe rientrare di nuovo nell’operazione il fondo Charme di Luca Cordero di Montezemolo, l’ex presidente di Confindustria che ha eletto il “fare sistema” a sua missione imprenditoriale. L’amministratore dell’istituto Corrado Passera si poi è speso apertamente in difesa dell’«italianità» della multinazionale emiliana. Non è la prima volta: lo aveva già fatto con l’operazione Alitalia, anche in quell’occasione per fermare un’avance francese. Nel caso di Prada, invece, Passera e il suo braccio destro Gaetano Micciché lavorano per portare il gruppo di moda sulla Borsa di Hong Kong. L’asse fra il manager Bondi e il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, ha poi prodotto una dichiarazione di appoggio politico, dopo il ben più sostanzioso aiuto dato con l’inserimento nel decreto Milleproroghe di una norma che impedisce alla società di distribuire dividendi in misura superiore al 50% degli utili. 

Il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, ha comunicato di essere «molto favorevole» alla cordata nazionale. Parole dette un’ora prima che la notizia di Lactalis deflagrasse, probabilmente nell’illusione che il vincolo giuridico alla formale distribuzione della liquidità fosse bastato a tenere lontani altri investitori. Nella cosiddetta cordata italiana, del resto, non pochi sono convinti che anche la politica debba fare la sua parte. Qualcuno spera in altri interventi del Governo in una direzione “anti-mercatista”. I margini d’azione, però, sono piuttosto stretti, e ormai la partita che si gioca è diventata troppo rilevante a livello europeo e internazionale perché possano essere digerite modifiche in corsa alle regole del gioco.

Secondo osservatori vicini alle vicende, comunque, la strada dei “patrioti” è tutta in salita. Intesa ha ufficialmente il 2,5% del capitale, anche se è plausibile che altri investitori “patrioti” vicini a Passera intervengano a sostegno della lista. La distanza con Lactalis è tuttavia ampia. In aggiunta, ci sarà anche una lista di minoranza, preparata dai fondi italiani nell’ambito di Assogestioni, l’associazione di categoria delle società di gestione. La scelta di voto dei fondi italiani gestiti dalla Eurizon Capital Sgr (gruppo Intesa Sanpaolo) e più in generale di tutti i gestori sarà un interessante test di indipendenza per i gestori, che per mandato e per legge sono tenuti a operare nell’esclusivo interesse dei sottoscrittori. 

Venerdì 18 marzo, alle 18, è l’ultimo giorno utile per la presentazione delle liste, mentre l’assemblea è fissata per il 12 aprile (in prima convocazione, e nei due giorni successivi in seconda e in terza chiamata). Sono titolati a presentare una lista, gli azionisti che da soli o insieme hanno almeno l’1% del capitale, che ai corsi attuali richiede un investimento di circa 45 milioni. Lo statuto di Parmalat prevede che gli undici posti in cda siano assegnati a ciascuna lista in proporzione ai voti ottenuti, con un premio di maggioranza di due amministratori alla lista più votata (che però non può avere più di nove amministratori). 

I giochi sono aperti fino al primo aprile, ultima data possibile (record date) per registrarsi come socio e partecipare all’assemblea, in base alle nuove norme introdotte dalla direttiva sui diritti degli azionisti. E il mercato non perde tempo. Da giorni a Piazza Affari sono in atto ampi rastrellamenti dei titoli: si costruiscono le posizioni in vista del confronto assembleare, con gran gioia degli investitori speculativi di brevissimo termine. Secondo stime formulate da banche d’affari in occasione dell’assemblea 2008, circa un terzo degli azionisti di Parmalat è costituito da piccoli risparmiatori, per lo più italiani; il resto è in mano a investitori istituzionali, italiani e esteri. Fino a poco tempo fa, la composizione dell’azionariato non era mutata di molto.

Nella seduta del 17 marzo sul listino milanese sono stati scambiati quasi 171 milioni di titoli,  il 9,85% del capitale. Le azioni Parmalat sono rimaste sugli scudi per tutta la seduta, con rialzi fino al 10% (a quota 2,7 euro), ma poi hanno chiuso a 2,5 euro (+0,81%). Nella mattina di venerdì 18, è proseguita la corsa, con le quotazioni balzate in apertura del 5% sostenuta da volumi elevatissimi. Se l’impennata dei corsi dovesse continuare, i tre fondi Skagen, Mackenzie e Zenit potrebbero ritrovarsi liberi di vendere. Il patto stipulato a fine gennaio per la presentazione della lista di candidati al cda scade infatti dopo l’assemblea, ma potrebbe sciogliersi prima se il prezzo delle azioni Parmalat rimanesse sopra 3 euro per cinque giorni consecutivi. 

(prima pubblicazione 17 marzo alle 20.16)

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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