In Libia c’era una vera rivoluzione, ma ha perso

In Libia c’era una vera rivoluzione, ma ha perso

La caduta di un dittatore, spiega Chris Dikey, uno dei maggiori esperti americani di Medio Oriente, la si misura dalla quantità di celle di tortura mostrate dai nuovi governanti. Finora questo non è successo né in Tunisia né in Egitto. E, dalle posizioni che si registrano sul terreno, sembra che non lo vedremo neanche in Libia. Questa sì che, se fosse stata efficace, se quella delle grandi televisioni arabe come Al-Jazeera non fosse stata propaganda, se il potenziale fosse stato espresso, questa sì che poteva essere una vera rivoluzione e non solo un colpo di Stato camuffato.

Ma ora dopo ora si vede sempre più che così non sarà. Come già sottolineato su questo giornale negli scorsi giorni un Colonnello sopravvissuto non sarebbe esattamente un bene per l’Italia dopo i tentennamenti, le furbizie e i voltagabbana di Roma. Le mancanze della nostra politica estera le abbiamo già evidenziate cosi come la follia di un intervento armato occidentale. Ma la sopravvivenza politica del Colonnello non sarebbe un bene neanche per il Paese. Mentre gli alleati si mettono d’accordo sul problema bomba o non bomba, il rischio di una crisi umanitaria resta alto. La Libia ha circa 6,4 milioni di abitanti, metà dei quali abitano a Tripoli o in altre cinque città (il 78% della popolazione risiede nei centri urbani). Il Paese però importa circa il 90% del fabbisogno alimentare attraverso porti sul Mediterraneo in parte o completamente danneggiati. Le strade di accesso dalla Tunisia e dall’Egitto sono anche esse state colpite e comunque per le truppe fedeli al clan Gheddafi non sarà facile garantire la sicurezza degli approvvigionamenti su queste rotte. Così come non sarà facile tenere il controllo della Cirenaica dove risiede buona parte del petrolio libico. Per ora il cibo non sta mancando, ma la fretta del Colonnello nel riconquistare i territori perduti è anche dovuta alla corsa contro il pane. Se dovesse iniziare a scarseggiare, aggiungerebbe nuovi rancori al fuoco della rabbia popolare. 

Nei corridoi delle cancellerie si immagina in questi giorni un Gheddafi che prima salva il proprio potere. Poi, tornato ad essere quel mad dog che era negli anni ’80, un intoccabile per le diplomazie occidentali, ma nel senso indiano del termine, deve cedere la mano. Per tornare in qualche modo a fare parte della comunità internazionale, gli converrebbe allora nominare uno dei figli. Presumibilmente quel Saif dall’inglese fluente e la camicia ben stirata. Per tutte queste ragioni, in questo quadro, il ruolo di quelle che comunemente si chiamano tribù, ma che in realtà sono più che altro clan familiari, torna ad essere cruciale.

Dopo il colpo di stato del 1969, il Colonnello si occupò della distruzione sistematica di qualsiasi possibile opposizione. Ma i Warfalla, gli Awlad Busayf, i Magharha, i Zuwaya, i Barasa, e la più piccola, i Gadafa ai quali appartiene lo stesso leader libico, continuarono a dare filo da torcere. Prima provò a farle fuori, argomentando che erano un elemento arcaico. Poi, vista la loro resistenza, giunse al principio che se il nemico non puoi spezzarlo, devi fartelo amico. E nacque il Social Leadership People’s Committee, l’organo politico dove alle tribù veniva offerta una legittimazione in cambio del controllo sul loro operato. Il resto è la storia che conosciamo: fra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, iniziò il periodo del Gheddafi terrorista. E nell’aprile 1986 i missili di Ronald Reagan colpirono duro. Quel periodo, nelle intenzioni del regime, avrebbe dovuto cementare un nazionalismo che avrebbe dovuto rafforzarlo. Ma la popolazione, resa apatica dalla violenza della repressione, se ne guardò bene dal seguirlo in piazza. Le sanzioni iniziarono a colpire duro e, davanti alla minaccia di rivolte popolari, aprì all’Occidente che così iniziò ad investire nelle infrastrutture petrolifere diventate sempre più fatiscenti. Con l’aiuto dei britannici nel dicembre 2003 fu siglata la rinuncia alla armi di distruzione di massa da parte del regime. E Tripoli tornò ad essere il «bel suol d’amore» della canzone dell’epoca coloniale.

Ora un Gheddafi redivivo non avrà molte altre scelte se non che tornare a parlare con la comunità internazionale. Siano essi i cinesi e i russi, al posto di americani ed europei. Se così sarà per noi italiani, con le quote libiche in UniCredit, Finmeccanica, Eni,…. e con le coste così esposte alle chiatte di migranti, rischia di essere davvero dura. Ma le celle di tortura, quelle, di sicuro, resteranno chiuse agli estranei e forse, si teme, per sempre.

jacopo.barigazzi@linkiesta.it