Storia MinimaLa civiltà dei samurai invoca i signori di Hiroshima

La civiltà dei samurai invoca i signori di Hiroshima

Il Giappone ha chiesto ufficialmente aiuto agli Stati Uniti. Agli Stati Uniti e non alla comunità internazionale. Certo se arriveranno strutture e uomini anche da altre parti non saranno malvisti, ma è importante capire la radice di quella richiesta, il senso di debolezza che essa individua. Ancora di più, questa richiesta di aiuto serve a sancire la fine di una spaccatura profonda o, almeno, la fuoriuscita da un conflitto interiore e storico: quello che divide il Sol Levante dall’America. Per capire tutto questo, è necessario tenere conto del linguaggio culturale del Giappone, un Paese contemporaneamente “modernizzato” e “antico”.

Da venerdì scorso abbiamo ammirato la calma della folla in coda (una calma che in altri tempi pensavamo fosse solo prerogativa degli inglesi); abbiamo guardato la dignità del dolore, il silenzio degli sguardi di chi si vede passare davanti i segni di una vita passata. Molti commentatori hanno richiamato le scene che anche di recente abbiamo visto in Italia e sono arrivati alla conclusione che esiste una cultura della sofferenza nel Mediterraneo che è acustica, è fatta di urla, di pianto, di gesti plateali del dolore cui si contrapporrebbe un’educazione del corpo, fondata su gesti “razionali” e su un controllo delle emozioni, almeno quelle esteriori e che si comunicano in pubblico. È un’osservazione corretta, ma credo che vada letta non in maniera astratta e che soprattutto vada ripensata.

Nella chiamata in aiuto rivolta agli Stati Uniti ci sono molti elementi su cui forse vale la pena riflettere. Ne vorrei indicare almeno due.

Da una parte c’è la dichiarazione pubblica della rinuncia al proprio orgoglio di potenza ferita; dall’altra c’è un sentimento di riparazione del debito (on in giapponese) che individua una forma specifica di “saldo”. È una modalità risarcitoria che segue percorsi distinti, e forse persino opposti, rispetto a quelli del nostro sistema culturale e valoriale di riferimento. Questo sentimento culturale nipponico dichiara la propria impotenza e riconosce i propri limiti, non è un atto gratuito. È una strada – voglio ricordarlo a chi il 26 aprile 1986, quando esplose Chernobyl, non c’era – che l’Unione Sovietica non imboccò mai, lasciando al loro destino e senza protezione decine di migliaia di suoi cittadini in Ucraina, ma anche svariati milioni di cittadini non suoi, che nelle ore dell’esplosione di Chernobyl tra il Mar Nero e il Centro dell’Europa stavano a prendere il primo sole di primavera, lungo i fiumi, al mare o nei parchi, salvo poi scoprire di avere bevuto e inghiottito una dose massiccia di radiazioni da cui non si sarebbero liberati mai. I totalitarismi non sono mai solo dei regimi che non rispettano i propri sudditi, ma sistemi politici in cui i cittadini degli altri paesi sono trattati come i propri sudditi.

È significativo, tuttavia, che la richiesta giapponese non sia stata rivolta al gigante cinese, una realtà da cui il Giappone di recente è stato superato nella graduatoria delle potenze industriali. Essere feriti nell’orgoglio, riconoscere la propria impotenza non equivale a dichiarare la propria sconfitta e la propria sottomissione. Per questo, appunto la richiesta agli Stati Uniti non è una sottomissione. 

Per comprenderla, forse allora dovremmo servirci di un canone culturale che è interno al Giappone. In specifico il concetto di debito e di come saldarlo. Dietro la nuvola che sale dalla centrale a Fukushima lentamente scompaiono i contorni di un’altra nube, per esser più precisi il fungo di Hiroshima.

Dentro a quel fungo si è svolto il conflitto con la modernizzazione avvisata come il nemico che bussa alla porta e come la forza che dissolve la propria identità. Una lacerazione profonda del Giappone tradizionale che non ha mai perdonato al proprio Paese l’eclissi di sé. È il conflitto in cui il cinema recentemente ha svolto e proposto attraverso gli occhi di un cavaliere martire (l’esatto opposto di Don Chisciotte) con L’Ultimo samurai, il film in cui Edward Zwick ci fa partecipare alla fine del mondo di ieri dove, appunto, si celebra l’addio alla propria identità e l’inizio della china della dissoluzione.

Ma è anche il grido che 40 anni fa, il 25 novembre 1970, Yukio Mishima rivolge all’esercito dal balcone dell’ufficio del generale Mashita esaltando lo spirito del Giappone, identificato con l’Imperatore, e la condanna della sua svolta democratica e costituzionale dopo la seconda guerra mondiale, richiamandosi all’orgoglio degli antichi samurai. Un gesto teso a risvegliare un Paese intravisto come “perso”, in seguito allo smarrimento della propria essenza e affidato, ultima ratio alla figura del guerriero (un messaggio non lontano, appunto da quello che propone Zwick).

Ma dietro al nuovo fungo si salda quel senso di sconfitta e quindi di sottomissione. La richiesta di aiuto significa contrarre un debito per cui sarà un onore ripagarlo. L’avere un debito (un on) non è un segno di merito, mentre il ripagarlo lo è. Il merito è, infatti, legato al fatto che ci si dedichi attivamente all’«impresa» della riconoscenza e dunque si modifichi la condizione del “conquistato” in quella del “salvato”, qualcosa che non è in questione come esito del conflitto di civiltà, ma come espressione del legame che ora si stabilisce.
Avere un debito (un on), un termine che è nel nostro linguaggio e che può essere tradotto con “obbligatorietà”, “devozione”, “lealtà” o persino “gentilezza”, implica un riconoscimento nei confronti di chi lo eroga e, allo stesso tempo, struttura un modo di viverlo e di cercare di ripararlo. Una condizione che si origina dal percepire un peso, un obbligo, un debito che si ha verso qualcuno. Ripagarlo diviene per un giapponese di fondamentale importanza, a volte vitale, poiché ne va del suo stesso onore. Dall’onta alla riconoscenza. Forse, per la prima volta, gli Stati Uniti non sono più la potenza che ha soggiogato o che protegge sentendosi “figli di un Dio minore”, ma un vincolo, il riconoscimento di un contratto di riconoscenza, per una chance offerta al proprio futuro e non per la frustrazione sui sogni del passato.

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