La Consob di Vegas fa i conti con il caso Ligresti

La Consob di Vegas fa i conti con il caso Ligresti

La bolletta è salata. Un aggravio di circa il 200% dei costi sopportati attualmente dal mercato, in soldoni non meno di 200 milioni per rendere “federale” la Consob, vale a dire per trasferire la sede della Commissione di vigilanza da Roma a Milano come richiede un progetto di legge in discussione a Montecitorio firmato da molti deputati della Lega Nord. Pochi articoli in cui si dispone analogo trasferimento anche per l’Antitrust in quella che è considerata la piazza finanziaria nazionale.
A ottobre il presidente vicario dell’authority per il mercato, Vittorio Conti, era stato molto chiaro di fronte alla Commissione Affari costituzionali della Camera. «Trasferire la Consob da Roma a Milano sarebbe dannoso per la capacità operativa dell’Authority e molto costoso. Qualsiasi soluzione che individui una concentrazione del personale presso un’unica sede potrebbe risultare pregiudizievole nel breve periodo per la capacità operativa della Consob e assai costosa nel medio periodo».

A fronte di benefici incerti si registrerebbero costi certi e altissimi insomma, eppure il discorso va avanti. Alcuni emendamenti inseriti nel Milleproroghe, finalizzati ad una riorganizzazione della Commissione, favorivano il trasferimento del personale Consob a Milano. Grazie al dibattito prima e all’intervento di Napolitano poi questa parte del decreto è saltata, ma la conferma che un riassetto funzionale della Consob e un suo trasferimento parziale al Nord siano nella mente del Governo è evidente. La concentrazione delle attività a Milano viene chiesta con insistenza dalla Lega. Una operazione certo non osteggiata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti: avrebbe il doppio vantaggio di favorire il suo miglior alleato e di aver più voce in capitolo in una struttura oggi formalmente indipendente. Il sospetto di molti è che si voglia trasformare la struttura in una sorta di succursale del Tesoro, demolendo la tradizionale indipendenza della Consob. Chi non crede a questa versione teme però che, pur mantenendo i suoi spazi, la Commissione venga usata come uno strumento di politica industriale, e perda il suo carattere originario di controllore del mercato.

La nomina a presidente dell’ex viceministro all’Economia, Giuseppe Vegas, promosso a novembre dopo una vacatio di sei mesi è giunta alla fine di un lungo braccio di ferro tra il ministro del Tesoro e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Con una vittoria netta del primo. E ora il timore, espresso senza mezzi termini, dai sindacati è che si voglia trasformare un’autorità amministrativa indipendente in una semplice agenzia governativa guidata dal ministro dell’Economia attraverso il suo vice. Per non parlare del vice segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, Paolo Troiano, nominato Commissario e del capo dell’ufficio legislativo del ministero dell’Economia, Gaetano Caputi, probabilmente futuro capo della Segretariato generale. 

Anni fa per le nomine in Consob si cercavano curricula in cui l’esperienza di mercato fosse presente o economisti e professori di Finanza, oggi impazzano i dirigenti della pubblica amministrazione. Le nomine pubbliche hanno sempre avuto un marcato timbro politico, ma una volta investivano le sole società controllate dal Tesoro, sempre più spesso ora invadono campi finora considerati autonomi come le società per azioni private e le autorità indipendenti, nate per verificare il rispetto delle regole su cui poggiano i sistemi economici occidentali.
La cancellazione degli emendamenti sulla Consob dal Milleproroghe e lo sciopero indetto dai sindacati interni il 10 febbraio contro riassetto e trasferimento a Milano hanno imposto una pausa di riflessione e modificato tempi e modalità delle due operazioni, favorendo probabilmente un approccio basato sul confronto più che sulle prove di forza. Cgil, Cisl e Uil hanno spiegato che un trasferimento solo per le spese più immediate aggraverebbe di 50 milioni il bilancio della Consob. Ma le spese maggiori sarebbero quelle per il personale, per pagare indennità di trasferta, riciclare i funzionari non trasferiti, rimpiazzare i posti vacanti. In tutto i contributi di vigilanza che ogni anno intermediari ed emittenti pagano per sostenere il bilancio della Consob (108 milioni nel 2010 su un fabbisogno di 118) potrebbero addirittura triplicare. In tempi di crisi e di tagli dei costi è un discorso poco difendibile.

La Consob a Milano è un vecchio sogno: nel 1998 fu l’allora presidente Tommaso Padoa Schioppa a volere tenere per la prima volta a Milano l’incontro annuale della Commissione, per sottolineare e favorire la Piazza finanziaria italiana che si voleva far nascere e far competere con le piazze europee. La Piazza non è mai nata, la Borsa di Milano è stata assorbita da Londra, e a piazza Affari al posto del “gabbiotto” dove venti anni fa si scambiavano titoli azionari alle grida c’è il controverso e imponente dito medio dello scultore Cattelan. 

Al di là degli aspetti puramente economici, l’utilità del trasferimento è da dimostrare. Gli scambi non sono più concentrati su una sola piazza e il processo di aggregazione delle borse allontana il concetto stesso di centralità del mercato. La Sec statunitense ha il suo quartier generale a Washington e non a New York. La Bafin tedesca ha sede a Bonn e soltanto un ufficio a Francoforte. In una logica di efficienza ha un senso rafforzare gli uffici milanesi della Consob ma non sono queste le priorità che la Commissione dovrebbe porsi.
La Borsa di Milano è rimasto un mercato asfittico e non sempre trasparente. Va generalmente peggio delle altre e i “furbetti” non sono usciti di scena. Pochi i titoli quotati e sempre quelle le società verso cui si procede con particolare attenzione. Nel 2010, nei sei mesi in cui Consob è rimasta senza presidente e con tre soli commissari si è vista una Commissione attenta, vivace, interventista, quello che dovrebbe essere un organismo di controllo.

Ora, a ranghi completi, si tratta di vedere quale sarà il timbro della Consob targata Vegas nel suo approccio al mercato. In questi giorni verrà risolto il caso Ligresti, Consob dovrà decidere e spiegare se il salvataggio francese di Groupama può avvenire con o senza Opa. In questa occasione si potrebbe avere un primo segnale per capire che tipo di controllo intende esercitare la Consob di Vegas. Al netto dei dissidi su nomine e trasferimenti. 

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