Nuove teorie politicheQuelli del Pd che tramano per non candidare Schlein alla guida della coalizione

Il duello con Conte spaventa i dirigenti democratici, alcuni dei quali non pensano che la segretaria abbia lo standing adeguato. Così prende quota l’idea stravagante di una figura garante che sterilizzi lo scontro, e sposti la partita sul Quirinale

Elly Schlein alla Presentazione del libro di Giuseppe Conte alla Mondadori della Galleria Alberto Sordi Ñ RomaÑItalia Ñ Mercoled“ 15 Aprile 2026 - Politica - (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) , Elly Schlein at Presentation of the Giuseppe ConteÕs book at Mondadori store Ñ RomeÑ Italy , April15, Wednesady 2026 - Politics - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)
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Con il passare dei giorni nel Partito democratico cresce la consapevolezza che le primarie potrebbero essere un disastro. Piano piano, c’è ormai solo una vera fan dei gazebo: Elly Schlein. Nel partito è in corso un lavorìo, un agitarsi di pensieri, un inanellare soluzioni in grado di evitare uno scontro lacerante tra la segretaria del Pd e Giuseppe Conte. Scontro inevitabile, stante il fatto che l’avvocato del popolo è disponibile a ritirarsi solo se si ritira lei: «Trovate un altro nome», ha ripetuto ai suoi interlocutori dem. Nomi che però non vengono fuori.

Al Nazareno, trasversalmente, la riflessione porta a ritenere Schlein tutt’altro che imbattibile. Non lo si dice così. Sarebbe troppo brutale. Si preferisce salire di quota, imboccare la strada della teoria politica. Il bersaglio diventa la mistica del Capo, consacrata dal Melonellum con l’indicazione preventiva del candidato premier nel programma. Ha messo per iscritto il tesoriere del partito, orlandiano ma vicino alla leader, Michele Fina, non a caso sulla rivista di Goffredo Bettini “Rinascita”: «Dobbiamo sinceramente interrogarci sulla consonanza tra la contestazione del premierato proposto dalla destra e la costruzione dell’alternativa attorno a un’investitura preventiva del capo. Dobbiamo onestamente chiederci se non rischiamo, senza volerlo, di legittimare sul piano culturale ciò che combattiamo sul piano istituzionale».

Non si deve dunque inseguire Giorgia Meloni e il suo disegno ricalcandone le ricette. Se il premierato meloniano viene contestato perché concentra il potere in una sola figura, il centrosinistra non può rispondere replicandone lo schema con un’investitura preventiva del proprio leader. Non si combatte il culto del Capo costruendone uno alternativo.

È una riflessione che tra l’altro archivia trent’anni di cultura dell’Ulivo e del Pd: le primarie di Romano Prodi contro Silvio Berlusconi, la centralità del leader come fattore competitivo, fino allo statuto dem che ancora oggi identifica il segretario con il candidato a Palazzo Chigi. Concretamente, di fronte alla “destra del Capo”, si tratterebbe – spiega a Linkiesta uno dei big del Pd – di trovare adesso «una personalità che non voglia essere incaricata di guidare il governo ma che rappresenti lo spirito costituzionale dell’alleanza». Non dunque un candidato premier a tempo, ma una figura dotata di uno standing in grado di rappresentare la continuità mattarelliana democratica e non divisiva.

Per Palazzo Chigi – spiega la nostra fonte – «i partiti corrono alle elezioni ognuno con il suo candidato». Ma la legge impone il nome: e allora? In ogni caso, sembra un tentativo di sterilizzare il match Schlein-Conte fulminando le primarie. Ovviamente la domanda è chi sarebbe questa super-personalità, evidentemente in pista per il Colle. Niente nomi, a domanda. Inevitabile pensare ai “grandi vecchi” del centrosinistra. I loro nomi sono noti. Ma chi non è divisivo, oggi come oggi? Si limita a osservare Michele Fina: «Il prossimo voto politico non deciderà soltanto chi governerà l’Italia. Deciderà anche quale Parlamento eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica. E dunque deciderà se al vertice della Repubblica continuerà a esserci una figura di garanzia, capace di rappresentare l’unità nazionale e di custodire gli equilibri costituzionali, oppure se prevarrà l’idea di un Presidente espressione di parte, scelto come approdo politico di una maggioranza».

Insomma, così il Pd finisce per abboccare all’amo della presidente del Consiglio: «Dopo le parole di Meloni, non possono più ignorare che la prossima battaglia politica sarà anche una battaglia sul Quirinale, che deve assolutamente restare il garante di tutte e tutti».

L’obiezione spontanea a questo ragionamento è che nominare una super-figura, al tempo stesso garante degli equilibri del centrosinistra e potenziale candidato al Quirinale, implica un oggettivo indebolimento del candidato premier. Forse non è un caso. Fischieranno le orecchie a Elly Schlein, evidentemente considerata non in grado di rappresentare il ruolo costituzionale di garante, alla Mattarella, dell’impianto democratico del Paese, contro l’assalto meloniano. Se i pesi massimi del Pd andranno avanti su questa strada, comunque complicatissima, addio primarie. Con la segretaria ridotta a sperare di luce riflessa e confidare nel carisma di un’altra personalità per tentare di correre per la guida del governo. Ma lei resisterà in ogni modo.

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