Ma che nazione è una nazione che non sa festeggiare?

Ma che nazione è una nazione che non sa festeggiare?

Quanto è sentito il centocinquantenario dell’Unità? Quanto siamo orgogliosi di essere italiani? Sono domande che in questi giorni rimbalzano sui media. Pochi si chiedono, però, come sia possibile far crescere questo sentimento. Come sia possibile alimentare quel vincolo di amore che lega un popolo alla propria patria. E perché sia così importante.

Come ci ha spiegato lo storico Eric Hobsbawm le nazioni non esistono in sé: sono gli stati che le creano. Come? Una nazione si alimenta soprattutto di miti, riti, feste, simboli. Ovvero di elementi dell’immaginario che fanno sì che gli abitanti di un determinato territorio sentano di appartenere a una nazione, mentre quelli che vivono a poche centinaia di metri oltre il confine riconoscano invece un’altra appartenenza.

L’organizzazione di eventi ad alto impatto simbolico ed emotivo accompagna la nascita e la crescita del sentimento nazionale. La costruzione di tutte le nazioni ottocentesche – e dunque anche di quella italiana – ha seguito proprio questo modello. Non a caso la celebre frase di Massimo d’Azeglio raccomandava di “fare gli italiani”, ovvero di generare il legame di unione fra la nuova unità geografica e i suoi abitanti.

L’inno nazionale, le parate, le cerimonie della bandiera, i giochi sportivi, le canzoni, servono proprio a questo: creano un’emozione e un sentimento di legame indissolubile fra cittadini e nazione. Così come la scuola, la leva obbligatoria, l’insegnamento di una lingua comune lo rinforzano.

Le celebrazioni del centocinquantenario sono state, da questo punto di vista, un po’ sottotono. Il budget ridotto ha fatto che sì che la prima cosa a saltare siano state le spese per “l’effimero” che invece, quando si parla di nazioni, costituisce la vera sostanza che cementa il sentimento di appartenenza. Eppure proprio di questo ci sarebbe stato bisogno. Di una sana iniezione di film, musica, fiction, spettacoli teatrali, programmi televisivi capaci di rinforzare il legame con la comunità-Italia. Di sottolineare i momenti più alti della storia italiana, quelli che ci hanno visto affrontare e vincere le sfide più difficili.

Già nel 1961, nel suo primo centenario, l’Italia aveva perso il senso della patria, come ha scritto Emilio Gentile, storico attento all’aspetto simbolico degli eventi. Da allora non è cambiato molto. E l’identità italiana si va sempre più diluendo nelle appartenenze multiple della società postmoderna. Così come si affievolisce l’orgoglio dell’appartenenza alla nazione italiana, complice l’atteggiamento dell’intellettuale italiano, che non abbandona l’antica usanza di parlar male del proprio paese in ogni occasione valida.

Non è una questione banale, effimera. Insieme alla coscienza nazionale è in pericolo l’idea stessa di nazione, che potrebbe in un futuro remoto scomparire e venire rimpiazzata. Da cosa? Di certo non da un’appartenenza europea ma dal legame micro locale, con la città, la provincia, la regione. O con comunità immaginarie propagandate con mezzi e scopi politici.
 

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