Nucleare, profitti privati e perdite pubbliche

Nucleare, profitti privati e perdite pubbliche

Duecentotrentacinque miliardi di dollari. Attualmente, sembra sia questo il conto salato dello tsunami giapponese. Un calcolo che deriva dalle stime che la Banca Mondiale ha diffuso in mattinata. Oltre alla ricostruzione, il problema principale dell’arcipelago nipponico, oggi, sembra un altro: a chi toccherà l’onere di risarcire la popolazione esposta alle radiazioni? Vista poi l’enorme quantità di danni che può causare un terremoto ad un impianto nucleare, pensiamo solo all’eventualità di nubi tossiche o di evacuazioni  di città intere, esiste la possibilità di assicurare quell’impianto?  

Dal punto di vista assicurativo l’atomo è materia piuttosto delicata. Per questo, la legislazione internazionale, che obbliga gli Stati firmatari ad adottare una serie di provvedimenti, si declina su più livelli progressivi di protezione assicurativa. Mirati tanto a salvaguardare l’ambiente e le persone, quanto le società che operano nel settore. Proprio quest’ultimo punto, come viene sottolineato in una ricerca dello scorso novembre condotta dalla World Nuclear Association, risulta decisamente controverso. «Fissando un tetto ai premi che le compagnie del settore devono pagare», si legge infatti nel paper redatto dalla lobby delle imprese attive nel settore, «i rischi collegati ai possibili incidenti vengono di fatto “socializzati”». Una questione non da poco. Qualcuno potrebbe obiettare: se, quando qualcosa va storto, il rischio è “collettivo”, perché l’energia atomica non viene gestita esclusivamente da compagnie a controllo totalmente pubblico? Il socio di maggioranza dei francesi di Edf è l’Eliseo, così come lo è il ministero del Tesoro per Enel. Al contrario, Tepco, la società giapponese proprietaria della famigerata centrale di Fukushima, è controllata da una vasta platea di soci che comprende banche e assicurazioni. Tutte queste sono società quotate in Borsa, il cui mandato è generare profitti da distribuire agli azionisti. Ma il rischio nucleare è economicamente insostenibile sia per le singole società che per le stesse compagnie assicuratrici, perciò viene gestito attraverso mutue assicurazioni o veicoli specifici. I quali coprono i costi di eventuali incidenti causati da malfunzionamenti degli impianti e da errori umani, ma non da cause naturali come uno tsunami. In questi casi, ci pensa lo Stato. Dunque, i cittadini stessi. Un modello che spesso si sintetizza come: profitti privati, perdite pubbliche. 

Un passo indietro. Prima del ’97, le norme che regolavano la responsabilità civile in caso di disastro nucleare erano due: la Convenzione di Parigi del 1960 (in vigore dal ’68 assieme al protocollo di Bruxelles del ’63) – siglata in sede Ocse dalla maggioranza dei paesi europei, tra cui l’Italia – e la Convenzione di Vienna del ’63, ratificata nel 1977 dagli Stati dell’Est Europa. Le delibere furono accorpate nel 1988 da un protocollo congiunto, siglato dopo l’incidente di Chernobyl, che allargava lo spettro delle responsabilità al danno ambientale, alla negligenza nei controlli di sicurezza e ai mancati introiti economici. Nel 1997, 80 paesi firmarono un emendamento alla Convenzione di Vienna che fissava una triplice minimale al costo da sopportare in caso di incidente nucleare: non meno di 700 milioni di euro per le società, di 500 milioni di euro per i singoli Stati e di 300 milioni di euro se il Paese ha varato la Convenzione, per un totale di un milione e mezzo di euro. Tuttavia, il trattato non è stato ratificato da tutti i Paesi firmatari. Rimangono perciò in vigore i limiti fissati dal vecchio Protocollo di Bruxelles: 210 milioni di euro per le compagnie e 360 milioni per gli Stati).

Le compagnie attive nel comparto nucleare, in Europa, possono rivolgersi a due mutue assicurazioni paneuropee con sede a Bruxelles, Emani ed Elini, il cui capitale è tuttavia troppo basso (rispettivamente 100 e 500 milioni di euro) per fargli dormire sonni tranquilli. Resta il fatto che queste cifre coprirebbero lo 0,6% dei danni causati dallo scoppio dei reattori a Fukushima.

Il Giappone, tuttavia, non ha ratificato alcun trattato internazionale in materia. La legge nazionale, che viene aggiornata ogni 10 anni, fissa un tetto massimo obbligatorio per le compagnie pari a 2,2 miliardi di dollari, mentre il limite di spesa del Governo non è regolamentato. E dunque, potenzialmente infinito. Sebbene l’arcipelago nipponico sia una zona a forte rischio sismico, quei 2,2 miliardi non assicurano contro l’eventualità di un terremoto. Tocca quindi attingere dalle casse pubbliche.

Il tema rimane: chi vuole assumersi il rischio di assicurare una centrale nucleare? Tornando ai privati, in Germania il tetto richiesto agli operatori per ogni impianto è di 2,5 miliardi di euro. In Francia di 91 milioni di euro per ogni centrale, mentre in Inghilterra si sta discutendo la proposta di alzare il livello dagli attuali 140 milioni di sterline (161 milioni di euro circa) a 1,2 miliardi di euro totali per gli operatori. A Londra, la copertura assicurativa è fornita da un pool composto da 8 compagnie riunite nella Nuclear Risk Insurers.

In America l’ultima revisione del Price Anderson Act del 1957 – che risale al 2005 – prevede due livelli di fondi di cui la compagnia deve farsi carico: il primo da 300 milioni di dollari, mentre il secondo da 112 milioni per reattore in caso di incidente. Entrambi sono forniti dalla Nuclear electric insurance limited, che vanta un plafond di 5 miliardi di dollari. Nemmeno in questo caso, come dimostra lo scoop dell’Huffington Post sui piani d’emergenza adottati dalla centrale del Diablo Canyon, in California, (che non prevede un piano d’emergenza ad hoc) sono compresi i terremoti. Un quadro che, forse, cambierà solo quando le ceneri dell’inferno di Fukushima saranno ormai un lontano ricordo.  

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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