Scommettere sullo tsunami paga, ma poco

Scommettere sullo tsunami paga, ma poco

La schedina del Totocalcio? Roba da principianti. John Delaney, da Dublino, ti aiuta a «prevedere, fare trading e trarre profitto dall’incertezza del futuro», come si legge sul profilo Twitter di questo particolarissimo imprenditore con la sfera di cristallo tra le mani. Il quale, sulla piattaforma online InTrade – da lui fondata un anno prima del duemila – offre ai propri abbonati la possibilità, di scommettere su un ulteriore rialzo del livello di rischio nucleare nei pressi di Fukushima (salito al quinto gradina della scala lo scorso 18 marzo) entro il 31 marzo prossimo, su nuove esplosioni nella centrale oppure ancora sulla caduta di Gheddafi, sempre entro fine mese.

Oltre al naturale cinismo dei trader, che nelle scorse settimane hanno venduto allo scoperto le azioni dei colossi nipponici facendo sprofondare il Nikkei, come mai puntare sulle tragedie può essere per molti, come si dice Oltreoceano, a nice trade, un discreto affare? Niente sensi di colpa, pecunia non olet. Già, ma quanta pecunia si può guadagnare? Aprire un conto su InTrade costa 4,99 dollari al mese e il deposito minimo è di 25 dollari, ma non esiste un tetto massimo. Il meccanismo è piuttosto semplice: ogni tematica ha un suo mercato, dove le azioni possono essere scambiate ad un prezzo che varia da 0 a 10 dollari, su una scala che va da 0 a 100. Prima di accettare lo scambio, il sistema borsistico di InTrade verifica che l’utente abbia il capitale sufficiente al rischio che corre. Esempio: mentre scriviamo il contratto che prevede la caduta del Colonnello libico entro questo mese viene comprato a 74 punti e venduto a 72, dunque le azioni valgono 7,4 dollari. Dunque, il 74% dei trader che partecipano al «segmento Gheddafi» ritiene che il leader nordafricano abbia i giorni contati.

Al contrario, soltanto l’11,7% dei possessori del contratto per scambiare azioni relative al raggiungimento del livello 6 di allarme radioattivo negli impianti del Sol Levante ritiene questo evento possibile entro il prossimo 31 marzo. Conseguentemente, l’azione vale 1,17 dollari, meno 5,3% intraday. Supponendo che Gheddafi effettivamente lasci la guida della Jamahiriyia esattamente il 31 marzo, il contratto chiuderà a quota 100. Ciò significa che il guadagno di chi, oggi, ha comprato azioni a 74 punti sarà di 26 punti, ovvero 2,6 dollari, moltiplicato per il numero di contratti siglati. I volumi sono irrisori, 163 dollari nel primo caso e appena 23 dollari nel secondo, per 335 contratti (il miglior guadagno è stato pari a 2,58 dollari, mentre la perdita maggiore poco più di sette). Cifre infinitesimali se paragonate con i volumi delle piazze «vere», ma tale da suscitare l’attenzione dei media statunitensi.

Sopratutto durante le elezioni dell’autunno 2008, quando, in piena febbre Obamiana, il sito movimentò un milione di dollari. Con un margine di errore tra l’1 e l’1,5% sulla validità delle indicazioni di voto che trasparivano dagli scambi, il risultato si è rivelato più accurato della Gallup, la storica casa di ricerca politica e d’opinione specializzata nel mercato statunitense. «Quando vengono aggregate informazioni da una folla di persone, spesso l’informazione risulta più accurata rispetto ai sondaggi d’opinione» disse all’epoca alla Cnbc John Delaney.

Come la Hollywood Stock Exchange nel periodo degli Oscar, e prima ancora l’Iowa Electronic Market, che è riuscita ad azzeccare la prima vittoria elettorale di George Bush padre, InTrade è riuscita a monetizzare quella che il giornalista economico del New Yorker James Surowiecki, in un interessante saggio pubblicato nel 2006, ha definito «la saggezza della folla». Gli economisti, invece, preferiscono chiamarli «mercati predittivi», definizione mutuata dal Nobel austriaco Friedrich August von Hayek, che per primo nell’immediato dopoguerra spiegò che i premi risultanti dall’incontro tra domanda e offerta sono indicatori di informazioni diffuse. L’aggregazione di queste ultime, attraverso la rete, è in grado dunque di fornire uno scenario piuttosto preciso sulle intenzioni di voto, o la propensione a ritenere un evento plausibile. Sempre nel 2006, la Borsa virtuale degli Oscar ha azzeccato 7 vincitori di categoria su 8, prevedendo correttamente le nomination di 32 categorie su 39 totali. Come mai?

Justin Wolfers, docente alla Wharton Business School, una delle più prestigiose istituzioni americane, studiando a lungo il fenomeno lo ha spiegato così: «I dati che emergono dalle previsioni generate da un mercato sono più accurate e generalmente più pertinenti rispetto alle metodologie sondaggistiche più complesse». Insomma, sono gli utenti stessi, mossi da motivazioni economiche, ad esprimere le proprie valutazioni e preferenze in modo più vicino alle loro intenzioni di quanto traspaia da qualsiasi exit poll. Creando basi di dati statisticamente significative e utilizzabili per scopi di ricerca (i clienti di Delaney vanno da Bloomberg a Rearclear politics). Caro Colonnello, sei avvisato.  

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