Senza gli stipendi ai Ligresti Groupama (quasi) non serviva

Senza gli stipendi ai Ligresti Groupama (quasi) non serviva

In Italia la ricapitalizzazione delle imprese quotate è un processo già lungo e complesso di suo, ma a volte la pretesa dei soci di controllo di avere botte piena e moglie ubriaca, il tutto a spese della generalità degli investitori, complica di parecchio le cose. La telenovela per ricostituire il patrimonio del gruppo assicurativo Premafin-Fondiaria-Sai, sfiancato da anni di gestione in mano ai Ligresti, ne è un esempio. Se fosse possibile scattare adesso una fotografia delle trattative, dopo lo scioglimento dell’accordo siglato a ottobre, si vedrebbe la famiglia di costruttori siculo-milanesi, le loro controparti  francesi (il gruppo assicurativo Groupama) e i rispettivi consulenti impegnati a studiare un espediente legale che permetta di scansare l’onere di riconoscere ai soci di minoranza di Premafin Holding e di Fondiaria-Sai lo stesso premio che incassano quelli di controllo. Un obiettivo che nei comunicati ufficiali viene spiegato come studio delle «opzioni possibili per la negoziazione di un nuovo accordo con la famiglia Ligresti che risponda ai limiti posti da Consob».

A questo punto si è arrivati dopo che la politica attuata dai Ligresti ha prodotto perdite che assommano a circa un miliardo di euro negli ultimi due esercizi (i dati definitivi del 2010 si conosceranno il 23 marzo). Pressati dalla necessità di ristabilire il patrimonio della compagnia assicurativa, e non disponibili a mettere mano al loro portafoglio, lo scorso ottobre i Ligresti hanno concluso un accordo con la compagnia assicurativa francese Groupama: cooptazione di questi nel controllo della filiera in cambio di risorse fresche da mettere nel capitale di Premafin, così da permettere a quest’ultima di finanziare l’aumento di capitale da 460 milioni della controllata Fondiaria-Sai. La sostanza economica dell’intesa farebbe scattare un’offerta pubblica di acquisto (Opa) sulla holding e sulla controllata, ha detto la Consob. Ma Groupama non vuole né può fare una doppia Opa, che costerebbe almeno 2,5 miliardi, ha fatto sapere l’altro ieri il gruppo d’Oltralpe.  

Perciò, la risposta ricevuta dalle autorità di mercato (“l’accordo prospettato vi obbliga all’Opa”) viene ribaltata così: “per evitare l’Opa, bisogna riconfigurare l’accordo”.  Da qui lo sforzo attuale per escogitare una formula giuridica che faccia contento il regolatore, che ha mosso obiezioni a tutela dei soci di minoranza, garantendo comunque alla compagnia francese la compartecipazione al controllo. Salvatore Ligresti, il patriarca della dinasty siculo-milanese, confida nella quadratura del cerchio. Già una volta, del resto, nel 2001-2002, tramite una complessa operazione in derivati cui fecero da sponda primarie e rinomate istituzioni finanziarie (Jp Morgan, Interbanca, Mittel, Commerzbank e il finanziere Francesco Micheli), l’Ingegnere, come viene chiamato, era riuscito ad prendere il controllo di Fondiaria.

Se è riuscito a conquistare la compagnia senza Opa, non è da escludere che, attraverso una raffinata gimkana legale fra i paletti normativi ribaditi dalla Consob, riesca anche a cedere il controllo, sempre senza Opa. Questione di anni, forse, ma è una prospettiva cui sicuramente si sta lavorando. Dalla sua Ligresti ha un nemico che però potrebbe improvvisamente diventare amico: la politica industriale condotta più o meno esplicitamente dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Non pochi vedono, infatti, nella rigidità della Consob di Vegas (inusuale rispetto a quella del predecessore Lamberto Cardia) un riflesso dell’approccio patriottico-dirigista di Tremonti a tutti i grandi nodi dell’economia e del capitalismo italiano, a cominciare da Edison. Seguendo questa linea di pensiero, lo stop della Consob a Groupama, decisione che oggettivamente complica la vita ai Ligresti, potrebbe diventare una carta da giocare sul tavolo della partita che Italia e Francia stanno giocando su molti tavoli (Edison, in primis). L’atteggiamento della Consob sul nuovo patto Ligresti-Groupama è stato comunque un utile test per capire la natura della prima importante decisione firmata da Vegas, mentre le due controparti sono in ogni caso costrette a trovare un compromesso non ottimale per entrambi (meno soldi per i Ligresti, meno potere per i francesi).

Lasciando da parte le speculazioni politiche, comunque, la vera domanda è se e in che misura le istituzioni finanziarie, dal creditore Unicredit alle banche “di sistema” come Intesa Sanpaolo, faranno da sponda a una famiglia che negli ultimi cinque anni di gestione ha ridotto a un quarto il valore di Borsa della società (da 4 miliardi di fine 2005 a un miliardo di oggi). Dall’inizio 2005 a fine 2009, il patrimonio netto consolidato del gruppo Fondiaria-Sai, incluse le quote delle minoranze, si è ridotto da 4,5 a 3,7 miliardi. Non è andata meglio neanche alla holding, il cui capitale netto (al netto degli interessi di terzi), si è ridotto da 737 milioni a 633 milioni. E questo senza considerare le perdite del 2010. La morale è che, come gestori, i Ligresti hanno fatto male a se stessi e agli altri. Il paradosso è che la preoccupazione delle banche sia per continuare ad assicurare il controllo alla famiglia anziché preoccuparsi di condurre in porto sicuro una compagnia che ha responsabilità verso milioni di clienti e più di 8mila clienti. La beffa è che dal 2002 al 2009 i Ligresti jr. (Jonella, presidente di Fondiaria-Sai, Giulia, di Premafin, Gioacchino Paolo, vicepresidente di entrambe le società) hanno incassato stipendi per quasi 70 milioni dalle società del gruppo. Circa la metà dei 145 milioni che i francesi di Groupama dovrebbero versare per entrare nel gruppo.   

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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