Stress test, ancora paura per le banche italiane

Stress test, ancora paura per le banche italiane

Un problema politico di fiducia, una questione finanziaria di capitalizzazione. È passato quasi un anno dagli stress test sulle banche europee condotti dal Cebs, l’ex authority comunitaria ora sostituita dalla Eba (European banking authority) guidata da Andrea Enria. I rischi rimangono. Lo spettro che aleggia sulla seconda fase di prove sui conti degli istituti Ue iniziata venerdì scorso – che si concluderà il prossimo giugno – è che questa sia nuovamente focalizzata sulla politica piuttosto che sulla finanza. Questa infatti è l’aspettativa degli operatori di mercato.

«Il concetto di testare la solidità delle banche europee rispetto a diversi scenari “di stress” ha suscitato l’immaginazione popolare oltre le intenzioni dei regolatori», nota stamattina il Financial Times. Il quotidiano della City torna a parlare di quegli istituti – Banco Popolare, Monte dei Paschi di Siena, Ubi e UniCredit – vicini ai livelli critici di patrimonializzazione individuati in sede europea, che tuttora avrebbero bisogno di raccogliere fondi. Come il Banco Popolare, che, come nota il FT, nonostante abbia raccolto ulteriori 1,3 miliardi di euro dallo scorso maggio, si ritrova ancora con un Tier 1 (coefficiente che misura il capitale di base, ndr) di un punto percentuale sotto la soglia critica del 7% (in condizioni di stress, 9-10% in uno scenario normale) fissata da Basilea III. Resta da interpretare quale potrà essere il ruolo delle Fondazioni, che oltre ad essere i principali azionisti di Intesa Sanpaolo, Mps e hanno un ruolo di centrale importanza in UniCredit, sono anche i principali distributori di utili sul territorio: la stretta alle erogazioni, con conseguente contraccolpo politico, è dietro l’angolo.

Uno scenario, come ricordano oggi CorrierEconomia e Affari & Finanza, confermato anche da Mario Draghi una decina di giorni fa in occasione dell’assemblea annuale di Assiom Forex. Il rafforzamento del capitale è prioritario rispetto ai dividendi appannaggio degli azionisti è il pensiero del governatore della Banca d’Italia. Un invito a cui gli istituti di credito nazionali, come ricostruito la scorsa settimana dal quotidiano britannico, hanno risposto chiedendo di rivalutare le proprie quote in Palazzo Koch alla luce dell’andamento del prezzo dell’oro custodito nei forzieri di via Nazionale, in costante rialzo per via dell’instabilità libica e prima ancora dell’ondata rivoluzionaria tunisina ed egiziana.

Una via di fuga più mediatica che sistemica. Non a caso, secondo alcune fonti interne a Via Nazionale, le direttive del team di Draghi sarebbero chiare: volgere lo sguardo al piccolo risparmiatore per rifinanziarsi. Non sempre con prodotti chiari e trasparenti in termini di commissioni e rendimento. Una soluzione quasi forzata, alla luce del recente annuncio del presidente della Banca centrale europea (Bce) Jean-Claude Trichet di aumentare i tassi d’interesse dello 0,25% a partire da aprile. Sebbene il numero uno di Eurotower abbia annunciato che non si tratterà di una spirale di aumenti crescenti, soprattutto sui rifinanziamenti overnight (a brevissimo termine, ndr), il problema a livello europeo rimane. Come dimostra il continuo accesso al sistema di prestito d’emergenza dell’istituto di Francoforte da parte di alcune banche irlandesi.

In Italia, Paese “quasi periferico”, «i bilanci delle banche mostrano un debito dove gli asset tossici pesano meno rispetto a Spagna, Portogallo e Inghilterra, con una esposizione relativamente contenuta sul debito domestico e corporate» si legge su un report della banca britannica Barclays, uscito il primo marzo scorso. Tutto bene, si potrebbe pensare. Eppure, i valori sono in aumento ed è arrivato anche un piccolo aiuto di Stato.

A metà febbraio dal Milleproroghe approvato di recente alle banche italiane è arrivato un sostegno non da poco: il via libera alla trasformazione in crediti d’imposta delle attività relative a svalutazioni di crediti non ancora dedotte dall’imponibile. Tradotto: anche i crediti in sofferenza diventano degli attivi. Sulle banche italiane, dunque, l’operazione “fiducia” sarà tutto tranne che una questione politica.