Altro che Madoff, il genio della truffa fu uno scozzese

Altro che Madoff, il genio della truffa fu uno scozzese

Bernard Madoff? Gli fa un baffo.  Gianfranco Lande, detto “il Madoff dei Parioli”? Dilettante. Invece lui sì che era un artista, un genio, un Leonardo da Vinci. Della truffa, naturalmente. Il lui in questione è uno scozzese di Edimburgo, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Di nome faceva Gregor MacGregor, nella vita era stato ufficiale della Royal Navy, nel 1811 aveva combattuto nella neonata repubblica del Venezuela col grado di colonnello e quando torna a Londra, nel 1820, architetta quella che forse è la più fantasiosa, ingegnosa, incredibile truffa di tutti i tempi.

MacGregor s’inventa uno Stato inesistente, il principato di Poyais, ubicato in qualche non meglio precisato angolo del Centro America, se ne autoproclama “cacicco” (in sostanza re), e lo descrive come la terra del latte e del miele: un territorio fertilissimo, ricco di corsi d’acqua, punteggiato da miniere d’oro e d’argento, abitato da miti e laboriosi coloni britannici (gli spagnoli agli occhi dei londinesi apparivano più ostici). L’ex ufficiale di Sua Maestà fa persino pubblicare una specie di guida turistica che illustra le mirabilia del lontano paese al di là dell’Atlantico. E in un periodo in cui tutti vogliono investire in terreni, che fa il nostro MacGregor? Emette bond sui terreni di Poyais. Risultato: la borsa di Londra impazzisce e in poco tempo gli consente di raccogliere 200 mila sterline. Ora, 200 mila sterline non sarebbero malaccio nemmeno oggi, ma nel 1820 equivalgono più o meno ai fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni (qualcuno dice che bisognerebbe moltiplicare quella cifra per 56 per avere un’idea del suo valore attuale).

MacGregor non è uno sprovveduto, sa come vellicare i punti sensibili dei suoi compatrioti. Si presenta con al fianco la sua seconda moglie, Josefa Andrea Lovera, una sinuosa creola che conferma i racconti dell’autoproclamato cacicco. E visto che c’è, si autoproclama pure discendente del mitico “Rob Roy” MacGregor, che prima di aver affascinato Umberto Bossi incuteva rispetto anche nella buona società brit. Ammalia chi lo ascolta narrando le sue epiche gesta a fianco del suo quasi coetaneo Simón Bolívar che nel 1811 non era ancora El Libertador, ma un colonnello suo parigrado. Il sindaco della City organizza addirittura un ricevimento in suo onore, dove lo scozzese dà il meglio di sé.

Risultato: un trionfo. «All’inizio degli anni Venti dell’Ottocento la diffusa voglia di fare affari in Borsa e con le azioni è diventata una specie di follia collettiva. Gli investitori sono convinti di realizzare profitti facili e veloci puntando sulle fluttuazione dei prezzi delle azioni o arrivando per primi a mettersi in tasca le quote delle nuove società che avrebbero potuto rivendere più tardi a prezzi maggiorati», scrive David Sinclair nel suo Sir Gregor MacGregor and the Land that Never Was.

MacGregor organizza persino due navi, una nel 1822 e una l’anno dopo, che trasportano la prima 70, la seconda 200, aspiranti coloni di Poyais. Medici, avvocati, un banchiere e persone semplici che vendono tutti i propri averi per costruirsi una nuova vita nella terra promessa, vengono così abbandonati in mezzo alla giungla, circondati dai nativi, vicino ai resti di un vecchio insediamento mai sviluppatosi. Le malattie tropicali cominciano subito a mietere le prime vittime: oltre 180 coloni muoiono, i sopravvissuti vengono portati nell’Honduras britannico da una nave di soccorsi. Intanto un messaggio urgente raggiunge Londra, da dove nel frattempo erano partite altre cinque navi cariche di aspiranti coloni di Poyais (anche tra loro, solo pochi sopravviveranno). I giornali pubblicano tutta la storia, ma non c’è niente da fare: molti continuano a scommettere sulla buona fede di MacGregor e accusano invece i giornalisti, rei di diffondere notizie negative e catastrofiste.

Intanto il sedicente cacicco, che invece la verità la conosce, decide di cambiare aria e si trasferisce in Francia. Nel frattempo vara una nuova costituzione di Poyais, trasformando il Paese in una repubblica, più adatta ai gusti francesi rispetto a una monarchia. Anche qui riesce a mettere insieme una nave di aspiranti coloni, ma le autorità sentono puzza di bruciato e bloccano il vascello prima che lasci Le Havre. Lo scozzese e alcuni suoi sodali finiscono sotto processo; alla fine del procedimento i compagni di merende vengono condannati, mentre MacGregor ne viene fuori indenne. Così, innocente come un bambino, nel 1826 torna a Londra. Le autorità britanniche lo schiaffano in galera, ma dopo una settimana se ne esce bel bello. L’eco della truffa di quattro anni prima si è ormai spenta e l’ineffabile Gregor MacGregor ricomincia la sua attività: apre un ufficio e vende obbligazioni di Poyais. Stavolta però le cose vanno meno bene ed è costretto a vendere in blocco i certificati per quattro soldi.

Finita qui? Macché. Ora entra in campo pure la concorrenza. Qualcuno apre un ufficio poyaisiano rivale che comincia anche quello a vendere bond. La faccenda va avanti ancora per alcuni anni; nel 1834 MacGregor torna a Edimburgo, ma assediato dai creditori cerca di cavarsela emettendo nuovi certificati. Nel 1838 gli muore la moglie e, ormai senza un soldo in tasca, poiché è pur sempre un alto ufficiale venezuelano (nel frattempo era stato promosso generale) decide di trasferirsi nel Paese sudamericano. A Caracas gli vengono confermati il grado e dati tutti gli stipendi arretrati, il che gli consente di vivere nell’agio svolgendo la sua attività preferita: intrattenere gli astanti con i suoi mirabolanti racconti di guerra. Muore a Caracas il 4 dicembre 1845. Gli vengono accordati solenne funerali militari, viene seppellito nella cattedrale e il suo nome viene iscritto tra quelli dei liberatori della patria, dove può essere letto ancora oggi.