Così si è arrivati alla cacciata di Cesare

Così si è arrivati alla cacciata di Cesare

Il casus belli si scatena dopo una scellerata intervista al Financial Times lo scorso 16 febbraio. Cesare Geronzi, sul quotidiano della City londinese, affermò che Generali «potrebbe considerare di investire ulteriormente nelle banche italiane» e in infrastrutture come il Ponte sullo Stretto. Apriti cielo. Le deleghe affidate al presidente del Leone di Trieste lo scorso maggio, infatti, non comprendono la gestione operativa degli investimenti, ma soltanto poteri di sovrintendenza e comunicazione.

Il peccato originale, tuttavia, risale a un mese prima. Senza mezzi termini, il 22 gennaio, il patron di Tod’s e consigliere di Generali Diego Della Valle si era scagliato apertamente contro l’ex presidente di Mediobanca. «Non mi piace questa continua aria di assedio che c’è intorno al Corriere e soprattutto non mi piace vedere che a metterla in piedi è qualcuno che non ha investito nulla e tenta di farlo vedere come se fosse cosa propria, magari per tenere la sedia in altri posti». Scagliandosi poi con «qualche arzillo vecchietto unto dal signore che bazzica nei nostri consigli e che pensa che la Rizzoli non sia un’azienda che vada gestita come tutte le altre, un’azienda che ha bisogno di stimolare i propri uomini e non preoccuparli o impensierirli». 

Consiglio di Rcs rinviato di una settimana, il 17 febbraio, e palla al centro. L’intervista al Ft, però, non va giù a Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, che il 21 febbraio si dimette dal board di Generali. «Mi rendo conto che il mio contributo non può incidere sugli indirizzi strategici di questa compagnia», è l’amara considerazione del top manager nato a Milano. Intanto, le banche d’affari si domandano quali siano, a questo punto, le vere strategie del Leone rispetto al piano industriale presentato agli azionisti a novembre. «Secondo noi questo potrebbe essere un segnale negativo nella direzione sbagliata», scriveva Thomas Noack, che segue il titolo per WestLandesBank, grande banca tedesca, ma il giudizio più tranchant arrivò dagli analisti di Kepler Capital: «È anche più drammatico, secondo noi, che la visione strategica si muova tra l’astruso (finanziare il progetto del Ponte sullo stretto quando Berlusconi è vicino alla dimissioni) e l’inutile (acquisire banche per Generali non porta a nulla)». Sicuramente, le dimissioni di Geronzi dopo nemmeno un anno, era salito al vertice di Piazza Unità d’Italia a Trieste il 24 aprile 2010, stanno facendo volare il titolo, +7% nel momento in cui scriviamo. 

Appena una settimana dopo l’uscita di Del Vecchio, Geronzi cercava invano di stemperare le tensioni all’appuntamento annuale dell’Assiom Forex, lo scorso 27 febbraio, parlando di «grandissima armonia a Trieste». Immediata la replica di Della Valle, attraverso una nota giunta alla stampa in serata: «dichiarazioni fatte in modo inopportuno e senza nessun senso logico». Lo stesso fondatore di Tod’s, in un’intervista all’Espresso, aveva rincarato ulteriormente la dose, dichiarando: «Geronzi cominci a pensare alla pensione».

Tre giorni prima, il 24 febbraio, si era svolto a Roma un lunghissimo consiglio di amministrazione in cui, dopo aver evidenziato l’andamento positivo dei premi assicurativi (73 miliardi di euro, +3,8% a/a) veniva ribadito con forza che «l’unico criterio guida è la creazione del valore per tutti gli azionisti». Insomma, le storiche quote nei patti di Rcs, Mediobanca e Pirelli di colpo non erano più strategiche. Business first, poi vengono le alleanze «di sistema». 

Meno di una settimana e Del Vecchio, a margine del cda di Luxottica, chiarisce che le proprie dimissioni non dipendono dall’operato di Geronzi, il quale «ormai non ha alcun potere». La vera perplessità di Del Vecchio, stando ad alcune ricostruzioni, era l’acquisto per 200 milioni di euro della partecipazione nella banca russa Vtb, non transitata per il consiglio di amministrazione in quanto l’importo era compreso nelle deleghe di Perissinotto. In realtà, una non questione. 

Sulle pagine del Corriere della Sera, l’11 marzo, prende posizione anche il consigliere di Mediobanca Tarak Ben Ammar, affermando che per l’amico Vincent Bolloré «È contento dalla presidenza di Geronzi, della qualità del consiglio, un’opinione che del resto lo stesso Della Valle ha fatto sua». Proprio Bolloré sale in cattedra il 16 marzo scorso per difendere Geronzi, astenendosi dall’approvazione del bilancio 2010 della compagnia, nonostante i profitti a 1,7 miliardi (+30% sul 2009). 

Il motivo? Un’altra falsa questione: l’investimento nella joint venture paritetica con Ppf, la compagnia di Petr Kellner, finanziere ceco che possiede poco più del 2% del Leone. Sul banco degli imputati l’opzione put nelle sue mani – 3 miliardi di euro – che avrebbe potuto esercitare entro il 2014. Un tema sul quale, dieci giorni fa, intervenne anche la Consob, chiedendo chiarimenti sulle caratteristiche degli accordi con Kellner, risalenti al 2007 ma rinegoziati nel 2009. «Non intervengo», fu il commento di Geronzi alle richieste di Perissinotto di assumere una posizione forte sulla vicenda, per difendere il nome della società dalle accuse di stampa del duo di fiancheggiatori Bolloré-Ben Ammar. L’ultimo strappo prima della richiesta, lo scorso 28 marzo, di un cda d’urgenza a firma di 8 consiglieri, dagli eletti nella lista Assogestioni a Della Valle e Pelliccioli, fino ad Angelo Miglietta, numero uno della fondazione Crt e uomo molto vicino al vicepresidente di UniCredit, Fabrizio Palenzona. Le motivazioni della missiva? Troppi hanno parlato a sproposito. 

L’ultimo segnale premonitore dell’imminente resa dei conti si è consumato lunedì sera, con le dimissioni di Ana Botìn, figlia di Emilio Botìn, fondatore e presidente del Banco Santander, secondo istituto di credito in Europa. Meglio non sporcarsi le mani, avrà pensato l’amministratrice della banca che ha rilevato la scorsa estate la maggioranza delle attività inglesi della Royal Bank of Scotland.

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