De Klerk, il mio Sudafrica un modello per l’onda araba

De Klerk, il mio Sudafrica un modello per l’onda araba

Diciotto anni fa, ad Oslo, due uomini vincevano, insieme, il Nobel per la pace. Il primo era l’ex prigioniero politico più famoso del mondo: Nelson Mandela. Il secondo era il presidente dell’ultimo regime bianco del continente africano: Frederik Willem de Klerk. Con parole scarne, il Comitato Nobel norvegese gli assegnava il premio «per il loro lavoro nel porre pacificamente termine al regime dell’apartheid, e gettare le fondamenta di un nuovo Sudafrica democratico».

L’anno successivo, dopo estenuanti negoziati, la nazione arcobaleno avrebbe celebrato le prime elezioni a suffragio universale della sua storia; Nelson Mandela sarebbe diventato presidente e de Klerk suo vice insieme al futuro presidente Thabo Mbeki. Oggi de Klerk, l’afrikaner che fece scarcerare Mandela e diede inizio al cambiamento, ha compiuto da poco 75 anni. Continua però a combattere le battaglie in cui crede.

La fondazione che porta il suo nome è attiva nel promuovere i valori e i principi della Costituzione sudafricana, nonché l’armonia razziale e la risoluzione pacifica delle controversie. De Klerk presiede inoltre la Global Leadership Foundation, organizzazione internazionale che sostiene la democrazia, i diritti umani e il primato della legge, e di cui fanno parte statisti come l’ex mister Pesc Javier Solana, l’ex primo ministro canadese Joe Clark o l’ex presidente del Botswana Ketumile Masire.

De Klerk non rinuncia poi a dire la sua sulle principali questioni internazionali. A marzo ha pubblicato, sulla prestigiosa rivista Foreign Policy, un interessante articolo, “Making a Democracy”, in cui indica la transizione democratica sudafricana come un modello per un processo analogo in Egitto, Tunisia ecc… A suo parere «i negoziati costituzionali avvenuti in Sudafrica nei primi anni novanta possono fornire a queste nuove democrazie un istruttivo esempio da studiare».
Linkiesta lo ha intervistato in esclusiva.

Signor Presidente, partiamo dal suo articolo «Making a Democracy». Perché, come sostiene lei, ad esempio i nuovi leader egiziani potrebbero imparare dal Sudafrica post-apartheid ?

«Tutti riconoscono che in Egitto si dovranno tenere delle elezioni per scegliere un nuovo governo legittimo. Ma è difficile che delle elezioni abbiano successo senza un qualche genere di cornice costituzionale che sia accettabile per tutti i maggiori partiti coinvolti. La chiave per il successo del nostro processo di trasformazione costituzionale in Sudafrica nei primi anni novanta fu che tutti i partiti con un sostegno significativo trovarono un accordo su tale cornice costituzionale prima che le elezioni avessero luogo. La cornice provvide non solo alla creazione di istituzioni indipendenti per sovrintendere alle elezioni, ma anche a proteggere la democrazia tramite una Carta dei diritti, una Corte costituzionale e la separazione dei tre poteri».


E oggi quanto è in salute la democrazia sudafricana?

«Il Sudafrica ha una democrazia costituzionale pienamente funzionante. Abbiamo avuto quattro elezioni libere e corrette. Comunque, poiché gran parte dei sudafricani vota ancora lungo linee razziali, abbiamo una “democrazia a partito dominante” con poche possibilità che l’attuale governo sia sconfitto alle urne. In assenza di una forte opposizione, c’è stato un declino degli standard di governo. Ci sono stati anche tentativi di erodere importanti aspetti della Costituzione, ma essi sono stati finora contrastati con successo dalle nostre forti organizzazioni della società civile e dalle istituzioni».


Il Sudafrica è il motore economico del continente. Gioca un ruolo importante nell’Africa australe, e il suo profilo internazionale sta crescendo. Pensa che diventerà una potenza globale ?

«In quanto economia più dinamica e sviluppata dell’Africa, il Sudafrica è spesso visto come un naturale portavoce del continente. Questo ci ha consentito di giocare, negli affari mondiali, un ruolo più importante di quello di gran parte dei Paesi della nostra taglia, soprattutto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel G20 e più recentemente come nuovo membro del Bric [il gruppo delle maggiori economie emergenti: Brasile, Russia, India e Cina]».


Se guarda al Sudafrica di oggi, è il Paese che lei e Nelson Mandela immaginavate quando riceveste il Nobel per la pace nel 1993 ?

«Sì. Nonostante le molte grandi sfide che ci troviamo di fronte, il Sudafrica ha fatto bene in questi diciotto anni. Abbiamo goduto di una crescita economica costante; abbiamo istituito una democrazia costituzionale non-razziale funzionante; e abbiamo conseguito alcuni successi degni di nota, come ospitare la Coppa del mondo Fifa lo scorso anno. Il Sudafrica di oggi è un Paese molto, molto migliore di quello che era prima che lanciassimo il nostro processo di trasformazione».
 

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