È una ferita il Corriere senza quei manifesti in prima

È una ferita il Corriere senza quei manifesti in prima

Questa è la storia di un piccolo dolore personale, e come tale da affrontare con la malinconia di parole amare seppur lievi. Mi sento molto milanese, non solo per una banalissima questione anagrafica. Lo sono perché ciò che Milano ha vissuto in anni terribili mi ha permesso di scegliere quale strada percorrere. Se è possibile, quel cielo plumbeo che accompagnava i funerali di Piazza Fontana è un grigio che mantengo in un luogo preciso del mio cuore. Tornando, come mi capita a volte, nei luoghi del terrorismo milanese, piazze, angoli della città, targhe intitolate, rivedo la nostra storia con una sofferenza moderna, che comprende ancora, senza nostalgismi, la memoria.

Qui a Roma, dove vivo da più di tre lustri, mi sento milanese anche di più. E difendo la mia terra con gesti piccoli e un po’ maniacali. Orgogliosamente, il Corriere è la mia prima vetrina sulle cose del mondo, è veramente il «mio» giornale, nessuno me lo potrà mai rubare e nessuno creda di poterlo fare a nostre spese, di noi lettori, chè altrimenti la rivoluzione la faremmo davvero in difesa del nostro foglio liberale.

Con Ferruccio De Bortoli, ho un rapporto bellissimo lettore/direttore, niente di più di questo ma neanche nulla di meno. Spesso, di buon mattino gli scrivo via mail. Accade quando trovo che manchi qualcosa di essenziale, allora di getto gli riverso le mie lamentele e lui, con serena rassegnazione e l’educazione di un lord inglese, mi risponde con un laconico “Grazie a lei”. Altre volte è ironico, ma insomma non manca una volta di rispondere. Credo lo faccia con tutti i lettori che gli scrivono.

Questa mattina non me la sono sentita di scrivergli. Guardavo la prima pagina del Corriere e perdevo progressivamente tranquillità. La riguardavo, credendo di essermi sbagliato, poi la riprendevo dopo qualche minuto a mente più fredda sperando in un miracoloso ravvedimento. Invece nulla, la notizia di quel terribile, ignobile manifesto «Via le Br dalle Procure» affisso nella nostra Milano, non c’era. C’erano altre cose, per me molto meno importanti e dolorose.

Non ne faccio una questione giornalistica. No. Roba minima, direbbe un milanese come Jannacci. Ne faccio una questione di sensibilità, come se a noi milanesi toccasse anche la fatica del ricordo, l’esigenza di non adagiarsi a distanza di così tanto tempo, la necessità di far sorgere un’indignazione spontanea, automatica. Nessun ragionamento giornalistico, ma pura immediatezza civile.

Non era importante che gli altri “grandi” giornali avessero in prima pagina questa notizia, è stato significativo che il Corriere non l’avesse, invece. E mi pare opportuno depurare la questione da tutti i risvolti politici dell’oggi, dai manicheismi contrapposti, dall’essere pro o contro Berlusconi. Quel manifesto andava ben oltre Berlusconi, sapeva di evocare, sapeva di ferire. E noi milanesi, che questa ferita portiamo sui nostri volti e nelle nostre storie, abbiamo bisogno di sentire che il Corriere è dentro le nostre vite. 

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