I ricconi cinesi fanno la fortuna della moda italiana

I ricconi cinesi fanno la fortuna della moda italiana

Una volta era il nemico, poi è diventata terra di conquista. Oggi, è un alleato. La strategia dei big della moda internazionale nei confronti della Cina è cambiata nel tempo sull’onda dello sviluppo economico del Dragone. Tanto che, oggi, gli esperti del comparto amano ripetere come un mantra che i bilanci si redigono partendo dai fatturati realizzati in Estremo Oriente. Addirittura, in alcuni casi, i «nuovi ricchi» made in China rappresentano l’àncora di salvezza finanziaria per un distretto finito ai margini del mercato proprio a causa della manodopera cinese a basso costo.

Una storia raccontata stamani dal Financial Times, quotidiano della City. Il protagonista è Bottega Veneta, marchio che fa parte della francese Ppr, holding del lusso – cui appartiene anche Gucci – guidata da Francois Pinault. La maison, che nasce a Vicenza, città famosa in tutto il mondo per la produzione orafa, in collaborazione con la Regione Veneto ha creato una cooperativa per impiegare nella produzione di borse e pelletteria le donne che prima lavoravano nel distretto dell’oro, soffocato dalla concorrenza cinese. Ironia della storia, a rendere possibile il reintegro di questi artigiani sono stati proprio gli enormi volumi generati dalla crescente domanda cinese di beni di lusso. 

A qualche centinaio di chilometri da Vicenza, in una laterale di Corso Italia, pieno centro di Milano, Paolo Amato, presidente della Leu Locati, azienda a conduzione familiare che fabbrica borse su misura – indossate, tra gli altri, da Lady Diana, Grace Kelly e dalla moglie del premier cinese Wen Jabao – oltre a realizzare il top della gamma per Armani e D&G, è la prova vivente della virtuosa storia vicentina. Raggiunto telefonicamente da Linkiesta proprio mentre sta aspettando dei clienti cinesi nel suo laboratorio, spiega: «L’interesse per i prodotti la cui costruzione deriva dalla cultura e dalla fantasia dell’artigiano è fortissimo in Cina, dove questo tipo di tradizione non esiste. Noi cerchiamo di comunicare un’emozione con i nostri prodotti, e i “nuovi ricchi” di laggiù lo sanno bene».

La banca d’affari inglese Barclays, in un recente report, stima che nella sola Cina la domanda crescerà stabilmente del 20-30% l’anno per il prossimo lustro, mentre secondo il broker indipendente Clsa, specializzato nell’area Asia-Pacifico, entro il 2020 Pechino peserà per il 44% del fatturato globale del settore, rispetto al 15% di oggi. Meno impetuosa ma ugualmente sostenuta la domanda in Brasile, Russia e Messico. I cosiddetti Bric, o mercati emergenti: per la banca Hsbc quest’anno la loro domanda di beni di lusso crescerà dell’11% sul 2010. Che, guardando al loro peso nelle vendite degli all star della moda italiana, si possono definire «emersi».

Nell’ultimo bilancio di Salvatore Ferragamo, che ha chiuso il 2010 con ricavi pari a 781,6 milioni di euro utili per 86,4 milioni di euro (+137% sul 2009), ebitda a quota 113,1 milioni, (+82,7% a/a) e crescita del retail a quota 29%, la metà del fatturato proviene da quella che le società definiscono «greater China», cioè Cina, Hong Kong, Taiwan e Macao: sotto la Grande Muraglia la casa fiorentina ha 90 negozi monomarca. Stesso discorso per Prada, che ha archiviato l’anno scorso con ricavi netti saliti a 2 miliardi di euro, utile netto pari a 250,8 milioni di euro (+150,4%) ed ebitda pari a 535,9 milioni di euro, la Cina ha registrato una crescita delle vendite del 63% anno su anno, con 104 negozi monomarca e poco meno di 400 milioni di euro di fatturato.

Numeri che, nel caso di Prada, avallano le ragioni strategiche dell’imminente quotazione sulla piazza di Hong Kong. A fine gennaio, i coniugi Bertelli avevano espresso la decisione di puntare sulla velocità di raccolta di capitali tipica dei mercati asiatici piuttosto che privilegiare gli investitori europei e statunitensi, più cauti. Le stime che circolano sul mercato valorizzano il gruppo fra 5 e 7 miliardi di euro. Tuttavia, un analista contattato da Linkiesta osserva che anche la parte bassa di questa forbice implicherebbe una valutazione «intrisa di un esasperato ottimismo». Con una valorizzazione di 5 miliardi si avrebbe infatti un multiplo (il cosiddetto p/e ratio) pari a 12,5 volte l’utile atteso nel 2011, mentre la media del settore è pari a 10,47.

Aspettando che sia il giudizio dei mercati a dare un quadro preciso sullabontà della mossa di Prada, un altro peso massimo del glamour italiano, Salvatore Ferragamo, ha deciso di intraprendere una strada diversa, portando un pezzetto di Cina in Piazza Affari. Lo scorso marzo, il brand toscano ha venduto l’8% della holding di famiglia al miliardario cinese Peter Woo, da 25 anni socio alla pari della famiglia nella distribuzione dei capi fiorentini nella Greater Cina. In cambio, i Ferragamo si sono impegnati a salire dal 50 al 75% del capitale della joint venture entro il 2013. Spia della volontà, da parte dei padri fondatori, di uscire gradualmente dal business vero e proprio per concentrarsi sulla gestione del gioiello di famiglia. Al contrario di Peter Woo, che con ogni probabilità conterà molto di più, visto il suo ingresso nel board della holding a monte dell’impero presieduto da Salvatore Ferragamo.

Al di là dei benefici finanziari di quotarsi nel mercato asiatico o di aprire la propria cassaforte ai capitali provenienti dall’area, il punto focale per garantire la qualità che si aspettano le ricche signore cinesi sta nell’attenzione alla produzione e nella oculata gestione industriale. Bottega Veneta ha effettuato una scelta opposta ai prodotti Apple, che recano la scritta «progettato in California, realizzato in Cina». Le cento artigiane che cuciono l’intreccio infilato delle borse realizzate da Bottega Veneta, spiega ancora il Financial Times, sono talmente impegnate ad evadere gli ordini provenienti da Pechino che è già stato presentato il progetto di un’altra cooperativa. 

Il prezzo pagato dal consumatore orientale per avere una borsa italianain edizione limitata e realizzata a mano, finora, ha giustificato la scarsa economia di scala, per le aziende del comparto, di spedire dall’altra parte del mondo le borse prodotte in Italia. Le previsioni sono eccellenti, ma quando il mercato si saturerà? «Ho sempre visto l’economia come la fisica dei vasi comunicanti», osserva Amato: «nel dopoguerra noi siamo andati in Giappone, dove nessuna donna indossava una borsetta. Oggi c’è la Cina, domani l’Africa. Se un prodotto ha qualcosa da raccontare sarà sempre appetibile».

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