Il Leone di Trieste vuole un presidente agnellino: Galateri

Il Leone di Trieste vuole un presidente agnellino: Galateri

Un nome di «standing internazionale» e soprattutto un personaggio «non ingombrante». Italiano, ça va sans dire, ché non è proprio tempo di esterofilia. Nelle ore successive alla defenestrazione di Cesare Geronzi dalla presidenza delle Assicurazioni Generali, il pensiero dei grandi soci corre alla riunione di domani per la nomina del successore. Il presidente uscente se ne è andato con una super liquidazione di 16,6 milioni, dopo un anno scarso di servizio, e 2,32 milioni di stipendio per l’opera svolta dal 24 aprile 2010: in dodici mesi il banchiere romano ha così eguagliato il bonus da 20 milioni che aveva percepito nel 2007 per la vendita di Capitalia a Unicredit.

Il presidente che arriva dovrà avere un identikit preciso: alto profilo e «soprattutto – sottolineano – non ingombrante». Uno che conosca gli usi di mondo e sia stare al gioco del Leone: non dare fastidio, ci sono già troppe teste da mettere d’accordo. È la fotografia di Gabriele Galateri di Genola, (qui la bio), classe 1947, una figura che, dopo una lunga permanenza nella galassia Fiat, è stato un impercettibile presidente di Mediobanca dal 2003 al 2007 e si appresta a uscire dalla Telecom fra pochi giorni. 

Nato a Roma, figlio di un ufficiale dell’esercito, dopo un master in business administration alla prestigiosa Columbia University nel 1970-71, entra subito nel mondo del lavoro da responsabile dell’ufficio analisi finanziaria del Banco di Roma, a quei tempi uno dei principali istituti italiani. Due anni, dal 1974 al 1976, come direttore finanziario della Saint Gobain, e l’esperienza decennale nelle società della famiglia Agnelli – Fiat, Ifil, Ifi – gli conferiscono lo «standing internazionale» chiesto dai grandi soci. Ma anche la patente di «uomo di fiducia» che non intralcia la proprietà né crea spaccature dentro le aziende. A 64 anni, e senza colpo ferire, pare destinato a diventare presidente di una delle storiche e principali istituzioni finanziarie italiane, fondata a Trieste nel 1831, presente in 40 Paesi con attività per 400 miliardi di euro (vedi i dati salienti del gruppo).

Galateri è più giovane di dodici anni rispetto a Geronzi. Nel giro di dodici mesi, da Antoine Bernheim a Galateri, l’età del presidente della compagnia si è abbassata di ventitré anni. Un segnale di rinnovamento dei potentati economici italiani che vede nello stesso tempo la sostituzione di un banchiere molto politicizzato con una figura più neutra e, appunto, «non ingombrante». Un segnale, per adesso, ma non una garanzia di risultato: non va dimenticato infatti che Galateri arriverebbe a Trieste proprio dalla Telecom, ossia una grande impresa italiana rimasta prigioniera di un passato di debiti e di incertezza strategica. A Trieste dovrà assicurare l’ordinato svolgimento dei lavori nell’interesse di un parterre di soci Mediobanca (che ha il 13,5%), il gruppo De Agostini (2,43%), l’industriale Leonardo Del Vecchio, il magnate ceco Petr Kellner, il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone (oltre il 2%), che è anche vicepresidente vicario della compagnia, Effetti-Ferak, i due veicoli che riuniscono le partecipazioni dei soci veneti (Amenduni, Zoppas, Palladio Finaziaria e altri) e della Fondazione Crt.  Senza dimenticare i piccoli soci e gli investitori istituzionali: circa i due terzi del capitale sono divisi fra investitori istituzionali stabili e piccoli azionisti.

Non si è così realizzato ciò che in un libro-intervista di recente pubblicazione, Bernheim ha descritto come il “sogno di Tremonti”, il ministro dell’Economia: mettere le mani sulle Generali (vedi articolo). Nella giornata di ieri era perciò circolato con insistenza il nome di Domenico Siniscalco, ex ministro del Tesoro, ora capo della sede italiana della banca Morgan Stanley e presidente di Assogestioni, la lobby delle società che gestiscono fondi comuni di investimento. In sé un buon candidato ma con il difetto di essere percepito come il proseguimento, a tinte meno forti, della politicizzazione del vertice della compagnia:  dal banchiere vicino al sottosegretario Gianni Letta e al premier Silvio Berlusconi a quello amico di Tremonti.

Le supposizioni su un ritorno di Alessandro Profumo non tengono conto della presenza fin troppo «ingombrante» del banchiere che lo scorso autunno ha lasciato la guida di Unicredit con una maxi liquidazione da 40 milioni di euro. Ancora meno credibili sembrano le ipotesi sugli altri manager finiti nel frullatore del totonomine: da Tommaso Cucchiani (gruppo Allianz) all’ex banchiere della Goldman Claudio Costamagna a Mario Greco, 52enne amministratore delegato di Zurich Financial Services, da Mario Monti, ex commissario europeo alla Concorrenza, attualmente presidente dell’Università Bocconi e consulente della Goldmand Sachs, a Roland Berger, noto consulente strategico, fondatore dell’omonima società. Ipotesi speculative o messe in giro ad arte, come accade spesso in questi casi, per coprire una scelta già fatta ma non ancora ufficializzata con un po’ di rumore mediatico, ovvero per “bruciare” candidature in erba o che si crede siano tali.

Forse ben più seria era l’ambizione di Fabrizio Palenzona, 58 anni, vicepresidente di Unicredit (il primo azionista di Mediobanca), e uomo forte della Fondazione Crt. A detta di molti ha fornito «fattiva collaborazione» al blitz su Geronzi, mentre i suoi amici ne minimizzano il ruolo nella vicenda. Sicuramente, rispetto al timing perfetto del licenziamento di Geronzi (Letta e il premier Berlusconi sono in difficoltà e il Governo non ha potuto fare la differenza), Palenzona paga pegno ai guai giudiziari che lo hanno lambito. A inizio marzo il suo assistente Roberto Mercuri è stato messo agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta Energopoli: la Procura di Crotone gli contesta una presunta truffa legata al progetto di una centrale turbogas finanziato dall’Unione europea. Il fratello Giampiero è finito nei guai per il fallimento del mobilificio Aiazzone. Lui stesso è stato accusato di aver ricevuto soldi dalla Bpl di Gianpiero Fiorani in cambio di favori e intercessioni: ha sempre negato, i legali ne hanno chiesto l’assoluzione. In questa partita la lunga consuetudine con Tremonti non è bastata a fare il salto a Trieste, anche se il riassetto in corso sull’asse Generali-Mediobanca-Unicredit lo vede in prima linea. 

Comunque, andato via Geronzi, e ricomposto il clima sereno all’interno del cda, sul tappeto restano i problemi aziendali delle Generali. Il banchiere romano ha commesso degli errori ma fra questi difficilmente può essere indicata la responsabilità dell’andamento gestionale che invece fa capo all’amministratore delegato del gruppo Giovanni Perissinotto. È vero che la compagnia ha superato senza troppi danni la crisi finanziaria. Ma è altrettanto vero che il confronto fra i dati del 2005 e quelli del 2010 è impietoso. Il “combined ratio” è peggiorato dal 97,9 al 98,8%. Che cosa è il combined ratio? La somma fra costi generali e spese per il rimborso dei sinistri in rapporto al totale premi. È la prima misura dell’efficienza gestionale del ramo danni: più è basso meglio è per la compagnia. Poi, i profitti sono scesi da 1,9 a 1,7 miliardi, con un calo del 10 per cento. Il patrimonio netto tangibile si è ridotto da 15,5 miliardi a 12,6 miliardi di fine 2010: meno 20% in cinque anni. Né risulta che Perissinotto si sia opposto a piccole operazioni di sistema caldeggiate da Geronzi come l’aiuto concesso alla famiglia Ligresti, bisognosa di liquidità per la sua controllata assicurativa Fondiaria-Sai, concorrente del Leone. L’11 giugno 2010 le Generali hanno preso l’impegno, valido fino a settembre 2011, di acquistare, su richiesta dei Ligresti, il 27,2% di Citylife, la società che sta sviluppando il quartiere milanese dove sorgeva la vecchia Fiera. Due settimane fa la Fondiaria ha deciso di esercitare il suo diritto: per la quota aggiuntiva in Citylife Generali dovrebbe sborsare circa 100 milioni.

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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