Le balle dei media scaldano la piazza araba

Le balle dei media scaldano la piazza araba

Internet e social network, telefonini e, ovviamente, anche i vecchi canali televisivi e le emittenti satellitari. Le rivolte arabe corrono e si sviluppano lasciando traccia lungo questi sentieri, sfruttando i nuovi media e quelli più tradizionali per organizzarsi, scambiare opinioni, inviare messaggi e perorare la loro causa. E a influenzare l’opinione pubblica ci provano anche i governi. «Come è sempre avvenuto in ogni conflitto, ciascuna parte immette nel circuito mediatico notizie non necessariamente vere ma ritenute utili per la vittoria finale» dice Gianni Cipriani, direttore del Centro studi strategie internazionali di Roma.

L’elemento nuovo è la diffusione di immagini e filmati che seppure non sempre verificabili vengono immessi su Facebook e Youtube, diventano elementi di confronto, informazione e motivazione, raggiungendo poi platee più larghe e internazionali. «In qualsiasi confitto o situazione di crisi – aggiunge Cipriani – si fa un uso massiccio di propaganda. E’ successo e sta succedendo in Libia, lo stiamo vedendo anche in Siria, dove, ancora una volta, strumenti di informazione in grado di raggiungere un pubblico globale sono usati per diffondere notizie e informazioni probabilmente non sempre vere».

Spiazzati dai nuovi media e dall’uso che ne fanno i giovani rivoltosi, i governi arabi sono ricorsi a strategie e canali diversi puntando però allo stesso obiettivo: fare propaganda e raccogliere consenso attorno a sé. «E’ ormai chiaro, per esempio, che Gheddafi non potrebbe resistere se avesse semplicemente a disposizione qualche migliaio di mercenari; è riuscito a ‘vendere’ la rivolta come un’operazione neo-coloniale con potenze straniere a muovere i fili dietro le quinte» sostiene Karim Mezran, docente di studi sul Medio oriente alla School of advanced international studies di Bologna.

A tentare la stessa strada, ovvero a cercare di presentare la rivolta come il frutto di interferenze straniere, sono stati altri due paesi arabi: il piccolo Bahrain e la Siria. In ambedue i casi si tratta di nazioni politicamente rette da minoranze. In Bahrain una famiglia sunnita regna su una maggioranza sciita, in Siria da 43 anni sono gli Assad alawiti a governare un paese composito e diverso per etnie e religioni. Se il Bahrain ha accusato l’Iran sciita di fomentare proteste comunque caratterizzate come altrove da istanze soprattutto sociali ed economiche, in Siria il presidente Bashar al Assad ha parlato di un non meglio precisato complotto straniero e sul campo ciò si è tradotto in campagne mediatiche di stampo nazionalista affidate alla televisione pubblica ma anche alla polizia, che in alcune regioni hanno convinto le comunità locali ad autorganizzare posti di blocco e altre iniziative per individuare eventuali provocatori stranieri.

In Tunisia ed Egitto, paesi meglio attrezzati culturalmente e con una società civile matura, Ben Ali e Hosni Mubarak hanno dovuto cedere il passo alla protesta che montava in rete e che trovava poi sfogo sulle piazze. Contro bloggers e attivisti online, nulla hanno potuto se non tentare di bloccare le comunicazioni e il flusso informativo, ma a quel punto era troppo tardi per poter anche pensare a qualche forma di controinformazione. Marci al loro interno, privi di credibilità, posti di fronte alle necessità di popolazioni stanche, hanno ceduto scettro e potere, aprendo a un periodo di trasformazioni ancora in essere.

Se i governi hanno usato soprattutto giornali e televisioni, il controcanto della rivolta ha fatto invece ampio uso di telefonini: ora telecamere per filmare la repressione delle forze di sicurezza, ora fotocamere digitali e strumenti in grado di immettere contenuti in rete, per essere immediatamente disponibili. La pagina Facebook “Syrian revolution 2011” ha raccolto più di 100.000 adesioni e segue con i tempi della cronaca le vicende siriane, ovviamente dalla parte di chi protesta. Visitare con costanza la pagina permette di avere notizie in diretta su quanto avviene nelle piazze di Daraa e Lattakia, ma anche di cogliere in fallo chi mantiene la stessa pagina.

A volte i video vengono replicati a distanza di tempo e attribuiti a città diverse: è capitato che manifestazioni a favore di Assad dall’audio non perfetto siano state trasformate in proteste antigovernative. Fatti anche grossolani, come filmati in cui si usano tecniche cinematografiche per aumentare pathos e drammaticità ma che sono difficilmente verificabili o in alcuni casi palesemente costruiti, ai fini di chi li immette in rete sono molto efficaci e funzionali proprio perché l’informazione raggiunge un pubblico su scala globale.

Errori o propaganda? La risposta è relativamente importante e, comunque, il tema deve essere allargato a tutti i contendenti. Il fatto vero è che le proteste arabe prendono spunto nelle loro fasi iniziali da innegabili problematiche sociali ed economiche, e da un male comune e diffuso che è la corruzione e sul quale la propaganda di governo non è in grado di far cambiare opinioni in un breve lasso di tempo.

«Immaginiamo un triangolo che abbia su un lato il dispotismo secolare che si è fatto forte della paura della gente, sul secondo lato il fanatismo religioso che non è riuscito a costruire un progetto valido e sul terzo le ingerenze di paesi stranieri che hanno sostenuto governi corrotti e ingiusti: la società araba è stata negli ultimi 30 anni prigioniera all’interno di questo triangolo che ora sta scuotendo, mandandolo in frantumi come successo in Tunisia ed Egitto». Adel Jabbar, sociologo e saggista di origini irachene che da tempo vive in Italia, usa questa immagine per rendere anche visivamente quanto sta avvenendo. «Internet – aggiunge Jabbar in un’intervista all’agenzia di stampa Misna – ha consentito le comunicazioni tra chi era rimasto nel proprio paese e chi era stato costretto all’esilio per motivi politici, un ponte tra generazioni diverse alle prese con gli stessi problemi; ha poi favorito lo scambio di opinioni non solo tra gli egiziani o i tunisini, ma tra tutti gli arabi, in virtù di una storia, di una cultura e di una lingua comuni».

Se internet è stato lo spazio virtuale in cui riunirsi e organizzarsi, il telefonino è stato lo strumento che ha facilitato questa operazione. E quanto radicato sia l’uso del telefonino come strumento di comunicazione a 360 gradi lo indica chiaramente un sondaggio diffuso lo scorso gennaio dalla società di ricerche australiana Effective Measure. Secondo i risultati, il 45% di chi naviga in internet nei paesi del Nord Africa e del Medio oriente, lo fa utilizzando un cellulare. E se circa la metà di questi appartiene alle categorie dei liberi professionisti e dei manager d’azienda, percentuali significative sono anche quelle degli studenti (13%), degli impiegati (9%) e dei disoccupati (4%), dell’anima della rivoluzione.

«I social network hanno costituito uno strumento in più anche per la comprensione esterna di insurrezioni popolari e repressioni governative» dice da Washigton Emiliano Alessandri, ricercatore del German Marshall Fund e collaboratore in Italia dell’Istituto affari internazionali. «Tramite Facebook, Twitter e Youtube abbiamo ricevuto un’immagine delle rivolte forse poco chiara, ma sicuramente più realistica di quella mediata dai canali televisivi satellitari – dice ancora Alessandri – mentre mi interrogherei sul ruolo avuto dai grandi network. Al Jazeera e gli altri canali all news hanno avuto una parte importante per orientare, più che dare notizie hanno ‘informato’ le notizie, con atteggiamenti diversi da paese a paese. I social network hanno invece rappresentato un elemento positivo e di novità».

Questa virtuale abbondanza di informazioni accresce però i rischi di notizie non verificate o false immesse nel mainstream del circuito informativo. «Ogni persona – conclude Gianni Cipriani – diventa un portatore di notizia e, allo stesso tempo, chiunque è potenzialmente in grado di far circolare una bufala. Notizie, poi smentite, contribuiscono a costruire ‘verità temporanee’ in base alle quali si possono anche approvare risoluzioni delle Nazioni Unite».