Lo sciopero blocca a Milano gli immigrati

Lo sciopero blocca a Milano gli immigrati

Bloccati alla stazione Centrale di Milano. Complice lo sciopero del trasporto pubblico, decine, forse centinaia di tunisini aspettano un treno che per oggi non partirà. Destinazione finale: Francia, Germania o Belgio, passando da Ventimiglia o Bardonecchia, in Piemonte dove tenteranno di attraversare il confine.

Basta fare un giro per la stazione. Sono seduti sulle panchine, nelle nicchie delle scale, nei giardini, nella piazza e nelle vie limitrofe. Stremati dal viaggio che dopo due settimane li ha portati dalle coste tunisine, via Lampedusa, fino al Nord Italia. E in stazione vengono fermati: 38 tunisini e un marocchino arrivati da Bari venerdì mattina con il treno notturno sono stati intercettati alla Polizia Ferroviaria, qualcuno invece è riuscito a sfuggire ai controlli. «Ho attraversato il Mediterraneo in 26 ore – spiega Karim, nato nella città di Kasserine, 300 Km a sud di Tunisi – per arrivare fino a Lampedusa: per una settimana ho dormito per terra fino a quando non ci hanno trasferito a Bari».

In Puglia sono stati accolti nel centro immigrazione di Bari-Palese, 994 posti vicino all’aeroporto della città: una coperta, un pasto caldo e una scheda telefonica per chiamare a casa. Da lì con un biglietto da 52 euro il viaggio verso Milano. «Nel mio paese – continua Karim – sono stato picchiato più volte dalla Polizia e dagli uomini di Ben Alì (l’ex capo di Stato scappato dopo la rivolta di febbraio). Scappiamo perché cerchiamo la libertà e la democrazia che manca in Tunisia». 

Già, la libertà. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch in Tunisia «la situazione dei diritti umani è grave». Il governo, continua il rapporto «utilizza spesso la minaccia del terrorismo e dell’estremismo religioso come pretesto per reprimere il dissenso pacifico, mentre gli agenti di sicurezza dello Stato usano la detenzione arbitraria e l’aggressione fisica per intimidire e perseguitare coloro che il governo ritiene di essere una “minaccia”». Per queste ragioni appena il potere del regime di Ben Ali si è incrinato, migliaia di tunisini hanno provato a scappare verso l’Europa. 

«La mia famiglia – dice Adnen, 23enne di Tunisi – ha fatto una colletta per pagarmi il viaggio: mille euro agli scafisti per arrivare in Italia». E rischiare di morire nel Mediterraneo. Adnen insieme a 55 persone è stato in balia delle onde per 3 giorni con il motore rotto. Fino a quando sulla barca hanno bruciato i vestiti e usati come torce per farsi avvistare dalla Guardia Costiera italiana che li ha trainati fino all’isola di Lampedusa. 

«È stata durissima – continua Adnen – tre giorni senza mangiare e bere con la paura di morire in mare. E con noi avevamo anche tre bambini e due donne». Da lì la risalita dello Stivale e la terra promessa verso la Francia. Ma intanto da due notti dormono in stazione e aspettano l’arrivo di parenti o amici che gli diano una mano per arrivare al confine. Con l’incubo che la Polizia possa fermarli. «Noi siamo allertati da giorni per l’arrivo dei treni dal Sud – spiega la Polfer – dato che ogni giorno arrivano centinaia di tunisini e se li troviamo in stazione dobbiamo mandarli in Questura all’ufficio immigrazione». E da lì, come clandestini senza permesso di soggiorno e con un procedimento penale obbligatorio aperto contro di loro, finiscono nei centri di identificazione ed espulsione di Milano e del nord Italia. Gli stessi centri da dove sono scappati per continuare il viaggio verso la «libertà». 

michele.sasso@linkiesta.it