Quando emigravamo noi ci mandavano l’esercito

Quando emigravamo noi ci mandavano l’esercito

Hanno dovuto mandare le truppe per calmarli, quegli immigrati: duecento soldati e cinque carri armati che entrano nel campo riuscendo a ridurre a più miti consigli gli animi surriscaldati. Roba di questi giorni? Macché, è immigrazione vintage. L’episodio, riportato dalla Stampa del 19 luglio 1952, avviene in quel dell’Australia e i protagonisti delle proteste rintuzzate dall’esercito sono italiani.
Il posto si chiama Bonegilla, un campo per l’accoglienza degli immigrati che doveva essere provvisorio e invece ha operato per ventiquattro anni, dal 1947 al 1971. Ci sono passate 320 mila persone di oltre cinquanta nazionalità, compresi naturalmente gli italiani che in quegli anni emigravano a frotte, in cerca di un futuro migliore al di fuori dei patri confini.

Non era un luogo ameno, quello: d’inverno si moriva di freddo, tanto che nemmeno dormire in tre nello stesso letto bastava a scaldarsi; gli annunci venivano fatti in inglese dagli altoparlanti, lingua incomprensibile a tutti. Ma ciò che più di ogni altra cosa rimane nella memoria degli immigrati è il cibo: montone col ketchup, una schifezza che nessuno aveva mai mangiato prima, che faceva ammalare tutti di diarrea e che impregnava ogni cosa. «L’odore della carne di pecora era ovunque, anche nelle coperte», ricorda il croato Petar Hovolka.
Prima che fosse trasformata nella porta d’Australia, Bonegilla era un tranquillo paese rurale nello stato del Victoria (quello che ha come capitale Melbourne) vicino alla città di Wodonga. In riva a un lago si trovavano un accampamento di dimensioni più che rispettabili perché ospitava oltre 5 mila soldati e un ospedale dove venivano ricoverati militari americani e australiani colpiti da malaria e tubercolosi.

La fine della guerra lo rende ovviamente inutile così, con l’arrivo delle prime navi, viene ceduto al dipartimento per l’immigrazione (ma fino al 1949 rimane in forza all’esercito, cosicché nei primi anni gli immigrati sono sottoposti alla disciplina militare). Secondo i piani, Bonegilla doveva diventare un centro di smistamento dove gli immigranti sarebbero rimasti per un massimo di tre settimane prima di trovare lavoro e alloggio in altre parti del paese. Ma per molti le cose non andarono affatto così e già nel 1950 a Bonegilla nei vecchi alloggiamenti militari di legno vivevano 7.700 persone e altre 1.600 nelle tende.

La situazione si complica ancora di più con l’arrivo dei cosiddetti immigranti “assistiti”. A questa categoria – per lo più inglesi e italiani – il governo aveva accettato di pagare il viaggio, a condizione che il costo fosse poi rimborsato dagli “assistiti” dopo qualche anno di lavoro. Se gli immigrati fossero quindi rimasti disoccupati, il governo avrebbe perso le spese del viaggio. I profughi etnici e politici (tra questi anche gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia) si mostravano spesso molto tolleranti verso le difficili condizioni di vita a Bonegilla, mentre gli immigrati italiani e greci “assistiti” – ai quali era stato promesso di poter lavorare sin dalla prima settimana in Australia – si erano mobilitati subito contro le condizioni di vita nel campo. Condizioni di vita che talvolta potevano diventare davvero drammatiche, il New York Times del 4 settembre 1949 scrive che dodici bambini europei (non è precisato di quali Paesi) ospiti del campo sono morti per denutrizione e altri venticinque sono gravemente malati.

Nel 1952 si era verificata una prima rivolta, una seconda avrà luogo nel 1961. In entrambi i casi è intervenuto l’esercito. «Grave situazione in Australia di duemila emigrati italiani», titolava La Stampa che nel sommario precisava: «Da quattro mesi fermi, senza lavoro. Fermento e malumore. Soldati e carri armati inviati sul posto». Una delegazione di italiani era stata ricevuta dal ministro australiano per l’immigrazione che si era impegnato a trovare una soluzione. Per la comunità italiana già presente in Australia, Bonegilla si era trasformata anche in una lotta contro la discriminazione. Gli “assistiti” italiani, infatti, non potevano lasciare il campo per cercare lavoro a Sydney o Melbourne, mentre gli inglesi – ai quali venivano riconosciute le qualifiche in automatico – non dovevano nemmeno mettere piede a Bonegilla. «I settimanali italo-australiani di Melbourne e Sydney lanciarono una campagna per aiutare gli italiani nei campi, e persino le autorità diplomatiche italiane – in genere molto caute in questioni riguardanti la comunità – si interessarono al caso», sottolinea James Panichi, giornalista di Abc, la radio statale australiana.

Tra il 1947 e il 1951 sono arrivate a Bonegilla 170 mila persone, per lo più profughi dall’Europa sconvolta dal secondo conflitto mondiale. La maggior parte di loro alloggiava nel Block 19 e si era fermata nel campo per un mese, il tempo di ricevere una prima infarinatura d’inglese e di essere mandate in luoghi dove c’era bisogno di braccia. Dal 1951 al 1971 ai profughi si erano sostituiti gli immigrati che cercavano in Australia un lavoro sicuro e una vita migliore. Le rivolte erano coincise con periodi di crisi economica durante i quali non c’era richiesta di forza lavoro, così il prolungarsi della permanenza nel campo e l’inedia forzata avevano provocato l’esplodere della protesta violenta.
Nel 1971 il Centro immigrazione di Bonegilla viene chiuso e il campo riconsegnato all’esercito. Tra il 1978 e il 1982 la maggior parte degli edifici viene demolita e la struttura adattata alle nuove esigenze delle forze armate australiane. Resta in piedi solo il Block 19, oggi trasformato in museo.
 

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