Torna l’idea di Craxi: scippare il Tricolore ai reggiani

Torna l’idea di Craxi: scippare il Tricolore ai reggiani

Milano pigliatutto vuole anche il tricolore. «È nostro, è nostro»: il grido di leva si alza da via Borgonuovo, zona Brera, sede del museo del Risorgimento e arriva come una sciabolata in quel di Reggio Emilia dove, invece, il primo tricolore sono convinti di averlo loro. Pensavate che la bandiera italiana bianca, rossa e verde fosse nata nella città emiliana il 7 gennaio 1797? Macché le legioni lombarde si fregiavano di quel vessillo già da tre mesi, da quando cioè Napoleone ne approva l’adozione, l’11 ottobre 1796 (si ritiene che abbia avuto il battesimo del fuoco ad Arcole, il 16 novembre). Il tricolore, simbolo giacobino, laico, patriottico e soprattutto anticlericale, viene messo assieme combinando i colori di Milano, bianco e rosso, con il verde della divisa della Guardia urbana (una milizia tutta cittadina, comandata dai nobili milanesi). Quel vessillo, col berretto frigio dei rivoluzionari francesi, la scritta “Legione lombarda cacciatori a cavallo” e un cartiglio con il motto “Subordinazione alle leggi militari” è conservato nel museo che più milanese di così non si può, nel cuore di Brera, nel museo del Risorgimento, appunto.

Sul fatto che si dovesse trattare di un tricolore, non c’erano dubbi: la Francia rivoluzionaria aveva il tricolore e tricolore avrebbe avuto anche la nuova Italia che andava nascendo sulla punta delle baionette transalpine. I colori vengono proposti dai delegati, e Napoleone li approva; sul bianco e sul rosso tutti d’accordo, qualche problema nasce sul terzo colore, i “duri e puri” filofrancesi vorrebbero un bell’azzurro; i papisti il giallo, in modo da dare al vessillo quel non so che di pontificio. Alla fine la spunta il verde, che piace tanto anche al generale Bonaparte e che diventerà in breve popolarissimo. C’era comunque un precedente, quello stabilito a Bologna il 18 ottobre 1796 in un decreto del Senato felsineo: «Richiesto quali siano i colori nazionali per formare una bandiera, si è risposto il verde, il bianco e il rosso» (colori adottati anche dagli studenti bolognesi nei moti del 1794). Giosuè Carducci, in occasione del centenario, scriverà che si erano uniti «le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani». La norma tuttavia è destinata a rimanere sulla carta e a diventare effettiva solo un mese più tardi, a Milano.

Ma allora perché si dice comunemente che la prima bandiera italiana è quella del 1797 a Reggio Emilia? Perché questa è la prima bandiera di uno Stato, la Repubblica Cispadana, mentre quello milanese è un vessillo militare. Bisogna vedere cosa s’intende per prima bandiera italiana. Se si intende un vessillo con i tre colori cuciti assieme, il primato va a Milano; se si intende il simbolo ufficiale dello Stato, la primazia è di Reggio Emilia. Tutti d’accordo? Macché. Il record è record, e ognuno lo vuole per sé. Reggio ha dalla sua la tradizione, Milano la forza dei numeri e la capacità di imporsi. Quando Milano decide che qualcosa è milanese, quel qualcosa presto o tardi diventa milanese (molto più prosaicamente: lo spritz è un aperitivo nato a Venezia, ma sta diventando bevanda tipica meneghina). Quello di Reggio Emilia («Si renda universale lo stendardo o bandiera cispadana di tre colori verde, bianco e rosso» decreta il Parlamento cispadano nell’aula magna di palazzo Bolognini) è un vessillo a righe orizzontali, più simile a quello che oggi contraddistingue l’Ungheria che all’italiano, con al centro uno stemma composto da un serto d’alloro, un fregio con fasci littori, armi e spighe di grano e la sigla RC. 

La questione non è nuova. Già Bettino Craxi aveva rivendicato il primato milanese, poi una commissione di storici un po’ cerchiobottista aveva messo tutti d’accordo: quello di Milano è un vessillo militare, quello di Reggio Emilia una bandiera di Stato. Poi il silenzio, squarciato dalle celebrazioni per i 150 anni della proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d’Italia. Lo stendardo dei cacciatori a cavallo è la star del Museo del Risorgimento, era stato mandato a Reggio Emilia in occasione della mostra “La bandiera proibita”, chiusa l’11 febbraio (è stata trasferita fino al 15 giugno a Recanati, villa Colloredo Mels) e poi nuovamente esposto a Milano per la visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 20 marzo. La bandiera della Repubblica cisalpina dà il nome al museo reggiano (Museo del Tricolore, appunto) e la stessa Reggio Emilia si chiama ufficialmente “Città del Tricolore”.

Marina Messina è direttrice scientifica del Museo del Risorgimento di Milano: «Questo è l’unico che definiamo come primo tricolore perché come tale è stato presentato alla mostra di Reggio Emilia». Sì, ma allora come mai finora questo primato è rimasto misconosciuto? «Nel passato non è stata data la stessa attenzione a questa prima forma di tricolore, c’è una conscenza abbastanza limitata di questo vessillo.  Elisabetta Farioli, direttrice del Museo del Tricolore di Reggio Emilia, mette i puntini sulle ı: «Il tricolore della Legione Lombarda è riconosciuto come primo esempio di vessillo che usa i tre colori. È però a Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797, che il tricolore viene usato per la prima volta non come vessillo militare, ma come bandiera di valore politico, riferito alla Repubblica Cispadana». Insomma, i milanesi possono dire quello che vogliono, ma la loro è una bandiera militare, mentre il tricolore numero uno è quello reggiano.