Wi-fi libero? Ma no, abbiamo scherzato…

Wi-fi libero? Ma no, abbiamo scherzato...

Neanche il tempo di godersi i frutti della sofferta liberalizzazione che il wifi italiano ritorna blindato. Scade infatti oggi la consultazione pubblica indetta dal ministero dello Sviluppo Economico sul regolamento attuativo del decreto legislativo 198 dello scorso ottobre, che riguarda l’installazione, allacciamento e collaudo di «apparati di rete». Una definizione che comprende telefoni, reti internet, digitale terrestre, digitale satellitare e qualsiasi aggeggio un po’ più complesso della semplice presa elettrica. I quali dovranno essere, d’ora in avanti, installati soltanto da «imprese titolari di autorizzazione generale per l’installazione e la fornitura di reti pubbliche di comunicazione elettronica per l’espletamento del servizio telefonico accessibile al pubblico (…)», regolarmente iscritti al nuovo albo «per i servizi di comunicazione elettronica e di radiodiffusione». Occhio al fai da te, dunque: si rischia una multa che va dai 15 ai 150mila euro.

Questi professionisti dell’installazione, che arrivano in tre – un direttore dei lavori e due aiutanti – devono avere una comprovata esperienza nel settore (almeno tre anni in un’impresa abilitata, quattro anni in un’impresa del settore), oppure un «diploma di laurea in materia tecnica specifica», oppure ancora un diploma di specializzazione presso un istituto «legalmente riconosciuto» seguito da un periodo di inserimento di almeno due anni. Le imprese, invece, devono avere una dotazione tecnica minima che comprende un misuratore di tera, un misuratore dei parametri trasmissivi, un misuratore d’isolamento e un multimetro digitale.
Gli installatori ufficiali, a cui l’abilitazione viene concessa dall’ispettorato territoriale del ministero (che si riserva di compiere almeno un sopralluogo non annunciato nel corso del triennio di durata della licenza), una volta conclusi i lavori devono rilasciare un certificato di conformità dell’impianto appena montato, oltre a un rapporto di avvenuta “prova” che tutto l’impianto sia perfettamente funzionante. Un pezzo di carta da custodire con attenzione, pena la sanzione di cui sopra. 

Alla giusta tutela della sicurezza dei cittadini e dei gestori di bar, locali ed esercizi commerciali, si tratta pur sempre di maneggiare apparecchi elettronici non banali, il decreto sembra tuttavia nascondere un’altro aspetto. Spulciando i requisiti di cui, a norma di legge, deve essere in possesso il personale deputato all’installazione della nostra wifi casalinga, non compare nessun riferimento alle competenze informatiche. Al contrario, l’esperienza nel settore ha un peso notevole. Ne derivano due corollari. Il primo: d’ora in poi, chiunque voglia piazzarsi in casa un access point, nonostante sia un’operazione piuttosto semplice, è costretto a chiamare una società di cablaggio. Il secondo: questa società avrà un mercato “garantito” dalla nuova legge, che di fatto porrà fuori legge tutti gli impianti installati fino ad oggi. Si torna dunque indietro proprio in un periodo in cui le iniziative per il wifi libero hanno acquisito nuova linfa. Basti pensare, solo per fare un esempio, al sindaco di Firenze Matteo Renzi, che a fine 2010 ha annunciato la copertura wifi libera della città per un’area di 7,5 chilometri quadrati. 

Vista da questa prospettiva, la norma potrebbe configurarsi da un lato come una mano tesa alle imprese del comparto, oggi in difficoltà – come insegna la storia della Sirti, società attiva nell’impiantistica per le reti di telecomunicazioni, ritirata dalla quotazione in Piazza Affari nel 2008 dopo numerosi cambi di management – dall’altro come un paletto in un settore appena liberato dalla legge Pisanu. Ovvero, l’obbligo, introdotto dopo gli attentati di Londra del 2005, di registrazione in Questura per chiunque avesse offerto un servizio di connettività al pubblico, oltre alla registrazione degli accessi e dei dati sul traffico generato dalla rete. Una misura caduta lo scorso novembre, i cui effetti potrebbero essere notevolmente limitati dal nuovo decreto attuativo di una legge che, ironia della sorte, riguarda la «concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni».
 

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