Mi consento16 maggio 2011, l’Italia giudica Berlusconi «unfit»

16 maggio 2011, l’Italia giudica Berlusconi «unfit»

Per chi l’ha attesa quindici anni, questa data va non solo cerchiata di rosso sul calendario, ma forse anche impressa con le vernici sulle pareti di casa. Sedici maggio 2011, il giorno in cui l’impero berlusconiano scricchiolò davvero e in tanti cominciarono a portarsi le mani alle orecchie per attutire il suono sordo di un imminente tonfo.

Come spesso accade, il crollo di un impero arriva quando meno te l’aspetti. Ma il crepuscolo di Silvio Berlusconi, per essere davvero credibile, non poteva che arrivare nella sua città, in quella Milano che da sempre si picca di essere lontana dalle pastoie dei palazzi romani. La città del fare dove dalla metà degli anni Settanta Berlusconi ha costruito la sua parabola, prima imprenditoriale e poi politica. La sua Milano oggi gli ha detto chiaro e tondo che non lo tollera più. Certo, Letizia Moratti ci ha messo del suo, come abbiamo detto, con cinque anni deficitari dal punto di vista amministrativo e con un colpo basso in campagna elettorale che ha ricordato tanto – seppure con le dovute differenze – la bugia che Aznar provò a vendere agli spagnoli in occasione dell’attentato terroristico alla stazione di Atocha, attribuendo la responsabilità all’Eta. 

Ma ridurre la disfatta di Milano al colpo basso di Letizia Moratti è impresa ardua persino per i più accesi sostenitori del Cavaliere. È stato Berlusconi, incautamente, a caricare di significato politico queste elezioni e la risposta è arrivata. Forte e chiara. Gli italiani non lo vogliono più, gliel’hanno messo per iscritto. Per anni hanno continuato a votarlo facendo finta di non notare le sue promesse elettorali, il suo rapporto per così dire disinvolto con la giustizia, la sproporzione di mezzi a propria disposizione. In un primo momento gli hanno persino perdonato quella vita che inizialmente poteva sembrare da gaudente ma che poi via via ha assunto i contorni della patologia fino a diventare la tragedia di un uomo ridicolo. 

E forse il punto è proprio questo. Gli italiani, e tra questi i milanesi, che lo conoscono meglio di altri, sono giunti alla conclusione che non è più affidabile. Ora sì che è diventato unfit, inadatto, a governare, come scrisse l’Economist. Ma non per quei motivi nobili, semplicemente perché non è più presente a se stesso, perché ha ridotto questo Paese a un film scollacciato anni Settanta, con tutto il rispetto per la commedia sexy all’italiana, perché ormai non sa fare altro che raccontare barzellette sconce e battute da terza media come quella sulle persone di sinistra che non si lavano. Insomma, una persona che non è più in grado di badare a se stessa. E quindi figuriamoci agli altri.

Si badi bene, questa è una sconfitta di Berlusconi. Una delle più cocenti. Ma non è la vittoria dei suoi avversari, in primis il Partito democratico. Non è un caso se i due uomini cui è affidato il compito di sconfiggere il Pdl a Milano e a Napoli sono estranei al partito di Bersani. Giuliano Pisapia ha vinto le primarie contro Stefano Boeri, candidato del Pd. E Luigi De Magistris ha battuto lo sconosciuto Morcone scelto a Napoli dopo le primarie annullate. Poi, certo, il Pd ha vinto a Bologna, ha avuto una ottima affermazione a Cagliari e può dirsi più che soddisfatto. Ma il 16 maggio resta il giorno nero di Silvio, il giorno in cui sembra finita una luna di miele cominciata ormai diciassette anni fa con un video e una frase: «L’Italia è il paese che amo». Un sentimento che non sembra più corrisposto.