Ciao maschio, hai perso anche il gioco delle tre carte

Ciao maschio, hai perso anche il gioco delle tre carte

Sulla superiorità morale delle donne sapete poco, toccando ai maschi l’onere della prova. Giornali e tivù generalmente in mano a maschi poco inclini alla generosità non ne raccontano che modestissimi frammenti, del tutto inadatti alla formazione della più pallida consapevolezza. Non va molto meglio nelle aziende, dove la costruzione dei rapporti gerarchici è funzionale al potere machista. Eppure è del tutto chiaro che la profondità del genere femminile supera abbondantemente il livello dell’altro sesso, incline – piuttosto – a nascondere, negare, sopprimere.

Appena qualche giorno fa, a Barcellona, ho ritrovato quel filo di speranza che in Italia mi pareva perduto, seppellito dall’inconsistenza stessa del pensiero maschile. L’episodio non poteva essere più casuale, assegnando al destino il compito assai gravoso, e forse un filo inadeguato, di regolare i conti in sospeso da secoli tra sessi diversi. Come ogni grande città che si rispetti, anche nella capitale catalana i luoghi di grande aggregazione umana rispondono al dettato secondo cui c’è sempre qualcuno che vuole fregare qualcun altro. E dunque, come in una nostalgica ricongiunzione con il passato, ho apprezzato la sopravvivenza del «Gioco delle Tre Carte» anche sulla rambla principale della città.

Insopprimibile, mi è salita la voglia di capirne i meccanismi, scrutare le facce, apprezzare lo sviluppo dell’inghippo, assistere, impotente, all’esecuzione capitale del turista poco avveduto. Non che fosse cambiato un granché da quando, ai miei tempi, una quarantina d’anni fa, tornando da scuola restavo affascinato dalla bravura di ceffi inarrivabili che stazionavano nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Tattica peraltro sempre quella: al centro il giocoliere, ai suoi lati tre compari con il compito di fingersi, anch’essi, turisti inconsapevoli.

Ma ecco che, sorpresa delle sorprese, a Barcellona ho ritrovato lo scatto di reni di una nuova consapevolezza: uno dei compari era DONNA! Capite che si non si trattava di notizia da poco, e soprattutto nient’affatto banale, dovendo ricordare che la letteratura sull’argomento ha sempre narrato di questa truffa come esclusivo appannaggio del genere maschile. Come si trattasse di un cenacolo molto esclusivo, un circolo sportivo della fregatura negato all’altra metà del cielo. Come era potuto accadere che all’interno di un meccanismo così propriamente maschile, aveva fatto il suo ingresso l’universo femminile?

Non ci è voluto molto per scoprirlo, ma la scoperta è stata egualmente eccitante. Per un gioco-truffa che ha radici antichissime e che ha scarsissimi margini di novità e di miglioramento, i signori maschi hanno pensato che l’introduzione della figura femminile potesse costituire un elemento psicologico di tale rassicurazione nei confronti della platea di creduloni, che la medesima ci sarebbe cascata ancor più serena e convinta. Come se quella presenza potesse valere un plus di credibilità sull’intera operazione, attribuendo a una donna quella superiorità morale di cui – appunto – si parlava all’inizio. Insomma, se vogliamo proprio buttarla in politica, una quota rosa dell’inganno nella misura del 25%.

Mi riprometto, naturalmente, di verificare se anche nel nostro povero Paese il gioco delle tre carte ha subito questa maturazione. Non ne sarei certo e magari i lettori possono illuminarmi. E ammetto che può sembrare paradossale parlare di superiorità morale, applicandola a una truffa. Ma intanto l’episodio, pur nella sua stravaganza, mi pare illuminante di un certo cambiamento di mentalità, anche se poco riproducibile in altre attività (lecite) dell’ingegno umano.

Quanto alla superiorità morale in senso più largo, ci sarebbe da dirne il perché. Basterebbe, per capire, introdurre il tema dignità. Pubblica e privata. Anche con le dovute eccezioni, è difficile ritrovare una donna che non abbia un sacro rispetto per se stessa e dunque per il mondo, è quasi impossibile poi rivedere in lei gli atteggiamenti meno decorosi dei maschi, sia in termini di appiattimento nei confronti del potere, sia per quella patetica rappresentazione della disperazione, a cui non sappiamo dare i confini del decoro, che ci appartiene per diritto naturale. E poi il rapporto con il dolore dei sentimenti, in cui accanto a uno straordinario istinto di conservazione, le donne sanno associare un’altrettanta capacità di dire basta quando è davvero arrivato il momento.

Insomma, come dice Enzo Cucchi, uno dei nostri grandi artisti contemporanei, sono molto più prossime all’universo di quanto accada a noi poveri maschi, che invece abbiamo perso la coda.