Due conti in tasca a Mahler (una lezione di politica culturale)

Due conti in tasca a Mahler (una lezione di politica culturale)

Non mettetela sull’Ipod. La Sinfonia n. 8 di Mahler, che l’amiate come Thomas Mann o che vi sembri un pomposo elefante musicale, non ammette altro che l’ascolto dal vivo. È una cattedrale sonora che va abitata, una gigantesca scultura di cui bisogna poter osservare tutti i lati, un’opera che non ha a che fare con il solo suono ma con lo spazio.

L’abbiamo sentita a Lipsia il 26 maggio con 140 musicisti del Gewandhaus, tre cori di adulti e due di bambini, per un totale di 400 esecutori. Sul podio, un bel podio alto mezzo metro perché tutti potessero vederlo, Riccardo Chailly, il padrone di casa.

Dopo gli applausi, nel suo grande camerino spoglio con i ritratti di Nikitsch e di Furtwängler, racconta agli amici milanesi che questa è la quinta volta che dirige l’Ottava ma ogni volta bisogna ricominciare daccapo: un nuovo spazio, nuovi esecutori con cui costruire un balance infinitamente sfumato, dai pianissimi celesti a mille gradazioni d’intensità tra il forte ed il fortissimo.

Questa Ottava (Arte la trasmette il 29 alle 18.15, ma anche Radio3 la manderà in differita) è uno dei pezzi forti del festival mahleriano che ha investito Lipsia dal 17 al 29 maggio nel centenario della morte del compositore. Il Gewandhaus, l’orchestra più antica, ospita molte blasonate colleghe europee ma anche la New York Philharmonic, e presenta oltre a Chailly altri due direttori italiani alla testa di formidabili corazzate sinfoniche: Fabio Luisi con il Concertgebouw di Amsterdam e Daniele Gatti con i Wiener Philharmoniker. Il 25 abbiamo ascoltato Daniel Harding dirigere la Mahler Chamber (sono alla Scala domenica 29 per il Progetto Itaca) in una Quarta rifinitissima, asciutta e straziata.

Ma nella cittadina pavesata di striscioni gialli col ritratto di Mahler non ci sono solo i concerti. Il Gewandhaus ha pubblicato un libro sui due anni in cui Mahler visse a Lipsia come secondo Kapellmeister dello Stadttheater, scrivendo la sua Prima Sinfonia e alcuni Lieder del ciclo del Wunderhorn e nella casa di Mendelssohn, nel luminoso soggiorno neoclassico con le pareti azzurre e la stufa di ceramica bianca, si tengono ogni giorno conferenze dei maggiori studiosi, dal sulfureo Norman Lebrecht allo scaligero Gaston Fournier.

Ai concerti si vede anche il pontefice massimo del culto mahleriano, l’ottuagenario Henry-Louis de La Grange, mentre dappertutto si affannano tecnici con microfoni e telecamere per le dirette internet e le trasmissioni sul canale culturale francotedesco Arte e diverse radio europee. I Dvd seguiranno.

L’operazione sembra riuscita. È costata 2,3 milioni di euro, una cifra cospicua ma non sproporzionata. L’aspetto più interessante è l’apporto della vendita dei biglietti che, grazie ad un riempimento complessivo pari al 93% della capienza della sala, ha garantito entrate per 1,6 milioni di euro, cui vanno aggiunti 300mila euro di sponsorizzazioni (la Sparkasse e Dhl).

Il contributo della città di Lipsia si limita a 250mila euro, poco più del 10% del costo della manifestazione. È un dato da leggere nel quadro di un solidissimo contributo pubblico all’attività ordinaria delle istituzioni musicali in Germania, ma suggerisce che la sicurezza sui fondamentali può permettere ad istituzioni culturali illuminate di programmare con spirito d’impresa.

La città di Lipsia, dove Bach ha vissuto e composto per 27 anni, dove è nato Wagner, dove hanno lavorato Mendelssohn, Schumann e Brahms, nella cui taverna Goethe ha scritto parte del Faust (e dove è passato per ventidue mesi anche Mahler) sembra voler impiegare i dividendi della ripresa tedesca nella rivendicazione del suo status culturale. E mentre nelle piazze si aprono i cantieri della nuova metropolitana già si parla di come strappare a Francoforte il primato della fiera della libro.