Gli interessi dell’Italia nella Bielorussia di Lukashenko

Gli interessi dell’Italia nella Bielorussia di Lukashenko

«Lukashenko? E chi è?». La figuraccia in diretta tv del ministro della Difesa Ignazio La Russa, colto in fallo dopo che Pier Ferdinando Casini aveva rimproverato la diplomazia «personale» del premier, non racconta fino in fondo il legame tra l’Italia e la Bielorussia.

È stato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a legittimare la figura di Aleksandr Lukashenko, presidente dal 1994 del Paese “incastrato” tra Russia, Ucraina, Polonia, Lettonia e Lituania, grazie alla sua visita diplomatica a Minsk nel dicembre 2009. In quell’occasione Berlusconi fu il primo leader europeo a mettere piede sul suolo bielorusso da almeno dodici anni e il ministro degli esteri Franco Frattini si spinse fino a dirsi «orgoglioso del rapporto speciale fra Italia e Bielorussia».

Tutto questo nonostante Lukashenko sia considerato l’ultimo dittatore comunista dell’Europa continentale, e accusato di brogli elettorali e arresti di esponenti dell’opposizione, dopo la vittoria alle ultime presidenziali dello scorso dicembre. Ma a Roma, oltre alla Farnesina e Palazzo Chigi, anche alla Sace (l’agenzia di credito all’esportazione controllata dal Ministero del Tesoro) sanno bene chi è il presidente Lukashenko e la Bielorussia. All’estero infatti la Sace si occupa di assicurare l’export delle aziende. «È una destinazione di grande dinamismo per le imprese italiane – conferma Sace – e noi assicuriamo l’export».

Il dinamismo è confermato dai numeri: dall’esposizione di Sace per le polizze di assicurazione di 66 milioni di euro nel 2008, si è passati a 78 milioni nell’anno successivo, fino a quasi raddoppiare con 122 milioni per il 2010. Nello stesso anno è stato inaugurato anche il Marco Polo Express, il collegamento ferroviario per le merci da Portogruaro (Venezia) fino al distretto bielorusso di Brest, al confine con la Polonia. 

Anche le esportazioni verso il paese di Lukashenko sono in costante crescita: 332 milioni di euro nel 2007, 468 milioni nel 2008 e 359 milioni per l’anno successivo. È dalle Pmi di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna che partono gli ordini per la meccanica strumentale di precisione necessaria in Bielorussia: impianti, macchinari e componenti prodotti nelle oltre 41mila imprese italiane del settore. Il business non si ferma, nonostante la classifica del Rischio Paese, aggiornata da Sace stessa a dicembre 2010, collochi la Bielorussia nella Categoria Ocse a massimo rischio. Nelle scorse settimane, l’omologa tedesca dell’Agenzia per il credito all’esportazione, la Euler Hermes, ha bloccato le operazioni per aver accumulato un alto numero di ordini insolventi. E la Sace? «Un alto rischio non vuol dire non poter operare, sono maggiori i premi e gli approfondimenti prima di dare l’ok, ma andiamo avanti».

Avanti nonostante le continue violazione dei diritti civili che Amnesty International denunciaogni anno attraverso i suoi report: «Il governo ha continuato a emettere sentenze di condanne a morte. Le manifestazioni pubbliche sono state vietate e dimostranti pacifici sono stati arrestati o maltrattati durante la detenzione di polizia. Sono stati limitati i diritti alla libertà di associazione ed espressione. Le misure di contrasto alla violenza contro le donne sono state inadeguate. È proseguito il controllo dello stato sugli organi di informazione». Appelli per una maggiore democrazia e trasparenza che cadono nel vuoto e fanno scivolare il Paese in un isolamento sempre più marcato rispetto alla vicina Europa. Ad eccezione di Roma che, con la garanzia dei soldi pubblici di Sace, continua a fare affari.

Eppure anche Sace ha un proprio codice etico che, al punto “valori”, spiega: «Riteniamo fondamentale il rispetto dei diritti umani, dell’integrità fisica, culturale e morale del dipendente e la non discriminazione nel lavoro per motivi di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, appartenenza sindacale, condizione sociale e personale».

michele.sasso@linkiesta.it