Grazie alla serra di Paolo si può bere anche il mare

Grazie alla serra di Paolo si può bere anche il mare

Acqua pulita per tutti, in tutte le condizioni ambientali, anche le più compromesse. Paolo Franceschetti, 29enne, ricercatore presso la facoltà di Scienze Ambientali dell’Università di Venezia, ha molto probabilmente trovato la soluzione pratica a uno dei più grandi problemi del pianeta. E così rivoluzionaria da essere stata cooptata all’interno di uno speciale programma delle Nazioni Unite che raccoglie e promuove tutte le idee e i progetti considerati capaci di portare sviluppo e benessere all’intera umanità.

La sua invenzione si chiama SOLWA, acronimo di “solar water”, un nome che già di per sé è tutto un programma. L’idea è tanto semplice quanto è vasta la portata delle sue applicazioni pratiche: si tratta di una sorta di serra all’interno della quale l’acqua salata del mare, oppure quella proveniente da falde inquinate, o comunque contenente “presenze” pericolose per la salute, viene fatta prima evaporare, quindi liberata dagli agenti contaminanti e infine condensata nuovamente, finalmente bevibile e purissima. Il processo è così elementare da somigliare molto a quanto avviene sotto il coperchio di una pentola in cui sta bollendo l’acqua per la pasta. E, a conti fatti, è altrettanto facile da realizzare. Con una differenza: nel caso della serra di Paolo, infatti, basta una temperatura di appena 60 gradi centigradi per attivare il processo, ancora più bassa se contemporaneamente si insuffla all’interno del sistema aria secca in grado di favorire l’evaporazione attraverso il principio noto a chimici e fisici come “Legge dell’equilibrio mobile”.

Per riscaldare l’acqua non servono gas, petrolio, né altri combustibili. Il piccolo miracolo fisico-chimico dell’acqua pulita funziona grazie al sole: una fonte di energia gratuita, facile da reperire (basta stare a naso in su), e soprattutto inesauribile, fatta salva l’intenzione di vivere per più di 6-7 miliardi di anni.
Nemmeno le dimensioni rappresentano un problema. La serra, infatti, può avere le dimensioni di un metro quadrato, oppure, alla bisogna, essere molto più grande: utilissima per il piccolo e sperduto villaggio africano che deve purificare l’acqua del suo pozzo, quanto per un paese in via di sviluppo dell’area tropicale, o ancora per la ricca nazione mediorientale che non ha altre fonti idriche se non il mare, e magari spende ogni anno milioni e milioni di petrodollari in impianti di desalinizzazione.

Il principio della serra solare non è una novità, ma mai prima della scoperta del giovane ricercatore padovano si erano raggiunti simili livelli di efficienza, né margini di miglioramento così incoraggianti: «La sperimentazione finora effettuata ha dimostrato che il prototipo ha un’efficienza del 57%, contro il 50% delle altre serre solari attualmente esistenti» spiega Franceschetti. Ed è solo l’inizio. Come fa un sistema così semplice ad essere anche così efficace? Beh, forse proprio perché è così semplice. Semplice come bere un bicchier d’acqua.
Il lavoro di Paolo Franceschetti ha suscitato l’interesse dell’International Desalinization Association, che lo scorso anno lo ha invitato a presentare il progetto a Dubai, e di numerose altre associazioni internazionali del settore interessate portare avanti l’idea del SOLWA.

Nonostante il progetto sia ancora in fase sperimentale, sono già arrivate proposte per un’applicazione pratica del sistema: «A gennaio è partito un progetto congiunto con l’Università di Trujillo, in Perù» spiega Franceschetti. «Qui abbiamo realizzato un prototipo della serra SOLWA presso l’Universitad Nacional, che ha poi certificato la produzione dell’acqua e le analisi chimiche dell’acqua prodotta». Ora è alle ultime battute l’iter di creazione di uno scambio internazionale fra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’ateneo peruviano. «Nel frattempo – racconta Paolo – dal Perù hanno già richiesto 20 serre sulle quali far lavorare gli studenti, e per commercializzarle poi nel paese». Nel 2010 è arrivato al ricercatore l’invito da parte del Ministero dell’Ambiente boliviano a presentare là il suo prototipo. Sempre sul finire del 2010 sarebbe dovuto partire un progetto a scopo benefico in Africa, in Mozambico, dove spesso l’acqua così come esce dai pozzi è imbevibile.

Purtroppo, però, su questi due nuovi fronti non si è mosso ancora nulla, visto che la ricerca è per il momento finanziata interamente con i fondi esigui della borsa di studio del dottorato di Paolo: «Prima di recarmi in quei paesi per la realizzazione delle serre devo rimpinguare un po’ le mie finanze – scherza su Franceschetti – Diciamo che sto passando le mie giornate alla ricerca di finanziamenti, per ora senza esito».
Paolo ha ancora a disposizione più o meno due anni per portare a termine lo sviluppo del suo progetto: questa almeno è la scadenza del dottorato di ricerca a guida del professor Francesco Gonella, sostenuto attraverso un fondo promosso dalla Regione Veneto ed un altro dell’ente “Veneto Innovazione”, volti principalmente a “sponsorizzare” il suo desalinizzatore “pret-a-porter” in giro per il mondo, a caccia di potenziali finanziatori che gli permettano di andare ancora avanti.

L’idea di Paolo ha in ogni caso già ricevuto un’eco enorme da parte della comunità scientifica, con tutti i pro e i contro che tanta attenzione può condizionare. Se è vero infatti che il SOLWA piace molto a chi intende utilizzare una simile scoperta per far progredire le aree più disagiate del pianeta, è altrettanto vero che attira molto parecchie multinazionali che stanno facendo di tutto per acquistare i diritti del brevetto: un brevetto che, se sviluppato, rischierebbe di chiudere, è proprio il caso di dirlo, il rubinetto dei guadagni facili e abbondanti sul fronte dei costosissimi impianti di desalinizzazione attualmente in uso. E, la sottolineature è superflua, non è esattamente quest’ultimo il genere di mecenate che Paolo spera adesso di trovare dietro l’angolo. 

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