I soldi dell’Eni sostengono i ribelli libici?

I soldi dell’Eni sostengono i ribelli libici?

Questioni umanitarie, ma soprattutto business. Una settimana fa, durante la conferenza stampa a margine della riunione del Gruppo di contatto sulla Libia, alla Farnesina, Frattini ha alzato il velo sul fondo speciale per finanziarie gli insorti e il Consiglio nazionale transitorio (Cnt) del paese nordafricano. Chiedendo al Comitato Sanzioni dell’Onu di «affrontare immediatamente il tema cruciale» dello scongelamento degli asset libici, i famosi 140 miliardi di dollari della “Gheddafi Spa”, per scopi umanitari.

Del fondo non si sa molto. È nota la dotazione iniziale, circa 600 milioni di dollari, provenienti da Qatar (tra 400 e 500 milioni) e Kwait (180 milioni), la forma giuridica, trust di diritto anglosassone, e la composizione del board (cinque membri di cui tre espressi dal Cnt, uno dal Qatar e uno a rotazione tra Italia e Francia). Meno chiaro è il suo domicilio: non è così scontato sia a Doha, capitale del Qatar. 

Chiarite le incomprensioni con la Lega, il Governo vuole agire in fretta per evitare a tutti i costi una “somalizzazione” di un’economia dove gli interessi italiani sono a dir poco prominenti. Secondo quanto Linkiesta è in grado di ricostruire, l’Italia contribuirà al fondo con una cifra fino a 1,5 miliardi di dollari, soldi che sarebbero provenienti da Eni e probabilmente da Finmeccanica, entrambe controllate dal Tesoro. Finanziamenti che certamente non sarebbero “a fondo perduto”, e che avrebbero suscitato forti critiche in ambienti diplomatici italiani per via della facilità con cui sono stati concessi. Ripetutamente interpellate da Linkiesta, le due società non hanno né smentito né confermato la ricostruzione. 

Tuttavia, le recenti uscite mediatiche di Paolo Scaroni e Pier Francesco Guarguaglini – rispettivamente numero uno della compagnia petrolifera e della holding aerospaziale – hanno fornito più di qualche indizio. Scaroni, durante l’assemblea degli azionisti di venerdì scorso, ha sottolineato che se la crisi nel Paese nordafricano continuasse per tutto il 2011 ci sarebbe «un impatto molto importante» e «abbatterebbe la produzione 2011 di 200 mila barili al giorno». In un’intervista pubblicata sul quotidiano La Stampa, Scaroni aveva spiegato di essere tranquillo sul futuro del Paese nordafricano, «prima di tutto perché abbiamo buoni rapporti con il comitato rivoluzionario transitorio». Dello stesso tenore le parole del presidente di Finmeccanica Guarguaglini, che durante l’assemblea degli azionisti ha detto di avere incontrato i vertici del Consiglio nazionale transitorio libico. I quali hanno garantito la disponibilità a proseguire i programmi che piazza Monte Grappa ha in corso in Giamahiria. Il sentire comune dei due manager pubblici è sintetizzato così da Scaroni: «sulla base della nostra esperienza storica sappiamo che quando c’è un cambio di regime, anche rivoluzionario, chi va al potere vuole ripartire in fretta con le produzioni e lo fa sempre con chi è in grado di garantirlo e con chi ha i contratti».

D’altronde, il Cane a sei zampe vanta una presenza a Tripoli già da metà anni ’50, e nel recentissimo passato ha finanziato cospicuamente la Libia, anche se quella di Gheddafi. Nella legge di esecuzione del Trattato di amicizia italo-libico – siglato nell’estate 2008 da Berlusconi e l’ex leader Gheddafi, ora congelato – si legge infatti che la copertura finanziaria dei 5 miliardi di dollari in 20 anni stanziati a favore di progetti infrastrutturali nel Paese nordafricano per «chiudere il capitolo del passato e dei contenziosi» (Capo II art. 8) sarà fornita da società che «operano nel settore della ricerca e della coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi […]» e «con una capitalizzazione superiore a 20 miliardi di euro determinata sulla base della media delle capitalizzazioni rilevate nell’ultimo mese di esercizio […]». In Italia, soltanto l’Eni soddisfa tali requisiti.

Tanto che, all’art. 4 della legge di esecuzione, alla copertura degli oneri finanziari per l’Italia, stimati in – rispettivamente – 214 milioni di euro per il 2009, 254 milioni per il 2010 e 250 per il 2011, «si provvede mediante l’utilizzo di parte delle maggiori entrate derivanti dall’attuazione dell’art. 3». Ovvero: «i soggetti […] sono tenuti al versamento di un’addizionale all’imposta Ires pari al 4% dell’utile prima delle imposte risultante dal conto economico qualora dallo stesso risulti un’incidenza fiscale inferiore al 19 per cento». Nella relazione tecnica a supporto della legge, inoltre, si stima che «sulla base dell’esame dei possibili soggetti passivi dell’addizionale di minimo prelievo […] le stime di gettito di competenza per i primi tre anni» sono pari a 234,2 milioni di euro nel 2009, 242,5 nel 2010 e 250,8 nel 2011. Dunque, come un bancomat, Eni si accolla tutti gli oneri finanziari del Trattato per conto dello Stato italiano.

Come evidenzia il bilancio relativo al 2010, nel 2009 la compagnia petrolifera ha pagato 507 milioni di euro di Ires, derivanti in parte «dallo stanziamento dell’addizionale Ires di cui alla legge n.7 del 6 febbraio 2009». Ovvero la misura di esecuzione del Trattato. Non solo. Il dividendo distribuito quest’anno da Eni alla Cassa depositi e prestiti, che detiene il 26,37% della società, e al Tesoro (al 3,93%) è stato pari a 1,2 miliardi di euro. Parte di questo tesoretto potrebbe essere traslato nel fondo appannaggio del Cnt. 

I bene informati raccontano che in questo periodo ci sono stati numerosi incontri alla Farnesina con emissari di Eni, Finmeccanica e Impregilo, per sbrogliare una matassa oltremodo complicata soprattutto in un periodo di trimestrali come questo. 

Parzialmente diverso lo scenario per UniCredit. Pur essendo in mano libica la maggioranza del capitale sociale di Piazza Cordusio, la banca non ha attività operative nel Paese. Scongiurato il pericolo di vedere congelate, oltre ai diritti di voto, le azioni possedute dalla banca centrale e dal fondo sovrano di Tripoli, l’impatto per l’istituto guidato da Federico Ghizzoni non sarebbe contabile. Casomai, si porrebbe un problema di rappresentanza qualora venisse deciso un aumento di capitale, eventualità sempre smentita con forza dai diretti interessati. 

Dei tre miliardi di dollari che andranno a finanziare il fondo qatarino prima dell’auspicato conferimento del soldi di Gheddafi, non è chiara nemmeno la provenienza del miliardo di dollari sborsato dai francesi. I quali, allo scorso gennaio, avevano negoziato con il Raìs contratti pari a 28 miliardi di euro. Cifra di gran lunga superiore al miliardo appannaggio del Consiglio nazionale transitorio libico.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it