Il rebus delle partecipate per il Comune di Milano

Il rebus delle partecipate per il Comune di Milano

Un tesoretto fatto di novantatre società partecipate, di queste almeno diciasette di primaria importanza: nell’elenco A2A (con un pacchetto del 27,5%), Sea con circa l’85%, Atm per intero e il 18,6% dell’autostrada Serravalle. Chi vince le elezioni a Milano, con la poltrona di palazzo Marino – come ha ben analizzato Marco Alfieri su La Stampa – si prende una galassia societaria che conta 13 mila dipendenti – esclusa A2A – e attorno ai 3 miliardi di fatturato (sempre esclusa A2A). Se ne è parlato poco, la campagna elettorale ha privilegiato altri aspetti, spesso caricaturali, ma bilancio e partecipate saranno uno dei primi problemi sul tavolo del nuovo sindaco. E non tanto perché a settembre va votato il bilancio di assestamento, ma perché da subito si dovranno riprendere in mano i conti, che non si annunciano particolarmente solidi. Ed entro l’anno, se i due referendum del 12-13 giugno non dovessero farcela, bisognerà liberalizzare molte aziende pubbliche.

A fine 2007 Letizia Moratti, sindaco di Milano, grazie alle imprese a controllo comunale, rappresentava l’undicesimo gruppo italiano con 9 miliardi di fatturato, più della galassia dei Benetton. Gianni Alemanno, primo cittadino di Roma, il ventinovesimo, con un fatturato decisamente più basso, ma superiore a quello della Barilla. Merito soprattutto delle imprese energetiche, senza le quali i portafogli comunali dimagrirebbero sensibilmente. Questo è il quadro emerso dall’ultima ricerca sull’universo delle partecipate, fatta da Civicum due anni fa. Il quadro a grandi linee è quello di una serie di società virtuose nei grandi comuni del Nord Italia, in perdita a Roma e Napoli. Se le attività delle aziende controllate dai sei principali comuni italiani fossero consolidate in una unica holding, ci troveremmo di fronte al sesto gruppo industriale italiano per fatturato, più grande di Finmeccanica, ed al quarto per dipendenti.

Negli ultimi anni la situazione è cambiata però: dal 2007 al 2011 Palazzo Marino ha drenato dalle sue controllate centinaia di milioni. A Milano il meccanismo messo a punto dal sindaco uscente funziona così: le più importanti partecipate contribuiscono generosamente a far quadrare i conti di Palazzo Marino che, a seconda del bisogno, preleva dividendi (o extradividendi). Un po’ come al bancomat. Nei cda c’è una generosa rappresentanza politica scelta dal Comune che non solleva obiezioni. Nell’ultimo quinquennio l’amministrazione comunale, a fronte di una riduzione notevole dei trasferimenti statali, ha chiesto alle sue società dividendi per quasi 900 milioni.

La tendenza negli anni è andata aumentando. Nel 2007 erano 85,6 milioni; nel 2008 i milioni arrivavano a 110,7 milioni; nel 2009 a 147,9 , nel 2010 , invece, 120,3. Il boom quest’anno: nel bilancio previsionale 2011 il contributo «esterno» arriverà a 328 milioni, cifra a cui si dovrebbero aggiungere i 90 milioni della possibile vendita del 18% (l’intera quota comunale) della società stradale Serravalle. Le partecipate più ricche, e più spolpate, sono sempre le stesse: A2A (che ad ogni assegno per Milano ne stacca uno paritetico per Brescia); Sea e Atm. Se lo Stato taglia e il bisogno di servizi cresce, da qualche parte bisogna pur attingere. E se non si è in grado di risparmiare, allora ci sono le partecipate. Ma il trend sta diventando preoccupante: il bilancio previsionale 2011 mostra qualche anomalia. Per la prima volta, 160 milioni che Sea dovrebbe girare in autunno, alla vigilia della quotazione in Borsa, non andranno in conto capitale, e cioè a finanziare gli investimenti, ma probabilmente serviranno a coprire le spese ordinarie della macchina comunale.

La Sea dovrebbe recuperare parte di quelle risorse quotando il 35% circa del capitale (operazione deliberata da Palazzo Marino in modo bipartisan in primavera), ma settimana scorsa Lufthansa ha annunciato che lascerà lo scalo di Malpensa. Si potrà anche ovviare all’abbandono dei tedeschi, ma la prospettiva di una ricca Ipo (offerta pubblica iniziale) diventa meno certa, mentre la distribuzione di un dividendo al Comune è già stata decisa. In altre parole, che succede se la fuga dei tedeschi fa perdere valore proprio adesso, nel mezzo di un Ipo? Sul fronte comunale una seconda domanda è sempre più frequente: trattandosi di un incasso una tantum, come farà Palazzo Marino a far tornare i conti nel 2012? Letizia Moratti al primo turno è caduta anche sul suo terreno, quello manageriale. I report dei revisori del comune parlano di controllate e partecipate utilizzate con eccessiva disinvoltura per salvare i conti. Invece l’obiettivo dovrebbe essere la tendenza al pareggio economico della gestione ordinaria. E non si ottiene spremendo dividendi, a meno che non aumentino le tariffe con la privatizzazione.

E Pisapia? Resta abbottonato. Lascia trapelare l’ipotesi di una holding di partecipazioni (per la direzione si fa il nome di Alessandro Profumo) e promette di imprimere un indirizzo strategico al tesoretto comunale. Di certo, se vincesse, si troverebbe sul piatto più di una patata bollente. Sul fronte aziendale, il continuo drenaggio da parte degli azionisti ha depauperato le aziende, abbattendo la loro capacità di investire. Dal 2005 al 2009 il patrimonio netto di Sea è sceso di 129 milioni, quello di Atm di 51. Anche A2A si è impoverita di 382 milioni. E non solo: a Piazza Affari in tre anni il titolo è passato da tre a un euro, eppure i Comuni azionisti non hanno mai smesso d’incassare la loro cedola.

Insomma buchi e bachi non sono mancati e spesso sotto accusa è stata messa l’incertezza politica nella gestione dei beni municipali. Il prossimo passo riguarda comunque la privatizzazione di servizi e società. È coerente con gli obiettivi posti dall’amministrazione Moratti, è richiesta con forza da un manifesto promulgato dall’Adam Smith Society che ha stilato un accurato elenco delle società da cedere (con aggiunta di aziende commerciali e immobili). Non è esclusa dalla coalizione di sinistra che, pur ribadendo l’attenzione per la collettività, non si oppone a privatizzare ciò che non è di stretto interesse pubblico. Toni comunque ben diversi da quelli degli sperticati liberisti della Adam Smith.

E soprattutto è richiesta dal decreto Ronchi che prevede entro il 31 dicembre 2011 l’affidamento diretto (in house) dei servizi pubblici, con un tetto alla partecipazione pubblica del 60% o una gara aperta a tutti per l’affidamento della concessione. Tutti gli enti locali dovranno decidere se cedere una quota del 40% a privati o fare una gara per l’intera concessione. Si tratta quindi di una liberalizzazione dei servizi, e sarà inevitabile se i due referendum del 12-13 giugno non si esprimeranno a favore dell’abrogazione delle norme vigenti che non riguardano solo l’acqua ma tutti i servizi pubblici locali, dai rifiuti alle metropolitane. Restano fuori solo elettricità, gas, ferrovie e farmacie. Appare fragile il rapporto tra proprietà delle reti e adempimenti da parte dei gestori dei servizi, ma se il referendum non dovesse bloccare l’iter legislativo, l’apertura ai privati sembra inevitabile e con essa dovranno fare i conti anche le giunte di sinistra.

Il nuovo laboratorio politico che potrebbe nascere a Milano in caso di vittoria della coalizione di Pisapia dovrà quindi conciliare sinistra e borghesia delle professioni, privatizzazioni e rigore, senza perdere di vista un indirizzo pubblico che tenga conto delle esigenze e del tenore di vita dell’utenza e dei cittadini. Non saranno solo le partecipate a dover cambiare strategia, ma si tratterà di restituire alle imprese pubbliche una legittimità che coincida con la capacità di disporre di buoni strumenti gestionali. Potrebbe essere proprio la nuova spinta che sembra emergere a Milano a porre fine alla confusione che negli ultimi 20 anni a sinistra si è creata tra proprietà pubblica e governance, dando spazio all’idea che privato sia sempre meglio di pubblico e ad una destra che ha mancato di coraggio e autorevolezza anche sul terreno a lei più consono della gestione d’impresa.

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