Il vizietto di Strauss-Kahn può allontanare la Bce da Draghi?

Il vizietto di Strauss-Kahn può allontanare la Bce da Draghi?

Una ghiotta occasione per spedire Draghi a Washington. Dopo la malandata uscita di scena di Dominique Strauss-Kahn, avvenuta (ironia della sorte) la sera prima di un’importante riunione con Angela Merkel, per il Cancelliere tedesco non potrebbe esserci una combinazione di eventi migliore per buttare lì qualche dubbio sull’appoggio al numero uno di Bankitalia nella corsa alla Bce.

Questa mattina a Bruxelles ha preso il via il vertice Ecofin che ufficiosamente dovrebbe sancire la nomina di Draghi, nomina che poi formalizzata alla prossima riunione dei capi di Stato e di Governo europei, in programma il prossimo giugno. Sebbene in corsa per dopo Strauss-Kahn sembra in pole position l’ex premier laburista Gordon Brown, e nonostante il malumore di alcuni membri del direttivo Fmi, raccolti questa mattina dal Financial Times, secondo cui sarebbe opportuno affidare la direzione generale a uno dei Paesi emergenti, non è detto che la Germania sia ancora convinta del disco verde concesso la scorsa settimana, dopo un lungo tira e molla.

Secondo quanto scriveva il settimanale Der Spiegel lo scorso 5 maggio, ovvero una settimana prima dell’endorsement – svelato peraltro in un’intervista al rivale Die Zeit – Frau Merkel stava pensando di esercitare pressioni per nominare Draghi alla guida dell’istituzione di Washington, proprio al posto di Strauss-Kahn, all’epoca ancora in corsa per le presidenziali francesi del 2012. 

Il motivo dei dubbi di Berlino non è tanto nella competenza di Draghi, già ai piani alti di Goldman Sachs, e attuale presidente del Fsb, l’organo di vigilanza prudenziale istituito dal G-20 per riscrivere le regole della finanza post Lehman, quando sulla capacità dell’elettore tedesco di accettare che sia un italiano a dettare la politica economica alla locomotiva teutonica. A differenza del Fsb, infatti, le decisioni della Bce hanno un impatto immediato sul mercato del debito, dei capitali e delle valute. 

Non si sono ancora rimarginate le ferite elettorali di un anno fa, quando il sì al bailout ellenico costò la Renania-Westfalia. Oggi, siamo al punto di partenza. Tanto che, oltre alle proprie preferenze sul successore di Trichet, i ministri delle Finanze dell’Eurozona dovranno discutere il nuovo piano da 60 miliardi a favore di Atene e, con ogni probabilità, un nuovo finanziamento al Portogallo. 

Sono soprattutto i liberaldemocratici della Fdp, che qualche giorno fa avevano posto dure condizioni sulla nomina di Draghi, presidente di una banca centrale di un paese fortemente indebitato, definendolo «un pessimo segnale» per tutta l’Ue, condizionando il proprio assenso all’adozione di un «pacchetto di misure» per rassicurare i mercati «sul fatto che i paesi della zona euro si sentano impegnati a portare avanti una cultura della stabilità sostenibile». Sul piano della politica internazionale, tuttavia, per la Merkel avrebbe significato andare contro il via libera di Sarkozy al numero uno di Bankitalia. 

Franco Bruni, economista bocconiano e vicepresidente Ispi, non crede nel dirottamento di Draghi a Washington. «Oggi all’Ecofin cercheranno di parlare di Strauss-Kahn il meno possibile», scherza Bruni, che osserva: «il Fmi è una strana istituzione che non funziona, in quanto troppo dipendente dagli Stati Uniti, e per questo va riformata. Ritengo che ora assisteremo ad un interregno in cui ci sarà il brain-storming necessario a preparare il terreno per una leadership cinese o indiana».
Intanto, gli occhi degli investitori sono puntati sull’apertura di Wall Street, per capire il reale impatto della dipartita da Washington dell’avvocato francese di fede socialista.  

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