“Inutile riformare il Fondo Monetario”

“Inutile riformare il Fondo Monetario”

Riformare le istituzioni globali come Fmi, Banca Mondiale e Consiglio di sicurezza Onu non è la strada per raggiungere un nuovo ordine globale. Né c’è alcun bisogno di nuove organizzazioni globali, come quelle suggerite da più parti in materia ad esempio di protezione ambientale. È la tesi di Parag Khanna, 34enne analista geostrategico della New American Foundation di Washington, già consigliere di Barack Obama durante la campagna elettorale oltre che advisor del Pentagono.

Le teorie di questo giovane indiano, autore di bestseller come The Second World: Empires and Influence in the New Global Order (2008), vengono paragonate all’Ulrich Beck di «Potere e contropotere nell’età globale» o al Jacques Attali di «Breve storie del futuro» ma soprattutto Khanna è diventato il simbolo di quella scuola teorica che nel mondo degli studi geopolitici è nota come “neo medievalismo”. Un approccio che lui stesso ha esposto in un celebre articolo sulla rivista Foreign Policy (The Next Big Thing: Neomedievalism) dove scriveva che «questo mondo sparso, frazionato, sarà guidato più da città e città-stato che da nazioni. Un tempo Venezia e Bruges formavano un’asse che stimolò l’espansione commerciale in Eurasia. Ora solo 40 città-regioni costituiscono due terzi dell’economia mondiale e il 90% dell’innovazione». Non sono  appunto spunti teorici troppo diversi da quelli del saggio di Attali dove si sostiene che il vero motore del mondo sarebbe ora l’area di San Francisco la quale avrebbe detronizzato New York come vera capitale dello sviluppo. Un ruolo, questo della città-nazione, che anche per l’economista francese è stato in precedenza ricoperto da città come Bruges e Venezia. Se ci sono punti comuni, le conseguenze sono diverse.

Per Khanna le rivolte arabe, ma anche l’inefficacia dell’Onu e la debolezza dell’Organizzazione mondiale del commercio, sono manifestazioni dello stesso fenomeno: la dissoluzione dell’architettura internazionale lasciata dall’era coloniale, che apre le porte a un «nuovo Rinascimento» destinato ad avere per protagonisti popoli definiti su base etnica, individui armati di cellulari e gruppi accomunati da perseguire singoli obiettivi. Alla fine della Seconda guerra mondiale le nazioni erano circa 100, sottolinea spesso lo studioso, ora sono già quasi il doppio.

Gli Stati del Caucaso sorti dopo il collasso dell’Unione Sovietica ( i cosidetti “Stans” come il Kazakistan o l’Azerbaijan) sono stati costruiti da Stalin mischiando etnie ad alto tasso di conflittualità proprio per evitare che potessero mai funzionare, in una continua applicazione del divide et impera teorizzato dall’Impero romano. Lo stesso si può dire di quelli africani, basta pensare all’attuale Repubblica Democratica del Congo creata da Leopoldo del Belgio per gestire le risorse minerarie del Paese unendo 200 etnie in odio fra di loro. O delle nazioni mediorientali dove i confini sono scherzosamente noti come “il singhiozzo di Churchill” perché, mentre lo statista inglese li disegnava, avrebbe avuto appunto il singhiozzo – ragione che spiegherebbe alcune stranezze nell’irregolarità delle linee dei confini.

In questo quadro Khanna, che Linkiesta ha incontrato a margine di un seminario all’Ispi di Milano, spiega perché a suo dire non sarà sufficiente riformare le istituzioni globali per raggiungere un nuovo ordine globale. «Le organizzazioni intergovernative – sottolinea – possono avere solo un basso tasso di utilità che corrisponde alle risorse che sono capaci di muovere». Quindi un’organizzazione come «il Fmi è rilevante solo nei confronti dei Paesi a cui dà soldi che sono circa una ventina e non delle 180 nazioni di cui è composto il mondo attuale». Che sulla sedia di Dominque Strauss-Kahn finisca quindi il cinese Zhu Min o la francese Christine Lagarde o il messicano Agustin Carstens, non è il vero problema. «Anche la World Bank non è rilevante come organo di costruzione delle policy ma lo è solo nei confronti dei Paesi a cui dà soldi. E anche in questi casi non è l’unica a fare investimenti perché ci sono i mercati finanziari dove potersi approvvigionare». 

Lo stesso discorso vale per il Consiglio di Sicurezza «che non è l’unica istituzione a gestire la sicurezza. La Nato è quella che prende le decisioni oppure la Lega Araba o il Gulf Cooperation Council  e inoltre ci sono diversi forze di peace keeping su base regionale un po’ in tutto il mondo. Quindi non c’è nulla che punti alla centralizzazione o comunque a riforme che vadano in questo senso per raggiungere un nuova governance globale che sia stabile. È un mito che fa comodo, basato sull’idea che l’evoluzione nelle relazioni internazionali vada verso un unico set centrale di istituzioni. La stabilità la si può invece trovare in una decentralizzazione, dando potere ai vari attori a livello regionale». 

In questo quadro dove, nell’analisi di Khanna, il mondo arabo avrebbe trasformato la lotta anticoloniale in una lotta all’autoritarismo e dove la Cina sta letteralmente comprando, anziché invadere, i Paesi limitrofi (la Mongolia è chiamata ironicamente “Minegolia” perché ormai è diventata un’enorme miniera cinese) non c’è bisogno «di nessuna nuova istituzione globale. Anche se si creasse una nuova organizzazione globale per l’ambiente nessuno la ascolterebbe. L’unica cosa che si ascolta sono i soldi. A meno che essa non signfichi soldi e tecnologie, non avrebbe alcun peso. Questo vale per qualsiasi proposta di nuove organizzazioni internazionali. Anzi, ci dovrebbe essere una riduzione di molte organizzazioni internazionali». Quelle che contano davvero sono «quelle funzionali: l’Unicef, l’Unhcr, le uniche che davvero abbiano un impatto sulla vita della gente. Forniscono cibo e sicurezza, sono molto buone, anche se sono piccole e non hanno molti soldi. Non sprecano risorse come le altre e non fanno discussioni infinite come quelle dell’Assemblea Generale. Vedere se un’organizzazione fa davvero del bene alle popolazioni interessate è il metro di misura per capire se serve o meno».

Se queste sono le premesse, la conseguenza è quasi ovvia, anche se è strano sentire elogiare l’Unione europea da qualcuno che parla con forte accento americano. «La Ue è un’organizzazione regionale che ha alti standard su temi come i diritti umani, l’ambiente e il welfare. Più alti che in qualsiasi altra parte del mondo, più alti di quelle delle Nazioni unite. L’Onu sta infatti cercando di raggiungere gli standard della Ue. Ma Bruxelles funziona perché è limitata alla regione in cui opera».

Con buona pace degli inglesi «la Ue è la prova che si può fare un lavoro molto migliore a livello regionale che a livello globale». Occorreva forse un indiano per mandare in pensione la concezione kantiana di istituzioni globali capaci di garantire la pace mondiale. E visto che gli indiani stanno progressivamente sostituendo gli ebrei nel mondo degli analisti geostrategici, è probabile che queste teorie non resteranno solo sulla carta, ammesso che a guidare la politica estera siano davvero gli intellettuali («e non è così, altrimenti con tutti gli articoli che Tom Friedman ha scritto sulla green economy gli Usa avrebbero già una vera politica ambientale» chiosa Khanna).  

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