La no tax area serve ai kebabbari più che ai milanesi

La no tax area serve ai kebabbari più che ai milanesi

Milano sarà una zingaropoli o paradiso fiscale? Nell’attesa di scoprirlo, qualche giorno fa Letizia Moratti ha estratto dal cilindro un coniglio chiamato «no tax area», per superare a destra Pisapia nel rush finale verso Palazzo Marino. Sul tema, come ha confermato oggi la diretta interessata a margine di un incontro alla Camera di Commercio di Milano, la strategia si declina in tre punti: attrazione fiscale per le finanziarie estere, agevolazione per le società milanesi che operano in specifici settori – al momento in fase di definizione al ministero dell’Economia – e infine, i «provvedimenti del governo sulle agevolazioni fiscali in materia di ricerca ci consentiranno di potenziare i nostri incubatori e quindi le giovani imprese». La «no tax area» non va confusa con la «free trade zone», che in Italia principalmente è sinonimo di porti che godono di tariffe doganali particolarmente basse, come Trieste e Venezia.

Dallo staff del candidato Pdl spiegano che il primo punto della strategia, che ricorda molto da vicino il sistema di agevolazioni adottato dall’Irlanda per attrarre le imprese, dove l’aliquota base per le società è pari al 12%, è allo studio da molto tempo prima della campagna elettorale. Nei mesi scorsi si stava lavorando a un regime fiscale simile a Londra per le società finanziarie, ma Tremonti e il sottosegretario Luigi Casero hanno preferito prendere spunto da Dublino, essendo il quadro normativo già codificato a livello comunitario. Al pacchetto verrebbero affiancati degli eventi di presentazione, probabilmente inseriti all’interno di quelli per l’Expo (quindi senza esborsi supplementari), e sarebbe creata poi un’agenzia, con risorse interne al Comune – e dunque senza aggravi sul bilancio già in rosso della municipalità meneghina – per occuparsi del disbrigo delle pratiche burocratiche per conto delle società. Il ministero dell’Economia ha avviato un iter di consultazione sul decreto attuativo della legge Ue in materia approvata un anno fa, quindi la proposta della Moratti dovrebbe procedere speditamente.

L’idea è ambiziosa, ma l’impatto diretto per i milanesi appare modesto. Al contrario, potranno sbarcare a Milano tutte le imprese estere – compresi, ad esempio, gli odiati kebabbari, con buona pace della Lega – magari facendo concorrenza sleale a quelle milanesi. Non è chiaro se nella definizione di “imprese internazionali” rientrino anche le società gestite dagli stranieri, che, secondo un’indagine della Camera di Commercio di Milano, relativa al primo semestre 2010, nel capoluogo lombardo (primo posto in Italia) sono 40mila. 

Il secondo punto, che dovrebbe invece avere un impatto maggiore per i cittadini, riguarda l’Imu, acronimo che indica l’imposta municipale unica che comprenderà Ici e Irpef a partire dal 2014, secondo quanto previsto dal federalismo fiscale. Per tutte le nuove aziende fondate da giovani o donne si prevede di passare dall’attuale aliquota base, dello 0,76%, allo 0,46 per cento, oppure di porre in essere in alternativa altre agevolazioni come un credito d’imposta sulla pubblicità. Riguardo all’Imu, niente di nuovo sotto il sole, in quanto i Comuni, nel quadro del federalismo municipale, hanno già questa facoltà.

«Nel passaggio da Ici a Imu per le imprese c’è un aggravio di tassazione, perché patrimonializza non solo l’Ici, ma anche l’Irpef sui redditi immobiliari», spiega Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle Finanze all’Università di Bologna ed esperto di federalismo. Che nota: «L’aliquota dello 0,76% consente di dare allo Stato lo stesso gettito Ici più Irpef, visto che già oggi un’impresa non paga l’Irpef sui redditi immobiliari: i redditi che derivano da immobili figurano come redditi d’impresa e non come redditi immobiliari» Ovvero, il capannone della fabbrichetta del Brambilla viene conteggiato come un reddito figurativo (cioè come un reddito virtuale legato al valore dell’immobile nel tempo). «Il Governo», continua il professore dell’ateneo felsineo, «ha già previsto che i Comuni, se vogliono, possono ridurre l’aliquota base dell’Imu, in modo tale da far gravare agli artigiani la stessa tassazione della vecchia Ici». Insomma, il regime speciale di Milano non solo è già previsto, ma va anche finanziato: il minor gettito tributario per le casse di Palazzo Marino va fronteggiato o riducendo la spesa pubblica cittadina oppure trovando nuovi balzelli. 

Il terzo step – il più controverso – per salvaguardare il salvadanaio dei milanesi, al quale stanno lavorando Casero, Tremonti, e l’ex ministro e attuale presidente di Assogestioni Domenico Siniscalco, concerne la fiscalità agevolata per i cittadini. Il modello è Livigno e il ragionamento è: visto che la città ha le imposte più elevate d’Italia, spiegano gli esperti del sindaco uscente, meglio passare a una tassazione uguale per tutti che non l’attuale imposta progressiva a scaglioni (utilizzata in tutta Italia). 

Quest’ultimo punto, che sarà ufficializzato nei prossimi giorni, potrebbe partire già viziato dall’incostituzionalità. Come osserva Tommaso Di Tanno, professore di Diritto tributario all’Università di Siena e noto fiscalista: «La Commissione Ue ha già bocciato tutte le agevolazioni territoriali europee, ad eccezione dell’Isola di Madeira». «Un eventuale decreto che sancisca un regime di privilegio», afferma poi l’avvocato, «sarebbe passibile di una dichiarazione di illegittimità da parte della Corte di Giustizia Europea». «La tassazione in Europa» ricorda infine Di Tanno, «è stata introdotta dal Patto di Roma nel lontano 1957, l’atto fondativo dell’Ue». 

In realtà, il termine «no tax area» è improprio: in Italia già esistono dal 2008 le «zone franche urbane», città con particolari condizioni di disagio socio-economico. Provare a trasformare Milano in Lugano, non solo andrebbe contro le leggi comunitarie, ma sarebbe un passo indietro di mezzo secolo. Perdipiù recuperando, ironia della sorte, un progetto tagliato su misura per il Sud.  

antonio.vanuzzo@linkiesta.it