L’economia israeliana, da fare invidia a Tremonti

L’economia israeliana, da fare invidia a Tremonti

GERUSALEMME – Nel 2011, a quasi tre anni dal fallimento della Lehman Brothers – evento simbolo della crisi finanziaria mondiale – la maggior parte delle economie mondiali si trovano arenate in difficili e lenti processi di ripresa i cui risultati sembrano ancora lontani. La globalizzazione e il rapido espandersi dei modelli capitalisti hanno creato un effetto a catena che ha colpito ogni stato coinvolto nel mercato globale. Uscire dalla crisi è tuttavia apparentemente possibile, e l’economia israeliana ne è forse il maggiore esempio.

Nato e sviluppatosi su un’economia neo-socialista, lo stato di Israele si è poi stabilizzato su basi prettamente capitaliste, trasformandosi velocemente in un paese ad alto sviluppo economico. Tale sviluppo ha raggiunto i migliori riconoscimenti nel 2010 con l’entrata di Israele nell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e la nomina del governatore della Banca Centrale di Israele, Stanley Fischer, quale “Miglior governatore di Banca del Mondo” da parte di Euromoney.

Negli anni succesivi alla crisi del 2008, Israele ha infatti attirato l’attenzione degli esperti internazionali per la sua rapida ed efficace reattività alla crisi economica e la sua capacitàdi ridurre al minimo i danni che hanno scosso le maggiori economie mondiali. L’eccezionalità dell’economia israeliana è divenuta argomento riccorente nelle analisi del Fondo Monetario Internazionale e gli esperti prevedono che un crescente numero di investitori istituzionali internazionali sceglieranno il mercato Israeliano per i loro investimenti futuri.

Secondo dati forniti dall’Ocse, Israele è stata l’ultimo di ventinove Stati ad essere colpito dalla crisi nel quarto trimestre del 2008 e uno tra i primi a uscirne nel secondo trimestre del 2009. La Banca Centrale Israeliana riporta che nella seconda metà del 2010, appena due anni dopo l’esplosione della crisi, il Pil è aumentato del 5.8%, mentre il consumo interno, le esportazioni e la produzione manifatturiera continuano a crescere. L’82% dell’economia del paese è composta dai servizi, il 16% dall’industria e il 2% dall’agricoltura.  

Ma quali sono esattamente le ragioni che rendono Israele – uno stato fondato appena sessantatre anni fa, con una popolazione di poco più di sette milioni di abitanti, privo di risorse petrolifere e in ricorrente stato di guerra – un paradigma così interessante dal punto di vista di crescita economica e capacità di affrontare la crisi?

I fattori che fanno di Israele un caso eccezionale sono diversi; inoltre variano da motivazioni di tipo prettamente economico ad altre legate all’unicità della società israeliana. Da un punto di vista economico, la crisi è arrivata in Israele in un momento estremamente produttivo: memore di precedenti crisi finanziarie, il modello israeliano si è costituito su basi conservatrici e stabili che hanno decisivamente limitato l’esposizione del suo sistema finanziario e bancario. Di conseguenza durante il quinquennio 2002-2007 si è assistito ad una crescita economica esponenziale e quando nel 2008 il mondo è stato travolto dalla crisi finanziaria, Israele ha potuto contare su solide basi che hanno preservato l’integrità strutturale del proprio sistema finanziario, così che solo alcuni settori economici hanno dovuto far fronte all’emergenza.

Eppure, le relativamente severe regolamentazioni adottate negli anni precedenti la crisi internazionale non sarebbero bastate da sole nel far fronte ad una stagnazione economica così acuta. La figura di Stanley Fischer, governatore della Banca Centrale di israele dal 2005, ha giocato un ruolo centrale per quanto riguarda la gestione della crisi in Israele. Fischer, la cui eccellenza è stata più volte riconosciuta a livello mondiale, ha adottato con grande prontezza misure innovative e singolari che hanno garantito ad Israele non solo una precoce ripresa dalla crisi economica, ma anche in certa misura il ripetersi del boom degli anni precedenti il crac. Non appena il livello di disoccupazione è diminuito e il tasso di crescita ha cominciato a stabilizzarsi, Fischer ha progressivamente alzato il tasso di interesse in modo da mantenere la stabilità dei prezzi e non provocare ulteriori danni alle attività commerciali.

Inoltre la Banca centrale ha aumentato dall’8 al 9% la base di capitale degli istituti di credito in modo da creare un “cuscino di sicurezza” in caso di perdite inaspettate. Altra misura efficace di Stanley Fischer è stata quella di introdurre una politica interventista del tasso di cambio in modo da rafforzare al contempo sia le riserve finanziare che le esportazioni, che costituiscono un fattore di estrema importanza per l’economia del Paese. Infine Fischer ha introdotto l’estensione a due anni della pianificazione del budget economico, in modo tale da concedere un lasso di tempo maggiore per implementare i piani economici, anziché concentrarsi di continuo sulla loro programmazione.

Un altro agente economico che ha supportato Israele durante la crisi è il suo vantaggio comparato in tre principali settori: quello farmaceutico, quello militare e quello delle alte tecnologie. Tali settori, seppur minormente danneggiati dalla crisi, non hanno conseguito nessuna sostanziale perdita durante il periodo del transito tra il 2008 e il 2009, per il semplice fatto di rappresentare ambiti dove la domanda globale è rimasta elevata a prescindere dal crollo dell’economia internazionale.
A queste motivazioni “operative” si aggiunge la recente scoperta di ingenti quantità di gas naturale che potrebbero produrre uno sviluppo di portata storica del mercato energetico Israeliano.

Oltre a questi determinanti fattori economici, Israele vanta diverse caratteristiche sociali che hanno ugualmente contribuito a superare con successo la crisi e ad accrescere il suo rilievo economico a livello mondiale. Anzitutto va sottolineato il fatto che Israele ha il primato assoluto per quanto concerne il numero di aziende start-up. Ne è evidenza il fatto che il Paese conta più società sul mercato azionario Nasdaq di tutte quelle di Europa, Cina, Corea, Giappone, India e Singapore sommate. Due esperti geopolitici, Dan Senor e Saul Singer hanno scritto un libro al proposito (Start-Up Nation: The Story of Israel’s Economic Miracle), dove indagano le motivazioni del successo dell’economia Israeliana. Senor e Singer evidenziano differenti caratteristiche sociali che contribuiscono a rendere l’economia israeliana unica per la sua velocità di sviluppo.

Elemento centrale è il perpetuo stato di difesa e all’erta che caratterizza Israele sin dalla sua nascita. Secondo gli esperti, il fatto che Israele si trovi da sempre ripetutamente in stato di emergenza, ha contribuito a formare uno specifico ethos di sopravvivenza che si basa su un’alta dose di intraprendenza e capacità di adattamento. L’instabilità socio-politica, l’impossibilità di intraprendere relazioni commerciali nella regione e le minacce all’esistenza stessa dello Stato, hanno spinto la popolazione israeliana a individuare soluzioni alternative per tenere il passo coi propri partner occidentali. Ed è così che una volta di fronte alla crisi, non è stato difficile per gli israeliani rispondere prontamente alla minaccia economica e aggirarla con misure innovative e d’avanguardia. La sorprendente innovazione che caratterizza Israele deriva inoltre da altri due principali fattori: l’immigrazione e l’esercito.

Poichè l’immigrazione costituisce una delle raison d’être del Paese, Israele ha presto imparato a considerare i nuovi immigrati una risorsa anzichè una zavorra. Gli efficaci processi di integrazione e le politiche di favoreggiamento degli immigrati, fanno si che i nuovi arrivati diventino velocemente parte integrante della società Isrealiana e del suo sviluppo, in modo che è il Paese stesso infine a trarne estremo vantaggio. Infatti gli immigrati sono (per definizione) più propensi a rischiare: un immigrato che si trova in un ambiente del tutto nuovo, che deve ricostruire la sua vita dall’inizio e che ha poco da perdere, è stimolato da un incentivo particolare a rischiare. Si può dire che una nazione di immigrati – quale è Israele – è una nazione di imprenditori. A soli vent’anni dall’immigrazione in Israele, la popolazione russa costituisce una delle maggiori forze motrici del Paese.

Vi è, infine, un’ultimo ma cruciale fattore che distingue la società Israeliana: l’esercito. L’alta spesa militare (1.487 dollari che a livello pro-capite è la più alta al mondo) spiega molte cose: non solo l’elevato livello di start up nel campo delle alte tecnologie ma anche il motivo per cui in Israele il venture capital è riuscito ad attecchire (il fondo Yozma è un caso di studio) a differenza di quanto accaduto in molti altri paesi (i soldi spesi dalla Malesia nel fondo Bio Valley sono l’esempio contrario).  

Obbligatorio per entrambi ragazze e ragazzi, l’esercito costituisce parte integrante della vita di ogni israeliano, e seppur spesso constestato, produce anch’esso dei risvolti positivi. Durante i tre anni di servizio militare che comincia ad appena diciott’anni, i ragazzi israeliani sono portati ad assumersi enormi responsabilità, a prendere scelte di vita e di morte per se stessi e per i propri compagni e spesso vengono a contatto con problemi e situazioni più grandi di loro. Ad appena vent’anni ai giovani soldati è conferito un alto livello di autorità che diviene poi di particolare importanza quando i giovani approcciano il mondo del lavoro, già consapevoli delle proprie capacità e dunque senza alcuna inibizione nel criticare le scelte dei veterani e assumersi ruoli di leadership sin dagli inizi. Inoltre la società stessa ha sviluppato la capacità di integrare l’esperienza del campo di battaglia all’interno degli ambiti lavorativi, cosi che le competenze acquisite dai ragazzi durante il servizio militare vengono sfruttate al massimo in campo lavorativo.

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