Storia MinimaPerché l’Europa non è in grado di rispondere alla piazza spagnola

Perché l’Europa non è in grado di rispondere alla piazza spagnola

Improvvisamente l’indignazione è uscita dai libri e ha iniziato a invadere le piazze d’Europa. Qualcuno ha preso in parola Stefen Hessel, l’uomo che ha fatto risuonare la parola indignazione nel vocabolario civile e ha pensato che forse ne valeva la pena. Come spesso capita, la realtà è più dura e meno affascinante della carta stampata. Se in quelle pagine scarne ma certamente dirette l’esortazione era a farsi protagonisti nel presente, di uscire cioè da una sorta di apatia o di interrompere un silenzio pubblico che ormai durava da troppo tempo in nome di un futuro che non si poteva solo guardare o subire, ma di cui si doveva prendere in mano le sorti, la realtà improvvisamente ha virato su un piano diverso.

L’indignazione si è trasformata in altro e oggi da quella piazza, in forma esplicita, emerge una dimensione che sovverte gran parte delle consuetudini a cui siamo abituati in politica. L’indignazione infatti non lancia un messaggio di speranza, ma comunica prima di tutto il proprio disagio. Non è un programma, né si presenta come tale. Tuttavia a Zapatero, cui nonostante la sconfitta tocca l’onore e l’onere del governo, sarà difficile liquidare quella protesta come in una qualsiasi piazza russa o iraniana. Ovvero in nome dell’ordine pubblico. Quella piazza, infatti, è al tempo stesso più radicale più minimale di quelle per le quali abbiamo fatto spesso il tifo in questi anni. Per certi aspetti è anche più imbarazzante.

I grandi movimenti collettivi giovanili che nel corso del Novecento hanno attraversato la scena politica, soprattutto quella delle società ricche, hanno comunicato non solo la voglia di esserci. Soprattutto hanno introdotto uno scarto rispetto al linguaggio politico della quotidianità. Il diritto al sogno era la loro bandiera. Per renderlo visibile, concreto e soprattutto percepibile, si trattava di compiere un gesto liberatorio. Il fine della rivolta era volto ad acquisire maggiori possibilità, sfidare e allargare o estendere le maglie del possibile e le soglie del desiderato.

Oggi il meccanismo è inverso e il clamore della sfida, ancora una volta, non sta in ciò che si chiede, ma nel cosa si dice. Come sempre nelle società fondate sull’illusione occupa spazio chi dice con parole semplici ed immediate ciò che tutti vedono, ma che nessuno ha il coraggio di dire. Non è una novità ed a pensarci bene sarebbe sufficiente ricordarsi di tanto in tanto la parabola de Il vestito del re di Hans Christian Andersen.

Qual è il contenuto di quella semplice verità e che cosa emerge da quella piazza del centro di Madrid? Provo a dirlo in poche parole. In ballo non c’è un futuro diverso o la possibilità di immaginarlo o di ridisegnarlo, e non c’è nemmeno la percezione che il futuro ci appartenga. Da quella piazza emerge prima di tutto una sola richiesta: il presente ci riguarda. Non si tratta in altre parole di volgere l’utopia al presente, diversamente di rivendicare il diritto al sogno. Quello che dice quella piazza è molto diverso e molto più drammatico: non vogliamo più vivere l’incubo.

Al governo quella piazza non chiede perciò di sognare, o la rivendicazione di un futuro migliore e auspicabile, chiede un presente diverso. Chiede in altre parole il diritto di vivere. Forse più precisamente il diritto di avere una vita propria. E dunque di provare dignità.

Quella piazza, tuttavia, non ha trovato ancora una risposta e soprattutto non ha trovato fuori dalla Spagna l’attenzione che merita. Potremmo dire che il resto dell’Europa ha lo sguardo altrove, sospeso tra la voglia di continuare a rivendicare un ruolo per sé nella plancia di comando del Fondo Monetario Internazionale dopo il clamore della vicenda Strauss-Kahn e la situazione di crisi profonda che si profila in Grecia, e la cui ombra si proietta anche su Portogallo e Repubblica di Irlanda. Il tema in questo caso è se l’Europa esista e se in una qualche forma possa avere un futuro, una volta esaurito o comunque certamente ridotto il fascino. 

Ma non è solo questo. L’Europa ha provato sempre simpatia per le piazze pacifiche in rivolta laddove il problema era la rivendicazione della libertà L’ha avuto per la piazza cinese nel lontano 1989 (l’unico evento in cui il potere vinse in un anno in cui tutte le forme di ancien régime furono travolte dall’ondata delle piazze o dalle masse in movimento). Se oggi nei confronti della piazza spagnola c’è freddezza è perché in gioco in quella piazza non ci sono le figure della libertà, ma la fine del mito dello sviluppo consumato su un’idea marginalistica dell’economia. Una riflessione che abbandona il terreno della risposta contabile alla crisi e guarda al nodo dell’economia. Un messaggio che se fosse raccolto in Italia (dove il tasso di precarietà e di assenza di prospettive concrete è rilevante), chiederebbe maggiore attenzione ai distretti economici, quelli che sono rimasti, e l’insistenza per un auspicabile investimento sulla ricerca applicata.

La risposta alle preoccupazioni e alle domande che emergono da Puerta de Sol non è dunque sul terreno della rassicurazione, ma nella riflessione sulla natura profonda della crisi che anche ci riguarda. e che richiede oggi non solo una proposta operativa, ma anche un’idea di sviluppo economico che abbiamo abbandonato.

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