Storia Minima2 giugno: c’è il Presidente, manca la Repubblica

2 giugno: c’è il Presidente, manca la Repubblica

C’è un paradosso intorno al 2 giugno: da una parte una festa “fredda”, a lungo senza un rito preciso, che ha iniziato ad avere una sua fisionomia in tempi recenti. Dall’altra una figura, il presidente della Repubblica, che invece è indubbiamente figura forte, centrale nel sistema politico. La festa più che all’istituzione, sembra dunque concentrarsi sulla persona che la rappresenta.

Il paradosso sta proprio qui: nel fatto che quella dimensione repubblicana in Italia sembra più simile a una consuetudine monarchica, per cui si celebra nel Re, la monarchia, con un carico rilevante sulla persona, a fronte dell’istituzione che continua a rimanere in ombra. In altre parole: c’è il Presidente, ma manca la Repubblica, per meglio dire latita la cultura repubblicana. Ma il paradosso non è privo di ragioni e perciò “meno paradossale” di quanto sembri.

Riflettere sul 2 giugno implica riflettere in relazione a una cultura che non c’è. Riflessione parallela e che non a caso come è stato osservato (per esempio da Giovanni De Luna nel suo La Repubblica del dolore, Feltrinelli), per cui la centralità del Presidente, la sua autorevolezza discende anche dal fatto che da tempo si è dissolto un patto civico. Un patto che aveva legato noi italiani nell’Italia della Prima Repubblica e che nella Seconda Repubblica non è stato sostituito da niente, a dimostrazione ulteriore del sostanziale fallimento del sistema politico uscito dal pantano di Tangentopoli.

La presidenza della Repubblica già nel settennato di Ciampi (1999-2006), e ancor di più in questo espresso da Giorgio Napolitano, non a caso ha insistito sull’idea di “patria”, sottolineando l’aggettivo “repubblicana”. Non è una scelta casuale. Allo stesso tempo ha inteso dare una prospettiva storica nel passato e una proiezione in avanti al termine Repubblica. Almeno per un buon motivo.

“Patria repubblicana”: la scelta allude a una specifica pratica della libertà, distinta da quella liberale. La libertà per i repubblicani è non essere sottoposti alla volontà arbitraria di qualcun altro. L’ideale repubblicano è predisporre un sistema di tutela in grado di eliminare, ora e domani, la possibilità di subire arbitrio. Per i liberali la libertà è garantirsi possibilità di azione senza una legge limitante. L’insistenza sul termine “repubblicano”, non è casuale. Noi in questi anni in Italia abbiamo ripetuto all’infinito – come non mai in tutta la storia italiana – il termine liberale che abbiamo attaccato a qualsiasi cosa, e lo abbiamo sostanzialmente identificato con la libertà. Ma non è esattamente così, e più spesso l’immagine che abbiamo associato alla parola libertà è stata quella dell’abbassamento dei vincoli. Più arretrata, comunque meno definita è stata un’idea di libertà che ha come obbiettivo primario l’annullamento dell’arbitrio. E è stata più blanda per un motivo sostanziale.

Come si evita l’arbitrio secondo l’ideale di libertà repubblicana? La legge e il dettato costituzionale – ovvero il patto sancito tra soggetti liberi – sono i due terreni per il mantenimento della libertà. A differenza dei sostenitori dello slogan “meno Stato”, la legge per l’ideale repubblicano non costituisce un’interferenza che limita la libertà. Così per l’ideale repubblicano il problema è rimettere al centro della politica il dettato costituzionale.

La presidenza della Repubblica dunque nel tempo lungo si è fissata un compito: fondare un cultura repubblicana. E fondarla in un Paese che nel linguaggio popolare ha associato la parola “Repubblica”, a partire dalla memoria lunga dei moti del 1848, alla parola disordine, anzi meglio: a “sovvertimento dell’ordine”.

Nel complesso è ancora un processo in corso, dall’esito incerto e in cui appunto il carisma della persona viene prima e sopravanza la forza dell’istituzione e dei suoi principi, a dimostrazione che due generazioni di italiani (tre se si comprende quella che esce dalla guerra nel 1945 e decide nel referendum del giugno 1946) non sono ancora state in grado di dare solidità e consistenza a un contenuto culturale che ancora rimane incerto. 

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