Anche il crollo della Prima Repubblica iniziò coi referendum

Anche il crollo della Prima Repubblica iniziò coi referendum

C’è sempre qualcosa che in politica segna la fine di qualcos’altro, che apre una breccia, che spalanca una lama di luce, che mette un punto tra un prima e un dopo. È, generalmente, quello che accade alla pistola più veloce del West, quando incontra il titolare di una pistola più veloce di lui. Non ci abbandoneremo, naturalmente, alla facile conclusione di considerare Berlusconi l’ex pistola più veloce d’Italia, rimane pur sempre l’uomo delle cento pistole, ma è un fatto che il secco uno-due che gli italiani gli hanno assestato nel breve volgere di un mese impone una serie di interrogativi, oltre che qualche realistico dato di fatto.

Per intercettare il segno di un cambiamento, basterebbe aver fatto, tra ieri e oggi, la fila al seggio elettorale. Basterebbe aver ascoltato qua e là qualche parola scambiata tra cittadini, intercettato gli sguardi, valutato la pazienza civile. In un altro tempo, e neppure tanto lontano, questi referendum sarebbero stati sotterrati sotto una coltre di stanchezza. Oggi è andata diversamente. Sembra quasi una rivoluzione culturale, c’è una morale?
Una goccia (un referendum) può portare alla rivoluzione soltanto se chi detiene il Potere ha sottovalutato per anni, o addirittura non percepito, i mutamenti della società. Anche quelli piccoli, spesso non banali. Arriva un giorno il cui il conto arriva e tutto insieme, ma è esattamente il frutto di una serie di eventi progressivi che ne hanno determinato l’esito finale. Si può dire tranquillamente che il trionfo di oggi (per chi lo avverte come un trionfo, naturalmente) non è altro che la risultante scientifico-matematica di una serie di passaggi.

È anche un po’ ardito mettere in parallelo epoche molto diverse tra loro e se vi raccontiamo del ’93 siete ampiamente autorizzati a considerarlo purissimo pleistocene rispetto all’oggi. Gli uomini politici di allora si chiamavano Craxi, Andreotti e Forlani, francamente giganti rispetti ai nanetti da giardino che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi. Le iniziali dei leader formavano l’acronimo «Caf», sigla che qualche anno prima aveva definito un patto di collaborazione tra democristiani e socialisti per gestire governi di coalizione che non prevedessero l’ingresso del Partito Comunista. In realtà i governi di coalizione, su base proporzionale, avevano sfiancato e depotenziato il ruolo del cittadino, con forme sicuramente molto diverse, ma nella sostanza esattamente come oggi.
Sul nostro cammino, torna sempre la goccia. Anche in quel caso fu fatale, insieme a una serie, terribile, di sottovalutazioni. Si può sostenere che quella goccia determinò, insieme ad altri pesantissimi fattori, la fine della Prima Repubblica. Quella goccia era – pensate un po’ – un referendum (e nel 1991 ce n’era stato un altro sulla riduzione delle preferenze per la Camera dei deputati). Un referendum che andava ad abbattere il sistema proporzionale al Senato, introducendo il maggioritario. In quella tornata, i Radicali posero altri quesiti ai cittadini, tra cui il famigerato finanziamento pubblico. Ebbene, entrambi passarono con il 77%!

Quella goccia cadde pesantemente nel mare di un tormento più generale. Un tormento che pochissimi osservatori avevano percepito e che si poteva riassumere in due grandi categorie: l’insofferenza per una spregiudicatezza politica che portò l’intera classe politica tra le braccia dei giudici (Tangentopoli) e l’inquietudine del piccolo-grande Nord produttivo che non sopportava più il coperchio romano sulle istanze federaliste (la Lega). L’insieme dei due fattori produsse un crac epocale!

Oggi, naturalmente, molte cose sono cambiate. Per restare alla Lega, se non si è del tutto romanizzata, ha subìto comunque un inquinamento pericoloso che gli elettori hanno punito alle ultime amministrative. Adesso è a un bivio delicatissimo: far cadere il Cavaliere un attimo prima che lo disarcioni il popolo sovrano, così almeno da attribuirsene il merito. Berlusconi intanto è molto invecchiato, sembra non percepire più la pancia del “suo” Paese, nemmeno di quello televisivo. Una legge-porcata, aulicamente definita così da Calderoli, ha sottratto ai cittadini la possibilità di scegliersi almeno i candidati. Non è un caso che le primarie siano diventate, anche a destra, l’approdo più naturale per restituire agli elettori una parvenza di democrazia. I cittadini sopportano sulla breve-media distanza, sulla lunga non perdonano.

Questo entusiasmo referendario ha un significato preciso: i cittadini si sono ripresi un po’ della loro vita (politica), non intendono più delegare, sentono che è il momento del coraggio civile della scelta. Il forcone democratico delle urne è una botta epocale: partiti avvisati, mezzi salvati?

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