“Confindustria è troppo vicina alla politica”

“Confindustria è troppo vicina alla politica”

«Giusto criticare la governance di Confindustria, ma non va sminuito il ruolo delle sedi periferiche, dove si svolge la vera contrattazione sul territorio». Lo dice in un colloquio con Linkiesta Andrea Moltrasio, un decennio di militanza in Confindustria prima come presidente a Bergamo, dal 2001 al 2005, e poi, dal 2005 al 2010 – a cavallo tra la presidenza Montezemolo e Marcegaglia – come vicepresidente nazionale e presidente del comitato tecnico per l’Europa. Per Moltrasio, «in questi anni Confindustria è scesa in campo senza mantenere la giusta distanza dalla politica».

Lei è stato il fondatore del Club 15, cioè del gruppo che riunisce le associazioni territoriali delle 15 provincie a più alto tasso di industrializzazione, quindi la prima domanda è d’obbligo: qual è lo stato di salute del manifatturiero italiano?
Il manifatturiero italiano è molto diverso, ad esempio, da quello tedesco, che si posiziona a livello mondiale nel segmento dei macchinari orientati alla produzione e in alcuni settori chiave come l’automotive. Questa specificità l’ha reso competitivo anche in Cina, perché nella fase intermedia delle filiere, ad alta densità tecnologica, nessuno è mai riuscito a competere. Fatto salvo il Made in Italy, il manifatturiero italiano è caratterizzato dalla subfornitura, dunque tagliato sulle esigenze di altri. Questo è un primo aspetto. Il secondo riguarda la distinzione tra manifattura export oriented e quella destinata al mercato interno. Quest’ultima era già in crisi prima della crisi. Infine, in Italia non c’è un appoggio della politica nei confronti del settore, come in Germania e in Francia dove il valore delle fabbriche è di centrale importanza.

Quanto conta il manifatturiero nella Confindustria di Emma Marcegaglia? 
Negli anni il concetto di manifatturiero è sempre più inteso come “manifatturiero esteso” dove alla produzione si affiancano le attività di servizio che danno un ulteriore valore anche se non si notano. Mi riferisco alla logistica, al design e alla distribuzione commerciale a servizio del manifatturiero. Oggi il manifatturiero in Confindustria ha una rappresentanza limitata. Non è giusto, perché si dimentica questa capacità di estendersi in altri campi. Il terziario a servizio di manifatturiero dovrebbe contare molto, ma si sottovaluta sempre. 

Una parola sulla governance di viale dell’Astronomia. A cosa serve Confindustria se il 30% dei ricavi dovrebbe venire dai servizi per le imprese, ma le imprese stesse non vogliono pagare quei servizi?
Confindustria si basa su tre elementi: la rappresentanza, i servizi nei confronti degli associati e l’identità sociale degli imprenditori. Questi tre elementi si possono considerare come dei lati di un triangolo scaleno, che diventano piccoli o grandi a seconda dei momenti storici. L’unicità di Confindustria sta nella capacità di coniugare questi tre elementi, se uno dei tre viene meno Confindustria diventa un’associazione come tante, meno capace di operare. Mi spiego: se un’associazione si occupa solo di rappresentanza, è simile a un partito; se è preponderante l’elemento identitario, è come una Fondazione; se fornisce solo servizi è un consorzio. L’associazione degli imprenditori funziona invece quando grazie al pensiero la rappresentanza riesce a fornire servizi utili. A mio avviso la sfida sta nel riuscire a modernizzare Confindustria mantenendo tutti gli elementi. Bisogna poi tenere conto che se non ci fossero state le associazioni territoriali avremmo vissuto la crisi molto peggio, perché tutte le mediazioni sul fronte delle riduzioni degli organici nelle imprese sono transitate nelle sedi periferiche, che hanno preso accordi con il sindacato.

Però quando si giudica negativamente l’elefantismo di viale dell’Astronomia spesso ci si scaglia contro le inutili sedi periferiche dai bilanci perennemente in rosso.
Per alcune attività, come i centri studi, l’accompagnamento delle imprese all’estero o i centri tecnologici di sviluppo con le Università, c’è un livello minimo che spesso non è raggiunto in periferia, dove le inefficienze si rispecchiano nei bilanci. Tuttavia, vale la pena ricordare che la Confindustria è una confederazione, quindi le sedi territoriali sono più importanti di viale dell’Astronomia perché hanno un contatto diretto con le imprese e garantiscono alcuni servizi sindacali più tempestivamente, senza i riti e le lungaggini che danno molto fastidio agli imprenditori. Per me il problema non è nella quantità di risorse che mobilita Confindustria, pari a 100 euro per dipendente, il problema è come si spendono questi soldi. Ad esempio, dare deleghe precise per l’attività associativa a livello regionale e locale.

Ieri a Brescia si è consumato un piccolo giallo, liquidato come «un problema di scaletta» tra il ministro Tremonti e Emma Marcegaglia: non sarà mica per la tardiva critica degli industriali alla politica economica del Governo?
Quando ero vicepresidente nazionale, partecipando alle fasi iniziali della Confindustria di Emma Marcegaglia, ho notato che si è data subito un’immagine di appiattimento nei confronti del Governo. A mio avviso questa vicinanza è stata eccessiva.

Colpa del peso delle grandi partecipate statali nel direttivo?
No, non credo che le grandi partecipate abbiano influito, c’è stata piuttosto una netta scelta di campo e di fiducia mal riposta. Era necessario invece mantenere una giusta distanza. Le aziende pubbliche partecipate come del resto le grandi multinazionali sicuramente rappresentano voci diverse in un sistema per il 90% partecipato da industrie medio-piccole, la sfida è sempre oggettivare richieste degli uni e degli altri. Credo tuttavia sarebbe stato più produttivo compiere le debite analisi internamente piuttosto che sui giornali. La mediatizzazione è un altro elemento che non ha aiutato l’indipendenza rispetto al Governo. Non ricordo che Montezemolo abbia mai rilasciato interviste nei primi anni di presidenza, ma soprattutto non abbia mai dato ultimatum, o penultimatum, al Governo.

Ieri Vincenzo Boccia, presidente della Piccola Industria, ha affermato la necessità di ritornare ad un patto come nel 1993, la ritiene una strada percorribile? Non è che il mondo è un po’ cambiato?
Sì, ho fatto un po’ fatica anch’io a comprendere l’intervento. Allora era una stagione particolare, dove la politica dei redditi è stata messa sul tavolo. Oggi non mi sembra il problema sia sui redditi, ma l’ordinamento. Cioè il diritto del lavoro, di cui non sono un esperto, meriterebbe una riflessione profonda – e qualcuno come Ichino già lo sta facendo – per adeguarlo ai cambiamenti delle imprese. Perdere Fiat, per Confindustria, è una cosa grave. Il fatto che Fiat si senta obbligata a uscire dal sistema per avere una diversa regolamentazione è una sconfitta per tutti. È necessario adeguare l’approccio alla flessibilità e alla produttività in funzione globale, non solo europea. Credo sia un punto che merita l’attenzione di tutti coloro che hanno ritenuto che la coesione sociale sia una cosa importante. Oggi si rischia di perdere sia coesione che la competitività, in un colpo solo.  

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