D’Alema e i dalemiani

D’Alema e i dalemiani

di Peppino CaldarolaL’arresto del dirigente Pd per tangenti deve far riflettere. Il Pd ha al suo interno troppi mercanti che deve decidersi a scacciare dal tempio. Molti di loro si dichiarano dalemiani. E’ un’etichetta inesistente. Il dalemismo come corrente politica non è mai esistito.D’Alema, infatti, è una figura singolare nel panorama post comunista. Di lui si cominciò a parlare verso la fine del periodo di Berlinguer. Il partito lo riconobbe come il figlio prediletto destinato a grande carriera. Dopo l’89 intercettò la paura del nuovo dei militanti e si presentò come il garante di una svolta che non avrebbe mutato la collocazione politica del nuovo partito. Contrastò il nuovismo di Occhetto e lo sostituì cercando di dar vita a una formazione di tipo socialista. Assediato da Prodi e Veltroni divenne il portabandiera del partito democratico. Culturalmente passò dall’idea vecchio socialdemocratica alle suggestioni liberiste del blairismo. Fu contestato dai girotondi ma vinse la sua battaglia contro Cofferati. Fu premier e ministro esaltando la sua capacità di manovra politica. Attorno a lui crebbe, al centro e in periferia, una classe dirigente avventurosa che spesso usava il suo nome in franchising. Ha avuto molti pretoriani ma li ha distrutti uno alla volta, da Velardi a Minniti a La Torre.Ora gli restano accanto i giovani della sezione Mazzini del Pd. La sua capacità di mutare strategia e tattica politica gli consente di sopravvivere al mutamento delle fasi. Oggi apre ai “movimenti” non accorgendosi che questi chiedono un ricambio nella politica e l’accantonamento della vecchia classe dirigente. E’ l’artefice del riformismo dall’alto che pure critica. E’ amato e odiato. E’ un prodotto tipico della politica italiana affollata da personaggi che non abbandonano mai il campo mentre la sinistra mondiale, da Clinton a Zapatero a Blair, sa spingere i suoi leader fuori dalla prima scena.Peppino Caldarola

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