E la riforma fiscale sbatte contro il muro-Tremonti

E la riforma fiscale sbatte contro il muro-Tremonti

Per l’ennesima volta, il Governo frena sulla riforma fiscale. È dal 1994 che se ne discute, con l’esecutivo di Silvio Berlusconi che a più riprese torna a proporre la propria ricetta per la rivoluzione tributaria in grado di rilanciare l’Italia, salvo poi smentire coi fatti dopo pochi giorni. Oggi è di nuovo successo. Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, ha chiuso la porta alla riforma fiscale: «Questa non può essere fatta in deficit». Peccato che due giorni fa sia stato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a ripescare l’idea. «La riforma del fisco arriverà entro l’estate», aveva detto. Eppure, le motivazioni del ministro non sono irrilevanti. «La crisi non è finita. Credo che sia il caso di fare ragionamenti di precauzione e prudenza perché il tempo della prudenza non è concluso», ha detto il titolare di Via XX Settembre, sbugiardando Berlusconi.

Dopo mesi di silenzio, torna nel dibattito politico la questione delle tasse. E il percorso mediatico è sempre lo stesso, da tre anni a questa parte. Annuncio di Berlusconi, smentita di Tremonti, discussione di alcune settimane, ritorno nell’oblio delle cose non fatte. Oggi, di fronte ai Giovani imprenditori di Confidustria, Tremonti ha iniziato il percorso che lo porterà ad approvare la manovra correttiva 2011. E lo ha fatto mettendo subito in chiaro le cose: non ci sono soldi per la rivoluzione tributaria. Del resto, secondo la Cgia di Mestre «la riforma fiscale che il Governo presenterà entro la fine di luglio potrebbe costare tra i 3,6 e i gli 8,1 miliardi di euro». Tutti soldi che arriveranno da tagli una tantum, non strutturati. «La copertura dovrebbe essere assicurata attraverso un inasprimento della lotta all’evasione fiscale e con un ulteriore drastico taglio degli sprechi presenti nella spesa pubblica», ha predetto la Cgia, anticipando quella che sarà la realtà.

Attualmente le aliquote sono sei. La prima prevede l’esenzione completa dal pagamento dei tributi e va per i redditi fino a 4.800 euro per i lavoratori autonomi e fino a 8.000 euro per i dipendenti. La prima aliquota secca, 23%, è per tutti coloro che rientrano al di sotto dei 15.000 euro. Fra 15.000 e 28.000 scatta invece il 27 per cento. Il vero scoglio è quello che va da 28.000 e 55.000, dove l’aliquota di riferimento sale di 11 punti percentuali, fino a toccare quota 38 per cento. Il passo successivo è quello del 41%, che si ha quando si superano i 55.000 euro e non si eccedono i 75.000. Oltre quest’ultima soglia, quella finale, la tassazione diventa al 43%, il massimo imponibile dall’Erario italiano. Non è un caso che secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) negli ultimi dieci anni si sia passati da un coefficiente imposte/Prodotto interno lordo del 42,5% per il 2000 a uno del 43,5% del 2010. Il tutto senza innovazioni radicali o riduzioni significative. 

Peccato che nel Contratto con gli italiani, firmato da Berlusconi l’8 maggio 2001, la questione era ben differente. Tre aliquote, secche: esenzione sotto gli 11.362 euro, 23% sotto i 103.290 euro e 33% al di sopra. I costi non sono esigui. Nel 2004 e nel 2006 Berlusconi aveva parlato di circa 12 miliardi di euro per la riduzione delle imposte e per un’armonizzazione completa degli scaloni. A oggi, complice la congiuntura economica poco favorevole, è difficile che il costo sia diminuito. Ed è ancora più complicato che, come ha ricordato il presidente del Consiglio due giorni fa, la riforma avvenga «a costo zero», semplicemente trasferendo risorse.

Nonostante i cordoni della borsa siano sempre più stretti, Tremonti non esclude che possa (ri)cominciare la discussione intorno a una modifica del sistema tributario. «L’innalzamento delle aliquote Iva, per trasferire la tassazione dalle persone alle cose, è una questione che dobbiamo studiare», ha detto ieri Tremonti. Ma l’annuncio ricorda quelli fatti in passato, anche recente, a cui non è seguita l’azione di governo. Quello che è certo è che la capacità d’azione è limitata. «Dobbiamo trovare i soldi senza scassare i conti perché ci porterebbe ad aumentare i tassi di interesse e di conseguenza ad alzare le tasse», ha sottolineato il ministro. Ecco quindi che si deve puntare su «un’enorme base di evasione fiscale che oggettivamente è un grosso serbatoio». Il progetto, per ora, continua e Tremonti rivela che si sta a lavorando a qualcosa di innovativo, una sorta di rivoluzione delle esenzioni fiscali. Lui le chiama «la Torre di Babele» e come ha fatto notare gli industriali si tratta di «470 deregulation che cubano 150 miliardi di euro». Basteranno per far partire il processo di riforma fiscale che l’Italia attende da 17 anni? 

[email protected]

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter