«E.coli, bisogna trovare e uccidere il focolaio»

«E.coli, bisogna trovare e uccidere il focolaio»

Continua l’epidemia di Escherichia Coli in Europa. Ma la fonte non è stata ancora identificata secondo il ministero della Sanità tedesco e l’Organizzazione Mondiale della Sanità confermando che «il ceppo di Escherina Coli entero-emorragica (Ehec) 0104:H4 isolato nei casi del focolaio è raro, già osservato negli uomini in passato, ma mai in un focolaio». Mentre i casi provocati dal cosiddetto batterio killer si stanno stabilizzando: 1.213 le infezioni da E. Coli e 502 della pericolosa Sindrome emolitica uremica (Seu), scatenata dal batterio colpendo i reni e i globuli rossi, si sono verificati in 11 Paesi europei e negli Stati Uniti, ma tutti (ad eccezione di 2) ruotano intorno alla Germania settentrionale, epicentro la città di Amburgo. Le vittime sono 18, delle quali 17 (tra confermate e presunte) in Germania.

Il governo tedesco continua a sconsigliare i consumi di insalata e verdure crude (soprattutto cetrioli e pomodori) e in Italia, assicura il ministro della Salute, Ferruccio Fazio «non c’è nessun pericolo, che stiano tutti tranquilli. Si può mangiare la verdura basta lavarla bene».
Anche se il Ministero della salute ha segnalato la presenza di un batterio di E.coli produttore di tossine su un salame di cervo prodotto in Italia, sul quale si sta procedendo ad effettuare le necessarie indagini. Si esclude qualsiasi correlazione con l’epidemia nella zona di Amburgo per la tipologia del prodotto e per la zona di provenienza.

Giacomo Fortina, Direttore del laboratorio di microbiologia di Novara, spiega a Linkiesta la situazione in Italia.

Cosa sta succedendo in Germania?
«Non è facile trovare la fonte di un microorganismo come l’E.coli molto diffuso nell’ambiente. Al momento è sconosciuta la sorgente che ha causato questa diffusione anormale. È evidente che c’era un partita di frutta o verdura più inquinata di questo microrganismo».

Un pericolo di sanità pubblica? «Il microorganismo c’è in natura, è in giro e a volte si può manifestare. La stessa flora intestinale nella maggior parte dei casi lo disattiva, come se fosse un antibiotico. In questo caso la quantità è tale da provocare un inquinamento del prodotto alimentare che produce la patologia».

E in Italia c’è il pericolo epidemia?
«Sono assolutamente d’accordo con l’impostazione del Ministero della Salute: Questa non è come un’epidemia ma una trasmissione di tipo alimentare. La situazione è tranquilla e comprovata dall’indagine a tappeto dall’Istituto zooprofilattico di Torino di due anni fa: negli allevamenti in Piemonte era stato cercato e non trovato il batterio».

Quali precauzioni prendere?
«Valgono quelli che si devono sempre usare in questi casi: pulizia alimenti, buona tenuta delle merci, lavarsi spesso le mani. Se tutti noi utilizziamo più attenzione per cucinare i cibi più a lungo e lavarsi spesso le mani è sufficiente come precauzione».

I microbiologi europei si confessano «preoccupati». E non solo perchè il nuovo batterio sta mettendo sotto pressione le strutture sanitarie dei Paesi colpiti, precisano, ma anche per la resistenza dell’agente infettivo agli antibiotici e per le più ampie implicazioni sulla capacità dell’Europa di far fronte sia a questa emergenza che a quelle future». Condivide la preoccupazione?
«Il problema della resistenza di questo agente infettivo è uno dei problemi più importanti che oggi esiste: ci sono pochi antibiotici e ce ne saranno ancora meno nel futuro perchè la ricerca e le case farmaceutiche non investiranno. Non sono previste importanti nuovi antibiotici perchè costa moltissimo e non è produttivo per loro. Meglio un farmaco per patologia cronica che acuta».

Dopo l’incubazione di 3-8 giorni ci saranno altri casi?
«È difficile rispondere: spero che abbiamo superato il picco di contaminazione. Dopo il picco, la situazione torna rapidamente alla normalità se si riesce ad intervenire sul focolaio».

Sembrerebbe che il focolaio sia partito della rete idrica di Amburgo inquinata dai liquami..

«Può essere sicuramente una causa di diffusione. Ci deve essere stato un serbatoio i grande dimensioni inquinato o uno scambio tra acque nere (scarico e fogne) acque e bianche».

Perche secondo lei la prevalenza di donne? C’è una correlazione tra la dieta e preparazione di cibi con il contagio?

«Non credo che ci sia predisposizione genetica, ma il motivo è che le donne stanno più a contatto con la preparazione dei cibi. Normalmente i soggetti più deboli sono i bambini, gli anziani e malati con situazione di immunodepressione (trapianti e malati di aids) che in questo caso non sono stati colpiti».


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